Testimoni del Crocifisso. La missione passionista a 250 anni dalla nascita del carisma

Testimoni del Crocifisso. La missione passionista a 250 anni dalla nascita del carisma

Riflessione a cura di p. Maurizio Buioni cp

A 250 anni dalla morte di San Paolo della Croce (1775–2025), fondatore della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, il suo carisma continua a bruciare come fuoco vivo nel cuore della Chiesa. Non celebriamo un semplice anniversario, ma un’occasione di discernimento: siamo chiamati a custodire il fuoco della Passione, non le sue ceneri. Come ha detto Papa Francesco: “La tradizione è la garanzia del futuro e non la custodia delle ceneri” (Papa Francesco, Discorso alla Curia Romana, Libreria Editrice Vaticana, 2014, p. 7).

San Paolo della Croce scriveva: “La memoria della Passione di Gesù Cristo sarà sempre una fonte di vita e di santità” (Paolo della Croce, Lettere spirituali, Edizioni Passioniste, 1991, p. 312). Questa memoria non è un semplice ricordo, ma una presenza viva, che interpella ogni generazione. La Passione è il cuore del Vangelo, la rivelazione dell’amore radicale di Dio per l’umanità. È il linguaggio con cui Dio parla al mondo ferito.

In un tempo segnato da guerre, ingiustizie, crisi ecologiche e spirituali, il carisma passionista si rivela più che mai attuale. Anche il pontificato di Leone XIV, primo papa agostiniano e statunitense, ha mostrato particolare attenzione alla dimensione contemplativa della missione. Le sue parole “In Illo uno unum” richiamano l’unità nel Crocifisso, cuore pulsante della spiritualità passionista. Il Papa ha invitato la Chiesa a “abitare il silenzio, ascoltare il dolore e offrire consolazione”, in profonda sintonia con la vocazione passionista.

Hans Urs von Balthasar afferma: “La gloria di Dio si manifesta nella debolezza del Crocifisso” (Hans Urs von Balthasar, Gloria. Una estetica teologica, Jaca Book, 2001, vol. VII, p. 45). La Croce non è scandalo da nascondere, ma luogo di rivelazione. È lì che il dolore umano incontra la misericordia divina.

La missione passionista oggi si gioca nelle periferie esistenziali, accanto ai crocifissi della storia. Leone XIV ha incoraggiato i religiosi e le religiose a “non temere il deserto, perché è lì che Dio parla con più forza”. Questa esortazione illumina la missione passionista, chiamata a essere presenza viva del Cristo sofferente nel mondo. Leonardo Boff ci ricorda: “La spiritualità cristiana nasce dal grembo del dolore umano” (Leonardo Boff, Passione di Cristo, passione del mondo, Cittadella Editrice, 2001, p. 22). I Passionisti sono chiamati a essere testimoni della compassione, non solo predicatori. La loro presenza deve essere profetica, capace di leggere i segni dei tempi e di rispondere con il linguaggio della Croce.

Ma questa testimonianza esige formazione profonda. In un tempo di crisi vocazionale, è urgente formare religiosi capaci di incarnare il carisma con autenticità e intelligenza spirituale. Romano Guardini scrive: “La verità non si trasmette solo con le parole, ma con la vita” (Romano Guardini, L’essenza del cristianesimo, Morcelliana, 2005, p. 89). La vita passionista è vita di comunione, di preghiera, di missione. È una vita che si nutre della contemplazione della Passione e si traduce in azione concreta.

La comunità passionista è chiamata a essere segno di fraternità. In un mondo frammentato, vivere insieme è già annuncio. Dietrich Bonhoeffer afferma: “La comunità cristiana è il luogo dove si impara a portare il peso dell’altro” (Dietrich Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, 2004, p. 38). Le nostre comunità devono essere laboratori di comunione, dove la Croce si vive nella pazienza quotidiana, nella condivisione, nella solidarietà.

Il carisma passionista non appartiene solo ai religiosi. È dono per tutta la Chiesa. Chiara Lubich scrive: “Ogni carisma è luce per tutta la Chiesa, non solo per chi lo riceve” (Chiara Lubich, L’unità e la Chiesa, Città Nuova, 1999, p. 112). Rendere accessibile la spiritualità della Passione a laici, giovani, famiglie è una sfida e una grazia. La Passione può diventare cammino di santità per tutti, se proposta con linguaggio comprensibile e con testimonianza credibile.

Un’altra sfida è la custodia della memoria. I Passionisti custodiscono luoghi sacri come il Santuario della Scala Santa a Roma, ma la vera custodia è spirituale. Paul Ricoeur ci insegna: “La memoria non è ripetizione, ma interpretazione del passato per il futuro” (Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina Editore, 2003, p. 78). Valorizzare gli scritti del fondatore, le testimonianze dei santi passionisti, le esperienze missionarie è un atto di fedeltà e di profezia.

Il mondo contemporaneo ci chiede di essere presenti anche nei luoghi della cultura, della comunicazione, del pensiero. Leone XIV ha sottolineato che “la testimonianza cristiana deve saper parlare il linguaggio del nostro tempo, senza perdere la radicalità del Vangelo”. Charles Taylor ci invita a proporre la fede come risposta alle domande profonde dell’uomo moderno (Charles Taylor, L’età secolare, Feltrinelli, 2009, p. 112). La Passione di Cristo può diventare parola per il nostro tempo, se sapremo tradurla con intelligenza spirituale. Dobbiamo abitare anche gli spazi digitali, culturali, educativi, per portare il messaggio della Croce dove oggi si formano le coscienze.

Nel documento ufficiale La formazione passionista si riconosce che “le sfide particolari di questo tempo derivano dalla nuova cultura digitale, dall’intelligenza artificiale, dalla necessità di una formazione multiculturale e sinodale” (Congregazione della Passione, La formazione passionista, Roma, 2023, p. 6). È una chiamata a formare passionisti capaci di abitare il mondo con spirito evangelico e competenza umana.

Adolfo Lippi scrive: “Non stemperare lo scandalo della Croce. Il linguaggio della Passione è esigente, radicale, non addomesticabile” (Adolfo Lippi, Eucaristia e Croce, in La Sapienza della Croce, n. 3, 2005, p. 227). Maurizio Buioni afferma: “La giustizia, la pace e la salvaguardia del creato non sono temi accessori, ma dimensioni costitutive della spiritualità della Croce” (Maurizio Buioni, La giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, in La Sapienza della Croce, n. 2, 2004, p. 198). Max Anselmi aggiunge: “I giovani non cercano risposte facili, ma testimoni credibili. La Croce è credibile solo se vissuta” (Max Anselmi, Giovani e Passione, in La Sapienza della Croce, n. 1, 2003, p. 45). F. Giorgini sottolinea: “La spiritualità passionista è chiamata a dialogare con le nuove forme di intelligenza, anche artificiale, per non perdere il contatto con l’umano” (F. Giorgini, Croce e cultura digitale, in La Sapienza della Croce, n. 4, 2006, p. 88).

La Congregazione stessa afferma che “la memoria della Passione è principio unificatore e conformante della vita e dell’apostolato passionista” (Congregazione della Passione, La presenza della Memoria Passionis nel processo formativo, Roma, 2016, p. 4). Questo principio deve essere incarnato in ogni dimensione: spirituale, comunitaria, apostolica.

Nel cammino sinodale che la Chiesa sta vivendo, Leone XIV ha ribadito che “i carismi non sono ornamenti, ma strumenti di comunione e missione”. “I carismi sono doni dello Spirito per l’edificazione della Chiesa e devono essere riconosciuti, accolti e integrati nel discernimento comunitario” (Segretariato Generale del Sinodo, Documento preparatorio del Sinodo 2021–2024, Libreria Editrice Vaticana, 2021, p. 14). Tomáš Halík aggiunge: “Solo una Chiesa ferita può parlare al mondo ferito” (Tomáš Halík, Pazienza con Dio, Vita e Pensiero, 2010, p. 119). Il carisma passionista, vissuto in chiave sinodale, diventa fermento di comunione e di rinnovamento.

San Paolo della Croce ci ha lasciato un’eredità che non si misura in numeri, ma in fedeltà al Crocifisso. David Maria Turoldo scrive: “Solo chi ha sofferto può parlare di Dio” (David Maria Turoldo, Il dramma è Dio, Garzanti, 1991, p. 56). Candido Costa aggiunge: “La Passione è il grembo della missione. Chi contempla il Crocifisso non può restare fermo: è chiamato a partire” (Candido Costa, Commento al Cantico dei Cantici, Edizioni CI-PI, 2005, p. 87).

Papa Francesco ha indicato che “la Sapienza della Croce deve essere declinata nei nuovi areopaghi della cultura, del dialogo interreligioso, dell’evangelizzazione digitale” (Papa Francesco, Messaggio al Congresso Teologico Passionista, 2021). E il cardinale Luis Antonio Tagle ha ricordato: “L’amore non può essere generato da un algoritmo: siamo stati influenzati dall’amore, così dovremmo influenzare gli altri amando” (Luis Antonio Tagle, Giubileo dei Missionari Digitali, 2022).

La celebrazione del 250° anniversario non è un punto di arrivo, ma un nuovo inizio. È l’occasione per rinnovare il nostro impegno, per riscoprire la forza trasformante della Passione, per lasciarci ferire dall’amore di Cristo e diventare, come Paolo della Croce, testimoni ardenti e credibili. Che il Signore ci conceda di essere, come il nostro fondatore, uomini e donne della Passione: capaci di trasformare il dolore in amore, la Croce in speranza, il mondo in luogo di redenzione.

E che il fuoco acceso da Paolo della Croce non venga mai meno, ma continui a illuminare il cammino della Chiesa e dell’umanità — anche sotto il segno di un pontificato che, come quello di Leone XIV, invita a tornare al cuore del Vangelo: il Crocifisso vivente.

La Croce come Linguaggio Teologico: Convergenze Spirituali tra John Henry Newman e Domenico Barberi

La Croce come Linguaggio Teologico: Convergenze Spirituali tra John Henry Newman e Domenico Barberi

In occasione della prossima proclamazione di San J.H. Newman a dottore della Chiesa universale, pubblichiamo alcuni spunti teologici a cura del passionista Maurizio Buioni CP

Introduzione

La Croce, mistero centrale della fede cristiana, si impone nei secoli come linguaggio teologico, grammatica dell’amore redentivo, sacramento profetico. Questo studio esplora la convergenza spirituale tra John Henry Newman e il Beato Domenico della Madre di Dio (Barberi), interpretando la Croce di Cristo come chiave ermeneutica, principio epistemico e luogo teologico condiviso.

In una stagione ecclesiale segnata da transizioni e polarizzazioni dottrinali, la loro testimonianza emerge come paradigma redentivo e mistico, capace di rispondere alla crisi di senso e frammentazione identitaria. Come nota Hans Urs von Balthasar: “La Croce forma l’intelligenza e non solo il cuore” (Teodrammatica, Jaca Book, 2005, vol. II, pp. 67–75).

Profilo Biografico e Spirituale di John Henry Newman

Nato nel 1801 in ambiente anglicano, Newman è figura centrale del Oxford Movement, orientato al recupero della Tradizione patristica e sacramentale (Ker, John Henry Newman: A Biography, Oxford University Press, 1988, pp. 55–89). La sua conversione al cattolicesimo nel 1845, ricevuta dal Beato Barberi, è più di un atto personale: diventa icona ecclesiale (Barberi, Scritti Spirituali, Edizioni Passio, 1958, pp. 130–136).

Per Newman, la coscienza è “il primo vicario di Cristo” (Letter to the Duke of Norfolk, Longmans, Green & Co., 1875, p. 68); la sofferenza, via alla verità e purificazione (Sermons on Subjects of the Day, 1869, pp. 225–231). Con l’Oratorio di Birmingham propone un’educazione integrata e una spiritualità incarnata (The Idea of a University, 1873, pp. 23–39).

La canonizzazione del 2019 (Santa Sede, Decreto di canonizzazione di Newman, LEV, 2019) e la proclamazione a Dottore della Chiesa nel 2025 da Papa Leone XIV (Pontificio Consiglio per la Cultura, Atti della proclamazione, 2025, p. 12), riconoscono il valore profetico e universale della sua teologia.

La Croce di Cristo nel Pensiero di Newman

La Croce per Newman è centro soteriologico, principio rivelativo e pedagogia mistica: “To suffer is to learn what we are and what God is” (Apologia Pro Vita Sua, 1864, p. 248). Essa illumina la coscienza e rivela l’amore divino (Parochial and Plain Sermons, vol. VI, 1869, pp. 117–124).

La sua teologia “discendente” anticipa prospettive affini in Bonhoeffer (La sequela, Queriniana, 2010, pp. 56–63) e von Balthasar (Il cuore del mondo, Jaca Book, 1980, pp. 141–155). La Croce è anche principio generativo della Chiesa e criterio del discernimento comunitario (On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine, 1859, pp. 45–51).

Come scrive Enzo Bianchi: “Non la croce ha dato gloria a Gesù, ma è Gesù che l’ha resa gloriosa”.

Vita e Missione del Beato Domenico Barberi

Nato nel 1792, Barberi incarna la spiritualità passionista trasmessa da San Paolo della Croce. Riceve in visione la chiamata all’evangelizzazione dell’Inghilterra, e affronta resistenze culturali e religiose (Moreschini, Il cuore della Croce, Edizioni OCD, 2009, pp. 43–66).

La sua spiritualità è kenotica, mistica, profetica — espressa nel simbolo del cuore trafitto come pedagogia dell’amore (Scritti Spirituali, 1958, p. 133). L’incontro sacramentale con Newman diventa gesto profetico e evento ecclesiale (Tagliaferri, Barberi e Newman, Studium, 1965, pp. 83–95). La sua beatificazione (1963) ne sigilla il carisma missionario (Santa Sede, Decreto di Beatificazione, LEV, 1963).

Come nota Sant’Agostino: “Chi non vede la meta del suo cammino, si attacchi alla Croce ed Essa lo porterà”.

Convergenze Mistico-Ecclesiali e La Spiritualità Passionista

La Croce costituisce per Newman e Barberi un principio strutturante. In Newman, illumina coscienza e Tradizione; in Barberi, si fa sacramento vivente, linguaggio profetico e strumento missionario (Parochial and Plain Sermons, vol. VI, p. 117; Scritti Spirituali, p. 133).

Von Balthasar, Congar e Moltmann ne riconoscono il ruolo fondativo: “La vera riforma passa per il Golgota” (Congar, Vera e falsa riforma, 1972, p. 218); “Il Dio crocifisso è la chiave dell’ecumenismo” (Moltmann, Il Dio crocifisso, 1973, pp. 114–121).

La spiritualità passionista, cuore della missione di Barberi, propone una teologia che nasce dalla Croce contemplata e vissuta. Newman trova in essa un ponte tra pensiero anglicano e pienezza cattolica: la Croce come sintesi tra ragione, grazia e comunione.

Come scrive Simone Weil: “La Croce è il punto d’intersezione tra il mondo e ciò che non è il mondo”.

Conclusione

La Croce non è conclusione — ma inizio. Non è silenzio — ma Parola viva. Non è condanna — ma grammatica dell’amore redentivo.

In Newman, la Croce trasfigura pensiero e coscienza. In Barberi, forma missione e testimonianza. Nel loro incontro, si realizza un evento ecclesiale, un sacramento profetico, una comunione spirituale che testimonia il potere riconciliante della Croce.

La proclamazione di Newman a Dottore della Chiesa celebra una teologia capace di chinarsi davanti al Mistero. La beatificazione di Barberi onora non un apostolo del trionfo, ma un evangelizzatore del dolore. La spiritualità passionista diventa così linfa invisibile di un dialogo ecclesiale che continua a generare grazia.

In un tempo segnato da ideologie e disintegrazione identitaria, la Croce torna ad essere principio rivelativo, forza disarmata, linguaggio primario capace di ricreare la comunione. Newman e Barberi ci lasciano una via: quella della Croce pensata, vissuta, incarnata. Una teologia che accoglie la povertà del linguaggio e la profondità del silenzio, senza paura — perché è nata dalla Croce.

Seguimi! Avrai un tesoro in cielo! – Memoria del Beato Grimoaldo Santamaria

Seguimi! Avrai un tesoro in cielo! – Memoria del Beato Grimoaldo Santamaria

Beato Grimoaldo Santamaria

(riflessione di Francesco Guerra)
link al video con omelia https://www.youtube.com/watch?v=8T6zlav_oKs

Vangelo Mc 10, 17-22 Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Per la salvezza del mondo!

Per la salvezza del mondo!

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,13-17
 
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Parola del Signore.

Clicca sotto per il video

https://youtu.be/DFLvh0I7RP4

Commento

Se Jeshua significa proprio “Dio è salvezza”, noi che ci diciamo cristiani e quindi discepoli di Gesù di Nazareth, dobbiamo aver chiaro che cosa si intende con questo termine. Infatti quello che intendiamo noi occidentali differisce dal significato che gli dà la Bibbia e quindi la rivelazione. Per noi “salvare” significa mettere al sicuro, al punto che è un termine che troviamo nel mondo informatico quando dobbiamo “salvare” il documento su cui stiamo lavorando in modo che quando spegniamo il computer possiamo ritrovarlo. E’ un termine che usiamo innanzi ad un pericolo, di fronte al quale invochiamo un auto perché quello che riteniamo prezioso – prima fra tutto la nostra vita – possa essere al sicuro. Ma visto che la nostra società ha trovato tutta una serie di stratagemmi per non farci pensare alla morte, che invece continua ad essere una minaccia continuamente alle nostre calcagna, non ci sentiamo più bisognosi di “salvezza” e quindi finiamo per relegare Gesù ad una sorta di pronto soccorso a cui ci si rivolge sono in alcuni momenti di pericolo. Ma il bisogno di vita che abbiamo dentro eccede i paletti esistenziali in cui viviamo e ci pone di fronte a quel bisogno di salvezza a cui far riferimento la Bibbia. Infatti per gli ebrei la salvezza è sinonimo di “liberazione”: passaggio da una condizione dove non si riesce ad esprimerne le potenzialità che abbiamo come uomini perché prigionieri di qualcuno o qualcosa. Ma ancora di più, il termine יְשׁוּעָה  (salvezza) viene dalla radice יָשעָ che significa “fare spazio”, perché lo scopo della liberazione non è quello di salvare il possibile, ma vivere una vita piena; il vangelo infatti quando usa la parola αἰώνιον per qualificare la vita offerta da Dio, lo traduciamo con “eterna” ma non intende alludere ad una esistenza “senza fine”, ma “piena di tempo”. Sembrerebbe allora che il nostro bisogno sia allineato con offerta che Dio viene a farci, allora perché sembra così difficile abbracciare questa salvezza? Il motivo è proprio il punto di accesso di questa pienezza: se per noi sembra sensato “accumulare” per essere pieni, la croce ci parla di “svuotarsi” dei beni e di sé stessi. In questo senso Dio ci indica una strada che è “stoltezza per i filosofi”. Eppure è solo la croce, ed in particolare solo quella di Cristo, ad essere la scala che collega il cielo e la terra. Ecco la necessità della fede, che è prima di tutto un abbandono fiducioso all’azione di Dio, che non solo ci farà “sperimentare” in prima persona l’efficacia di questa strada, ma ci rivelerà il mistero di Dio che è amore che si dona, al punto che solo questo modo di essere può essere il terreno su cui intrecciare la comunione con Lui. 

Beato Domenico Barberi, “perché tutti siano una cosa sola” 26 Agosto 2023 (di Francesco Guerra)

Beato Domenico Barberi, “perché tutti siano una cosa sola” 26 Agosto 2023 (di Francesco Guerra)

26 agosto memoria del beato Domenico Barberi.

Prego perché tutti siano una sola cosa. Domenico nacque presso Viterbo il 22 giugno 1792 e morì missionario il 27 agosto 1849 a Reading vicino Londra in Inghilterra, dove era giunto otto anni prima fondando la missione passionistain quella nazione, dopo aver sentito nel cuore e aver lungamente pregato per quei carissimi fratelli “separati”. (dopo lo scisma anglicano)

Domenico pregando davanti al quadro della Madonna nella chiesa passionista di Vetralla aveva sentito nell’animo di pregare per l’unità dei cristiani in particolare per quelli dell’Inghilterra. Ispirazione poi confermata sempre in preghiera durante l’anno di Noviziato a Paliano, Frosinone e che poté finalmente realizzare nel 1840, quando dopo 26 anni da Roma partì come superiore di un gruppo di religiosi che prima fondarono un convento in Belgio e l’anno seguente in Inghilterra.

Dio aveva messo nel cuore di questo santo e intelligente religioso quell’anelito all’unità per il quale Gesù ha pregato incessantemente e ha offerto la sua vita. Come abbiamo ascoltato dal Vangelo di Giovanni “”perché siano una sola cosa Padre come noi siamo una sola cosa, Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai amato e mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me-

Gesù ha compiuto la sua missione terrena ma ha bisogno di discepoli per continuarla in ogni tempo e in tutti i luoghi per questo continua a pregare e a inviare e missionarie e testimoni del suo Vangelo “come tu hai mandato me nel mondo anche io ho mandato loro nel mondo; per loro Io consacro me stesso perché siano anch’essi consacrati nella verità. Non prego solo per questi ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola” A ciascuno di noi credenti Gesù affida la missione di pregare e di operare perché possiamo essere un cuor solo e un’anima sola, fratelli e sorelle che si rispettano e si amano.

Egli portando la croce si avviò verso il luogo detto del Cranio – Commemorazione solenne della Passione del Signore” – di Francesco Guerra, 17 Febbraio 2023

“Ed egli portando la croce si avviò verso il luogo detto del Cranio”
La famiglia passionista in questo venerdì prima della Quaresima celebra una propria festa “La Commemorazione solenne della passione di Gesù”.
La volle lo stesso San Paolo della Croce perché mentre intorno a noi si celebra il carnevale, i passionisti non distogliessero gli occhi e il cuore dal Crocifisso, da colui che ha saputo offrire la sua vita per noi, e proprio in questa ottica mi voglio soffermare sulla frase iniziale “Ed egli portando la croce si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota”

Il testo originario greco di San Giovanni ci presenta Gesù che prende l’iniziativa di portare quella croce: non sono i soldati che gliela mettono addosso ma lui la prende come abbracciandola, perché quella croce è uno strumento prezioso di salvezza.
San Tommaso d’Aquino così commenta questo brano “Che Cristo portò per sé la croce, è per gli empi e gli infedeli un grande ludibrio, ma per i fedeli e per gli uomini pii è un grande mistero: Cristo porta la croce come un re il suo scettro, la porta come un guerriero vittorioso il trofeo della sua vittoria”
E in effetti anche la scena seguente è una scena regale, ci mostra Gesù sulla croce al centro con altri due, e non è specificato che sono dei briganti, una a destra e uno a sinistra, con la dicitura “Gesù il Nazareno il re dei Giudei” che sembra più una scritta di esaltazione che di condanna.
Tutto questo concorre a dire a ciascuno di noi Gesù ha fatto questo liberamente, lo ha fatto per amore, lo ha fatto per me e per te.