+ p. Antonio Loreto

+ p. Antonio Loreto

Questa mattina, 20 novembre 2023, all’ospedale Cardarelli di Napoli è tornato alla case del padre

p. Antonio Loreto

a san Gabriele

I funerali si svolgeranno domani 21/11/2023 alle ore 12.15 nella parrocchia di S. Anna e S. Francesco in Afragola.

Padre Antonio di San Gabriele dell’Addolorata era nato il 4 febbraio 1942 ad Afragola (Napoli) nell’Arcidiocesi partenopea. Da piccolo entrò tra i passionisti nella scuola apostolica di Pontecorvo e dopo gli studi ginnasiali seguiti a Calvi Risorta entrò nel noviziato di Falvaterra, dove emise la professione religiosa il 27 settembre 1962 insieme ad altri confratelli, tra cui Nicola Casolaro e Carlo Cautillo.

Tra Ceccano e Napoli ultimò gli studi teologici, anche tra i padri Cappuccini di Sant’Efrem, in Napoli, a conclusione dei quali fu ordinato nella stessa Napoli il 18 marzo 1970, con i suoi compagni di studio, nella chiesa delle Monache passioniste. Da subito impegnato come vice direttore e vicario nella comunità passionista di Calvi Risorta e come vice parroco. Conclusa questa esperienza, i superiori maggiori lo destinarono a Napoli come vice parroco nella parrocchia di San Tarcisio, durante il periodo della guida parrocchiale di detta comunità, assunta dai passionisti del Convento di Santa Maria ai Monti. Parimenti svolse qualche impegno missionario.

Persona affabile, umile, di ampia cultura, è stato sempre apprezzato per il suo stile di vita di grande sensibilità umana e religiosa. Era un partenopeo doc e in questa città e nell’hinterland napoletano, specialmente nella sua Afragola ha svolto il ministero sacerdotale di animatore di vari gruppi ecclesiali. Ammalatosi di una gravissima malattia cerebrale, in questi anni, nonostante le sue sofferenze continuava a svolgere il suo ministero, nella comunità passionista di Napoli trovava il conforto necessario ed il supporto per la sua vita di consacrato passionista. Era stimato tantissimo dai fedeli, piccoli e grandi, della parrocchia di San Tarcisio, in cui ha dato molto del suo ministero sacerdotale. Ritiratosi nella casa paterna di Afragola, negli ultimi, anni è stato assistito amorevolmente dai propri cari, fino a concludere i suoi giorni, alla vigilia della festa della Beata Maria Vergine presentata al Tempio. Riposi in pace.

P. Antonio Rungi

“Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone” di Francesco Guerra

Domenica XXXIII settimana T. O., 19 novembre 2023

Dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi
beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi
partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così
anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un
solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi
hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele –
gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia
del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due
talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -,
sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un
uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e
sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e
raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando,
avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti.
Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello
che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

“Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone”
La parola talento oggi nel nostro linguaggio significa “dote naturalmente posseduta, abilità innata
nel fare qualcosa”. Questo significato gli è derivato proprio dalla parabola che abbiamo ascoltato
ora, perché il racconto evangelico invita a usare bene il dono ricevuto. In realtà al tempo di Gesù il
talento era una moneta e prima ancora era una unità di peso: circa 26 chili.
Poniamo attenzione quindi al fatto che il padrone della parabola “consegnò ai servi i suoi beni”,
consegnò loro una cifra enorme a ciascuno di loro. A noi può sembrare che il talento consegnato al
terzo servo sia qualcosa di insignificante, ma sono 26 chili d’argento che all’epoca valevano molto
più di ora.
Quindi il padrone della parabola, che rappresenta Dio, consegna ai suoi servi tutti i suoi beni perché
si fida di loro e affida loro ogni cosa. Dio si fida di noi e ci chiede la nostra collaborazione nella
costruzione di questo nostro mondo.
La cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi e agli altri è nascondere sotto terra il talento ricevuto.
La vita ci insegna che quando noi non utilizziamo i doni naturali e spirituali ricevuti non rimaniamo
uguali a prima: no! regrediamo, diventiamo insicuri, paurosi, tristi. Utilizzando bene le nostre
qualità e i doni, diventiamo più consapevoli delle nostre capacità e ci spingiamo avanti e costruiamo
una personalità più solida e fiduciosa.
Purtroppo, però, noi possiamo anche sciupare i doni spirituali: dopo un periodo di fervore e di
impegno cristiano possiamo rinnegare tutto e tornare indietro.
Solamente utilizzando i doni si cresce. Ecco perché il padrone della parabola dà al servo che ha
utilizzato bene i suoi talenti anche il talento dell’altro.
Non è Dio che mi toglie il dono ricevuto, è la vita che me lo toglie se non l’utilizzo bene.

“Ecco lo sposo, andategli incontro!” di Gianluca Garofalo, XXXII domenica T.O. 12 Novembre 2023

“Ecco lo sposo, andategli incontro!” è questo il grido che si leva nel cuore della notte della parabola che questa 32esima domenica ci presenta. “Uscire incontro” è la metafora più bella dell’esistenza umana, tutta la nostra vita è un’uscita finalizzata a questo incontro. Usciti dal grembo materno alla luce del sole, usciamo ogni istante da ciò che siamo a ciò che diventiamo, fino a quando usciremo dalla nostra vita per l’incontro definitivo con Colui che, da sempre, aspettiamo.

Noi usciamo nella vita e usciamo dalla vita con la nostra lampada, quella luce che abbiamo ricevuto nel Battesimo. La questione è se è accesa e se dentro c’è l’olio. Il problema della parabola è tutto sull’olio! Il senso della nostra vita è nell’avere l’olio o meno, cioè abbiamo quello spirito buono col quale andare incontro al Signore?

10 vergini è il numero della totalità, è il numero della comunità: tutta l’umanità esce incontro allo sposo, lo sappia o non, lo sappia, stolti o saggi che siano. Anche tutti andiamo incontro a lui è diverso l’essere stolti dall’essere saggi.

Nel Vangelo di Matteo lo stolto è quel credente che dice “Signore Signore”, ma non fa la volontà del Padre. Saggio è invece colui che costruisce sulla parola di Cristo attraverso il dono dello Spirito.

Quindi il problema non è l’incontro finale ma, già ora, come vado incontro. La domanda è: “Ora vado incontro con saggezza o con stoltezza”, saggezza e stoltezza sono due atteggiamenti non classificabili con categorie di persone, ma come lati della stessa medaglia: saggezza e stoltezza possono convivere entrambi nei nostri cuori.

Come riuscire a costruire sulla roccia? Come far luce a Cristo che viene?

A conclusione del Vangelo Gesù indica una via. La vigilanza, cioè essere attenti ora in modo tale che la nostra vita sia aperta al dono dello Spirito e alla comunione coi fratelli, per far luce a lui che quotidianamente ci incontra.

+ p. Fiorenzo Maria Calaciura

+ p. Fiorenzo Maria Calaciura

Alle ore 9 del 27 ottobre 2023, all’età di 89 anni, è tornato alla casa del padre

p. Fiorenzo Maria Calaciura

a Iesu Infante

Padre Fiorenzo al secolo Giuseppe è nato a Butera (CL) l’1febbraio 1934 da Giuseppe Calaciura e Nunziata Tabbi. Nel 1947 entra all’alunnato passionista di Borgetto (PA) frequentando le scuole medie statali. Terminate le scuole medie, inizia il noviziato ad Alessandria della Rocca (AG) ed emette la prima professione il 20 ottobre 1951.

Lo studio filosofico e teologico fu in parte a Manduria e poi si conclude a Tavernuzze (FI). Fu ordinato a Catania in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale il 10 settembre 1959. Dopo aver frequentato gli studi di Sacra eloquenza a Roma, è ritornato in Sicilia, occupando il ruolo di vice direttore dell’alunnato a Borgetto (PA). Nel corso degli anni ha ricoperto diversi incarichi e tra questi Superiore ad Alessandria della Rocca dal 1970 al 1974, a Borgetto-Monastero dal 1982 al 1986 e a Borgetto-Romitello dal 1990 al 1999 e dal 2003 al 2012. Fu anche Parroco della parrocchia san Paolo della Croce in Castellammare del Golfo dal 1999 al 2003 e della parrocchia Maria Ss. Addolorata del Romitello dal 2005 al 2011. 

Ma padre Fiorenzo si è distinto per il forte zelo Missionario svolgendo il ruolo di Consultore dell’Apostolato dal 1986 al 1998 e poi dal 2003 al 2007, ricomprendo in quest’ultima parte anche il ruolo di Vice-provinciale. Come Missionario e come membro di questa comunità di Borgetto-Romitello ha incrementato la devozione verso la Madonna Addolorata del Romitello, organizzando la peregrinatio dell’Addolorata nelle diocesi di Trapani, di Mazara del Vallo e di Monreale. Il suo essere sempre gioioso e sempre pronto a scommettersi lo rese molto vicino ai giovani, che lo cercavano come Direttore spirituale. Fu un’amante della musica, componendo Inni a san Paolo della Croce e alla Vergine Maria. La sua salute pur precaria negli ultimi anni lo aveva portato a rimanere nel silenzio del Romitello, offrendosi per quanti lo cercavano come Padre ed Amico. Lasciò questa terra per la casa del Padre e “cantare in eterno l’amore del Signore” nel silenzio del convento circondato dai confratelli che tanto aveva amato e tanto stimava.

 

Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo – di Gennaro Tanzola 5 Novembre 2023 – XXXI domenica del T.O.

il brano evangelico di oggi rimprovera tre gravi errori che svuotano la vita di fede cominciando dall’ipocrisia.

“Legano infatti i Fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente ma essi non vogliono muovere neppure con un dito”. Cristo intima “Giù la maschera” e cioè l’incoerenza delle nostre vite, sappiamo insegnare bene le cose anche con severità e di nascosto facciamo il contrario, con molta indulgenza verso le nostre debolezze, pretendiamo moralità dai figli e rimaniamo malissimo quando un bel giorno ci rinfacciano le nostre incoerenze la dissociazione insegnamento vita

il secondo Peccato rimproverato da Gesù ai farisei è la vanità dell’apparire: “tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente”: amiamo la nostra immagine ammirazione consensi e applausi la tengono patinata, ci sentiamo confortati dai giudizi favorevoli, siamo disposti a sacrificare molto per tutelare la nostra popolarità. Nel caso dei farisei Gesù contesta il loro culto vuoto esteriore, la teatralità nell’operare il bene, la pratica religiosa insidiata dal bisogno di essere visti.

terzo rimprovero: il gusto del potere. La paga dell’incoerenza e della vanità si concretizza nei posti d’onore nei primi seggi, in chiese e conviti, nei saluti, nelle piazze e nei titoli onorifici come quello di maestro. E’ chiaro che cristiani di tal fatta danno ragione all’invocazione paradossale del celebre teologo protestante Karl Barth: “Signore liberami dalla religione e dammi la fede”

Era così ai tempi di Gesù ed è così anche oggi con un aggravante che il nostro maestro e Signore Gesù ci ha dato sempre un esempio deciso chiaro pagato sulla pelle del vivere sempre da servo. Anzi è morto sulla croce proprio come il servo sofferente lui ci ricorda che non dobbiamo amare nessun primo posto non dobbiamo fare i “pavoni” ma tenere bene in mente che “chi tra voi è più grande sarà vostro servo” E allora è alzando lo sguardo a lui che possiamo purificare sempre le nostre intenzioni, tornare sempre all’incantesimo dei primi passi generosi, e affidare a Dio la volontà di perseverare poiché il vero potere è di chi è capace di servire siete tutti fratelli. Non fatevi chiamare padri e maestri.