In quel tempo 15i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque da Gesù i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
Anche in questo vangelo vediamo lo scontro tra Gesù e degli avversari, in questo caso farisei ed erodiani, che cercano di metterlo alla prova, o meglio di coglierlo in fallo, trovare qualcosa di cui accusarlo attraverso la risposta errata ad una domanda capziosa, sulla liceità o meno del pagamento del tributo a Cesare, introdotta anche da adulazioni e complementi, rispetto al fatto risaputo che Gesù insegnava senza badare a chi avesse davanti, ma soltanto alla verità.
Gesù non si lascia irretire nella trappola e rimprovera la malizia di quanti sono venuti a cercare i propri interessi piuttosto che la verità, il motivo per cui Gesù insegnava! La discussione sulla liceità o meno del pagamento del tributo viene dunque superata da Gesù con l’affermazione che non può che zittire i farisei circa il riconoscere, o meglio il restituire a Dio quello che è di Dio (e anche a Cesare il suo).
Gesù dunque sfrutta l’occasione di avere riuniti degli avversari per poterli correggere, e piuttosto che rimandarli semplicemente al loro mandante, Gesù insegna loro a leggere e guardare con attenzione quella moneta che era stata citata indirettamente nella questione del tributo!
L’insegnamento di questo episodio si estende a noi che riflettiamo sulla parola viva del Vangelo!
Di fronte alla “moneta del tributo” (Mt 22,19), Gesù chiede di chi sia l’immagine e l’iscrizione. La probabile moneta di quel tempo aveva su essa l’immagine di Cesare, e nell’iscrizione vi era riferimento a lui come essere divino.
Roma voleva che i popoli riconoscessero nell’imperatore il loro Dio, volevano aggiungersi se non sostituirsi al vero Dio di Israele.
Non da meno però erano i farisei che sostituivano i precetti di Dio, con precetti di uomini, cioè secondo il loro vantaggio, con un’osservanza formale ed esterna della legge, che non implicava più la profondità del cuore.
Ecco allora il vero problema denunciato! Non si tratta tanto di pagare o meno il denaro della tassa a Cesare. Gesù dicendo di restituirgli ciò che gli è proprio, mantiene l’insegnamento della Torah sul rispetto degli ordinamenti civili, e dunque anche la liceità della tassa.
Ma dicendo di restituire a Dio ciò che gli è proprio, egli si riferisce in particolare all’uomo, che è fatto ad immagine e somiglianza di DIo, e per questo gli appartiene, perché da Lui è stato creato.
Il problema generalizzato, che non è solo degli avversari di Gesù, ma dell’umanità intera, insito nella falsa dimensione religiosa di Israele e in quella vuota pagana dei romani è in questa domanda: perché l’uomo si lascia “corrompere” il cuore, e dona il suo culto ad altro che non è Dio?
Quindi personalmente dobbiamo domandarci: A chi apparteniamo? Chi è il nostro signore? La parola di Gesù, più che regolare i rapporti tra le autorità statali e religiose, va colta nella sua primordiale signoria sulla nostra vita: stiamo facendo quello che Dio vuole? oppure siamo distolti in tanti ragionamenti per cui fuggiamo dal nostro essere immagine e somiglianza del nostro Creatore? Fuggiamo dalla nostra dignità di essere sale e luce del mondo, e che possiamo essere tali solo se ci manteniamo nel servizio a Dio e nella figliolanza al Padre come Gesù?
Commento di Marco Staffolani al Vangelo di Domenica 25 Settembre, XXV Domenica T.O Anno A
La parabola inclusa nel vangelo di oggi ci parla di misericordia che non ha a che fare con meritocrazia. Detto in altre parole: la libertà di Dio nell’aiutare e soccorrere gli ultimi non è influenzata dal numero delle loro opere, dal merito che possono vantare davanti a lui.
Nella parabola il “signore della vigna” chiama tutti a lavorare. Si mette d’accordo con i primi, che iniziano all’alba per la paga di una moneta d’argento. Poi, volendo soccorrere tutti, chiama a lavorare anche i disoccupati che trova alle 9, a mezzogiorno, alle 3 e alle 5 di pomeriggio. Con questi si accorda per una paga che lui stesso definisce “giusta” senza specificare altro.
Alla sera gli operai ritornano dalla vigna. Il padrone è un uomo giusto e anche generoso, e dobbiamo suppore che conoscesse fedelmente la legge di Israele che diceva : “Non sfrutterai il salariato povero e bisognoso … Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e attende ciò con impazienza. Non alzi grida al Signore contro di te: sarebbe grande il tuo peccato!” (Dt 24,14-15).
Il padrone dunque chiama l’amministratore e gli ordina di pagare i lavoratori, incominciando dagli ultimi e terminando con i primi . L’ordine dei chiamati è capovolto, e questo fa sì che i primi possano osservare quale salario il padrone corrisponderà a quanti hanno lavorato meno di loro.
L’amministratore, secondo l’ordine ricevuto e quindi secondo la legge di Israele, comincia con il dare un denaro agli operai dell’ultima ora (cioè il minimo affinché anche il più povero sia tutelato).
Quelli che hanno lavorato fin dal mattino presto però pensano di dover ricevere una paga più alta: hanno lavorato più ore, dunque meritano di più! Si crea in loro un’aspettativa, ben presto delusa, in quanto il Padrone dà a tutti la stessa paga. Il padrone non ha motivo di essere incolpato di ingiustizia, infatti si era messo d’accordo con i primi per un singolo denaro, e poi con i successivi aveva promesso di dare “ciò che era giusto”. Avendo attenzione degli ultimi da la stessa paga perché tutti abbiano di che mangiare per tutta la giornata. Essendo libero di fronte alle sue cose, invita a coloro che si erano lamentati a vedere che lui non aveva fatto nessun torto. Li invita a non essere invidiosi, cioè a non guardare con occhio cattivo il suo agire buono. Tutto questo permette che … gli ultimi siano diventati i primi e i primi gli ultimi. D’altronde Gesù era venuto per quelli che erano bisognosi, non per coloro che si considerano già giusti.
Nel regno di Dio l’ordine di importanza è rovesciato, perché esso possa servire a costruire relazione: il padrone impedisce che qualcuno si arricchisca a sproposito perché non diventi per loro superfluo e vanaglorioso, e va invece incontro a coloro che non potrebbero superare la giornata senza il minimo di provvidenza portato da quel denaro.
Ecco come ragiona Dio: davanti a lui tutti i suoi figli sono preziosi, non ci sono preferenze, se non nell’ordine di una misericordia che rialza e riqualifica ogni persona.
Nel vangelo di questa XXIIV domenica del tempo ordinario, anno A, Il Signore risponde a Pietro sulla necessità di perdonare sempre, e contro l’asticella del numero 7, che Pietro pensava potesse bastare, Gesù toglie proprio l’asticella.
Nella realtà dei fatti capita spesso che il nostro cuore, offeso dalle mancanze di un fratello, potrebbe chiudersi o ancor chiedere vendetta o giustizia sommaria contro chi ha fatto del male.
E allora ecco che c’è un ulteriore insegnamento, forse più grande del perdono stesso. Ci viene in aiuto la parabola che il Signore mette successivamente: un servo non è capace di condonare un piccolo debito, anzi si angaria contro un suo fratello per un debito minimo, quando a lui è stato perdonato immensamente dal grande Signore.
L’insegnamento che dobbiamo apprendere non è la difficoltà di perdonare, ma di comprendere e fare nostro il perdono che Dio ci usa sempre come il grande Signore della parabola.
Quando Gesù risponde a Pietro, gli sta dicendo velatamente: impara a fare come Dio che ama sempre. E quando Gesù racconta la parabola sta aggiungendo: se vuoi (veramente) essere come Dio, capace di perdonare agli altri sempre, allora sentiti sempre perdonato da Dio! Lui solo è la sorgente del perdono e dell’amore!
In fin dei conti la parola stessa parola “per-dono” dice assai: ogni cosa che facciamo è per – dono, cioè gratuitamente.
Questo vangelo sembra proprio fuori dalla portata di questo mondo! e questo ci potrebbe scoraggiare. Che sia impossibile vivere il perdono? NO! la verità più profonda è che noi siamo fatti tutti per andare d’accordo, e questo progetto di Dio si realizzerà prima o poi, che noi siamo volenti o nolenti.
Perché non lasciare che un nuovo pensiero di Dio si impossessi di noi? Perché non pensare che qualcuno è riuscito nell’impresa di vivere il perdono fino in fondo? I nostri amici santi, che preghiamo sempre troppo poco, non sono esempi di bontà scolpita con il vangelo? non può succedere la stessa cosa anche a noi?
Seguire Gesù può essere impegnativo, ma la direzione è sicura. Egli è l’unico che imposta la rotta “oltre la morte” verso il Padre.
Il vangelo di oggi continua la lettura di domenica scorsa, in cui Pietro faceva la bella figura, ispirato “dallo Spirito Santo” nella volontà del Padre, a vedere in Gesù il Messia prefigurato dalle Scritture, il Figlio del Dio vivente. Oggi, invece, la bella figura non c’è. Anzi. Pietro si svela per i suoi limiti, che non riescono a pensare tale messia come un messia sofferente e non glorioso. C’è un travaglio che Gesù dovrà affrontare per arrivare a quella gloria che a Pietro era stato concesso di proclamare. Si tratta di affrontare prima un pathos, cioè una passione, di crederci con tutto se stessi, fin pure a dare la vita. A Gesù è chiesto di credere fino in fondo al Padre. Ad ogni discepolo è chiesto di credere fino in fondo a Gesù. Tale pathos di Gesù, e in cascata anche per i discepoli, non è una prova fine a sé stessa. Essa trasforma nel profondo. Crea un legame imperituro con Colui nel quale si crede. Per Gesù si tratta di legarsi con tutta l’umanità, divenire quel servo sofferente e redimente prefigurato nei carmi di Isaia. Per tutti gli altri uomini, cioè per ogni discepolo del regno dei cieli si tratta di trovare la vita per causa di Gesù. Gesù diventerà al contempo il giudice universale, che può giudicare sulla morte di ogni essere umano (avendola attraversata Personalmente con la sua morte umana) e sulla vita di ciascuno (perché la riceve nuovamente in abbondanza dal Padre nella sua Risurrezione e la può donare a chi vuole). Riprendiamo allora il cammino di fede. Non ci scoraggiamo se alle volte ci giudichiamo noi stessi in base alle nostre mancanze e insufficienze rispetto alla perfezione d’amore che Gesù chiede. Proviamo a dare tutto, perché di dona tutto, riceverà da Dio molto di più.
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
(Mt 16,13-20 XXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A)
Commento
Chi è Gesù? Rispondere a questa domanda è importante. È da duemila anni che la Storia, “spaccata” in due dall’evento Cristo, tenta di dare risposte: è un profeta! È un rivoluzionario politico-religioso! È un liberatore! È una guida morale! È il precursore degli hippy! Tutti provano a rispondere, e tuttavia non si riesce ad avere un quadro chiaro e preciso della sua identità.
Ma la domanda capitale, quella su cui la posta in gioco è la propria vita, è questa: “Chi è Gesù per me?” Perché rispondere a questa domanda è così importante? È così necessario farlo? Ecco la risposta: se vuoi scoprire chi sei tu, allora devi capire chi è Gesù per te. Devi lasciarti coinvolgere nella relazione che lui desidera avere con te. Chi sono io? Domanda antica quanto l’uomo. Oggi vi è la possibilità di trovare una risposta aperta a questa domanda. Ma prima occorre rispondere personalmente alla domanda capitale: “Chi è Gesù per me?”.
Pietro, sotto l’azione della grazia, ha risposto a Gesù: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nello spazio di verità che si è aperto nel suo cuore e nella sua mente Pietro ha visto l’identità di Cristo. E Cristo, in risposta, ha rivelato a Pietro la sua identità: “E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…”
Il Regno di Dio inizia quando scopri chi sei tu dinanzi a Cristo crocifisso e risorto.
Proviamo, facciamo questo esercizio, domandiamoci “CHI é GESù PER ME?”, cerchiamo di rispondere a questa domanda. Quel per me è già un inizio/indizio di risposta.
Gesù esce e si dirige verso le parti di Tiro e Sidone, in terra pagana. Gli abitanti di quelle zone venivano chiamati “i “cani” dai loro vicini ebrei che li consideravano creature impure. Questo uscire è per Gesù occasione di un nuovo incontro, quello con una donna che insieme a lui è la protagonista del Vangelo di oggi.
Cristo uscì dai suoi confini e la donna dalla sua terra e così poterono incontrarsi. Al centro c’è un intenso dialogo tra la donna e Gesù che si conclude non solo con la guarigione della figlia, ma con la trasformazione di tutti, la donna, Gesù i discepoli; alla fine di questo incontro nella fede nessuno è più uguale a prima.
La donna prende l’iniziativa, apre il dialogo e Gesù lo conclude. La cananea è la prima donna che prende direttamente la parola nel Vangelo di Matteo e lo fa con la preghiera. Abbi pietà, fammi grazia, chiede compassione, chiede la vicinanza del Signore, il dono della sua presenza, della sua forza e della sua tenerezza. La cananea non pretende e non accampa diritti, chiede il dono a colui che è tutto e solo dono, riconoscendo in lui il Signore e il Messia figlio di David.
Questa donna corre incontro Gesù e gli grida il bisogno di sua figlia, non si rassegna, non tace, ma mossa dall’amore materno osa prendere la parola con garbo e intelligenza. Dialoga con lui, si inginocchia ai suoi piedi, piena di fiducia, non si contrappone, si rivolge a Gesù per tre volte con il titolo di Signore, cosa che non hanno fatto neanche i discepoli che lo seguono da tempo.
Gesù prima tace poi da una risposta che sembra dura sgradevole, per noi inaspettata. Poi avviene il miracolo dell’incontro. A causa di questo incontro decisivo Gesù inaugura una nuova fase che trova il suo compimento sulla croce: non esistono più terre straniere, non esistono uomini e donne estranei alla missione e all’Opera di salvezza.
Gesù comincia dalla sua patria e dal suo popolo e finisce con l’inviare gli apostoli a tutti i popoli fino ai confini del mondo. La misura dell’amore di Dio è dettata dal bisogno dell’uomo e la sua risposta è determinata da una domanda piena di fede.
Papa Francesco lo ha ricordato ai giovani a Lisbona “Nessuno è in eccedenza, nessuno in eccesso, c’è posto per tutti tutti tutti tutti tutti”.
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