Ordinazione Presbiterale di p. Andrea Deidda

Il primo di tutti i comandamenti. Commento alla XXXI domenica del T.O. di Giuseppe Adobati
Qual è il primo di tutti i comandamenti? Questo l’interrogativo che anima il dialogo del vangelo di oggi. Questo è l’interrogativo che vogliamo portare con noi in questa domenica.
Come cristiani sappiamo che i comandamenti sono il punto di riferimento per il nostro cammino, sono la strada, la via che ci permette anche di capire quando siamo realmente autentici, veri, sinceri e quando no. Dentro questo comando c’è innanzitutto un atteggiamento che viene richiesto che è quello dell’ascolto. Prima ancora di dire “ama”, siamo chiamati ad ascoltare. L’ascolto è l’attitudine, il mettersi davanti a noi stessi e soprattutto a Dio, riconoscere quello che Lui è, quello che noi siamo, riconoscere quello che lui ha fatto e fa per me, per noi, sentire quindi il mistero della nostra vita all’interno di questo clima.
All’interno di questo clima capiamo chi siamo noi: siamo figli, creature amate da Dio, e da lì nasce allora l’impegno ad amare, con quello che siamo, il Signore e, per come possiamo, i nostri fratelli e sorelle.
Questa è un’esperienza che diventa un comando, perché per i cristiani l’amore non è spontaneo e vediamo, purtroppo, quanti danni e tragedie fa questo amore “spontaneo” che nasce tra persone che all’inizio dicono di “amarsi” e poi spesso finiscono col dividersi, e, a volte peggio, con il violentarsi, con l’uccidersi.
Tutto questo perché si “amavano” ma di un amore superficiale. Ora l’amore vero è quello di Gesù che ci salva sulla croce. San paolo della Croce così si esprimeva: “Se ne stia nel seno di Dio, tutto nel suo nulla per perdersi ad abissarsi nell’infinito tutto, passando, però, per la porta deifica che è Cristo crocifisso, facendo proprie le sue pene amarissime. L’amore insegna tutto giacché la santissima Passione è opera di infinito Amore”.
La luce che splende. Commento alla XXX domenica del T.O. di Marco Staffolani 24 Ottobre 2021
Nonostante sia sempre Gesù ad andare verso il bisognoso del suo intervento, in questo vangelo egli si ferma a distanza e attende il cieco Bartimeo al quale domanda: «Che cosa vuoi che faccia per te?». Quello sentendosi chiamato risponde con il sogno della vita «Rabbunì, che io veda di nuovo». La sua condizione di non vedente lo aveva portato anche al resto, abbandonato sulla strada, escluso dalle relazioni con gli altri.
L’audacia nel chiedere un intervento così profondo svela non la pazzia della richiesta quanto la fede del richiedente. Seppur in mezzo alla folla lui sia l’unico non vedente, possiamo comunque dire che “ha visto giusto” riguardo alla potenza di Gesù, sicuramente meglio degli altri per i quali Gesù non si è dovuto fermare.
Altro segno che ci fa capire un cuore pieno di zelo e di abbondono in Dio è il mantello. Il cieco lo aveva come unico tesoro, per coprirsi e ripararsi nel sonno dal freddo. Eppure il mantello viene lasciato subito per fiondarsi da Gesù.
La risposta del Maestro è eloquente «Vai, la tua fede ti ha salvato». Attenzione non dice “guarito” ma bensì salvato confermando che ciò che Bartimeo ha chiesto è stata la guarigione fisica ma quello che ha ottenuto è oltre: gli vengono restituite anche la dignità e la speranza, e la relazione con gli altri.
Allargando lo sguardo, questo vangelo ci chiede di saper riconoscere i segni di vita e di risurrezione già presenti nella realtà terrena. Di accogliere Cristo con tutte le nostre forze quando passa a visitarci, e di accogliere quanti vengono nel suo nome, come quando la folla incoraggia Bartimeo ad alzarsi.
La sfida quotidiana è sempre quella di risorgere. Per quante avversità incontreremo, la fede ci dice che c’è ben altro oltre il peccato, oltre la morte, oltre la fine di questa vita.
Amore che non perde. XXIX domenica T.O., 17 Ottobre 2021 commento di Serenella Del Cinque
Mentre, con decisione, Gesù sale verso Gerusalemme annuncia per tre volte la sua
passione, come per scandire il ritmo del cammino. Gli apostoli, tutti, non capiscono
(Mc 8, 31-33; Mc 9, 30-37; Mc 10, 32-45). Marco nel suo Vangelo ogni volta registra
la loro incomprensione. Dopo il terzo annuncio della sua sofferenza e morte, sono
Giacomo e Giovanni a mostrare quanto il loro modo di pensare sia distante da
quello del Signore.
Giovanni e Giacomo che sono stati tra i primi a seguire Gesù (Mc 1,16- 20) si
avvicinano a lui e lo chiamano “Maestro”, come aveva fatto l’uomo ricco di cui ci ha
parlato il Vangelo di domenica scorsa (Mc 10, 17-22). Mentre il giovane è andato via
triste, i due fratelli lo seguono da tanto tempo, ma hanno la stessa mentalità.
Concepiscono il Regno come potere.
L’uomo ricco aveva almeno chiesto: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere
la vita eterna?» (Mc 10, 17). Mentre i due discepoli gli dicono: «Maestro, noi
vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo» (Mc 10, 35).
E Gesù gli risponde: «Cosa volete che io faccia per voi?» (Mc 10, 36). Ma loro non
sanno quello che chiedono.
Gesù sa che sulla croce – la sua vera gloria -, alla sua destra e alla sua sinistra ci
saranno due malfattori, crocifissi come lui. I due discepoli intendono la gloria come
successo, potere, splendore, mentre Gesù l’ha appena indicata nel servizio, nel dono
della vita, nell’essere rifiutato perché obbediente alla volontà del Padre.
Poco più avanti Gesù porrà la stessa domanda al cieco di Gerico, «Che vuoi che io ti
faccia?» (Mc 10, 51). Il cieco sa cosa chiedere.
Gesù con pazienza infinita, con amore infinito richiama ancora una volta Giacomo e
Giovanni e gli altri discepoli accanto a se, per chiamarli a conversione, per amarli,
per dargli la vita… per dirgli ancora una volta «adesso seguitemi e imparate la via
dell’amore “in perdita”, al premio ci penserà il Padre celeste. La via dell’amore è
sempre “in perdita”, perché amare significa lasciare da parte l’egoismo,
l’autoreferenzialità, per servire gli altri.
È la regola del cristiano – spiegava Papa Francesco all’Angelus -. Il messaggio del
Maestro è chiaro: mentre i grandi della Terra si costruiscono “troni” per il proprio
potere, Dio sceglie un trono scomodo, la croce, dal quale regnare dando la vita: “Il
Figlio dell’uomo – dice Gesù – non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la
propria vita in riscatto per molti” (v. 45)» (Francesco, Angelus, 21 ottobre 2018).
