la ricerca e l’incontro tra Gesù e Zaccheo. Commento di Marco Panzeri, al vangelo della XXXI domenica del T.O – 30 Ottobre 2022

COMMENTO LC 19,1-10

Il vangelo che oggi la liturgia ci offre ci racconta la ricerca e l’incontro tra Gesù e Zaccheo.

Zaccheo che cerca di vedere Gesù.

Gesù che cerca Zaccheo.

L’incontro che genera in Zaccheo un capovolgimento totale della vita e delle sue gerarchie.

Ci domandiamo: perché Zaccheo vuole vedere Gesù? Cosa lo spinge ad incontrarlo? Cosa manca a Zaccheo?

Eppure ha tutto: è ricco, ha potere, infatti è capo dei pubblicani è temuto.

Cosa gli manca? Gli manca la gratuità dell’amore.

Perché Zaccheo capovolge la sua vita? Perché Gesù non lo giudica, ma lo accoglie così com’è.

Non gli dice: so che sei un ladro, un idolatra, un disgraziato. Quando cambi vengo a casa tua. No, Gesù va a casa sua a prescindere da quale risposta possa ricevere da Zacheo. Va a casa sua perché vede che Zaccheo è infelice.

Nell’incontro con Gesù Zaccheo scopre che la felicità non sta nell’accumulare, ma nel donare.

Gesù ci ma così. Non a partire dalle nostre prestazioni religiose e morali. Non ci ama perché siamo delle brave persone.

Gesù vuole entrare nella nostra vita perché desidera vederci felici come lo è Lui.

Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano – commento di Giuseppe Adobati al vangelo della XXX domenica del T.O. 23 ottobre 2022

Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri

è importante sostare su questa motivazione, la motivazione per cui Gesù racconta questa parabola, la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio. è una parabola che riguarda la preghiera che riguarda quindi il rapporto con Dio, ma è una parabola che svela il senso della nostra identità, della nostra interiorità. Gesù fa capire che c’è un’intimità dove si nasconde una presunzione, una sicurezza, un sapere, un conoscere di noi, di Dio e degli altri che spesso è fuorviante, che spesso è sbagliato.

Ed è lì che deve arrivare la luce di Dio. Ed è lì che vuole arrivare questa parabola. Il fariseo effettivamente è uno che appare sicuro di sé, ma ha anche dei motivi: effettivamente è una persona degna di essere rispettata, degna di essere anche riconosciuta, per il suo impegno per la sua coerenza. Ma tutto questo purtroppo non lo porta a Dio, tutto questo è un circuito chiuso dove certamente lui manifesta di essere fedele, ma fedele a delle regole, a delle norme, che in realtà non lo aprono al mistero di Dio, non gli fanno capire chi è Dio e soprattutto Dio non entra nella sua intimità, e quindi nella sua intimità si nasconde questa presunzione di giustizia, di giudizio, che poi diventa effettivamente condanna disprezzo nei confronti degli altri.

Ecco allora l’invito: chi si umilia sarà esaltato. Lo diceva anche il nostro fondatore da giovane quando visse un ritiro a Castellazzo, prima ancora di essere religioso, che così scriveva: ho già inteso che l’abbassarsi sino sotto l’inferno, sotto i piedi dei demoni, allora Dio alza al paradiso, perché siccome il demonio volle alzarsi al più alto del paradiso e per la sua superbia fu gettato al più profondo dell’inferno, così viceversa l’anima che si umilia fin sotto l’inferno fa tremare il demonio, lo confonde e il sommo bene l’esalta al Paradiso

+ Fra Vincenzo Putignano

+ Fra Vincenzo Putignano

Nella mattinata del 20 ottobre 2022, presso l’Ospedale di a comunità di Cetraro (CS), è tornato alla casa del Padre

Fr. Vincenzo Putignano

del Costato di Gesù

I funerali si terrano venerdì 21 ottobre, alle ore 15.30 a Massafra (Taranto) nella Chiesa del Sacro Cuore.

Nato a Massafra (Taranto) il 7 aprile 1944 da Vito Antonio Putignano e Anna Rosa Maraglino, trascorse la sua vita nel lavoro dei campi sino a trenta anni. Conosciuti al suo paese natale i Passionisti, ricevette dal Signore un impulso che lo portò a rivedere la propria vita e aprirgli con generosità il suo cuore lasciandosi da lui amare. Da ciò la sua decisione di donarsi nella vita consacrata dell’Istituto dei Passionisti. Il 28 settembre 1974 iniziò il noviziato a Manduria con grande gioia ed entusiasmo e il 5 ottobre fu felice di emettere i voti e donarsi per sempre al cuore di Cristo Crocifisso aggiungendo al suo nome di Vincenzo il cognome religioso del Sacro Costato. Dopo la professione religiosa rimase a Manduria per un decennio. Qui fu impiegato nei servizi più umili, quali la pulizia della casa religiosa, che assolse con grande diligenza.

Il 28 agosto 1984 fu trasferito a Laurignano, dove è risieduto sino agli ultimi giorni della sua vita. La motivazione dei Superiori nell’assegnargli questa tale sede fu dettata dal dover sostituire quale questuante del Santuario Maria SS.ma della Catena, Fra’ Giuseppe Elia, ormai anziano, per la città di Cosenza e paesi dell’hinterland.

Non si sentiva portato per tale incarico, ma per ubbidienza lo abbracciò e lo svolse poi con impegno e anche vi si affezionò, sempre stimato e benvoluto da tutti coloro che annualmente visitava. Non limitava però il suo lavoro solo alla questua. Da quando è venuto a Laurignano, ha mostrato la sua passione per la coltivazione dei campi che aveva dovuto per un decennio abbandonare. Ha fatto rifiorire con tenacia, costanza e instancabile sacrificio il terreno del Santuario piantando alberi e coltivando ortaggi in abbondanza, contento di poterne far parte anche a benefattori del Santuario e a chi ne avesse bisogno.

Ricoverato nel Pronto Soccorso di Cosenza e poi per mancanza di posti trasferito all’Ospedale di Cetraro, dove avrebbe dovuto fare altri esami, per una sopravvenuta infezione alle vie urinarie il suo stato di salute si è rapidamente aggravato ed è qui deceduto la mattina del 20 ottobre.

p. Giuseppe Mirabelli

Abbi pietà! Commento di Marco Pasquali al vangelo della XXVII domenica T.O. Anno C, 9 Ottobre 2022

Le parole con le quali i dieci lebbrosi catturano l’attenzione di Gesù sono quasi le stesse che il nuovo messale ha introdotto e che ha inviato a professare all’inizio di ogni celebrazione. Infatti nel testo greco i lebbrosi dicono “Ἰησοῦ, ἐλέησον”, mentre noi riconoscendo la divinità di quel Gesù ci rivolgiamo a lui dicendo “Kύριε ἐλέησον”  che una volta dicevamo tradotto in italiano “Signore pietà”. 

La liturgia ambrosiana – quella usata nella diocesi di Milano – già da molto tempo usava le parole greche invece di quelle italiane, ma perché ora anche il Messale romano ci invita ad usarle nella versione originale? E’ forse una moda per rendere la liturgia un po’ più chic? 

In realtà questa scelta nasce dal desiderio di trasmettere il senso che il vangelo dava a questa espressione, solo parzialmente veicolato dall’italiano “avere pietà”. (mettere espressione francese!) 

Infatti con “pietà” intendiamo quel sentimento che nasce di fronte alla vista di una persona in qualche modo inferiore o in difficoltà che muove chi la prova a una sorta di partecipazione e commozione. 

Questo ha trovato molte sfumature nella tradizione europea, che vanno dalla nobiltà d’animo comunicata dalle varie “Pietà” (rappresentazioni pittoriche o scultoree) dove la Madonna e altri personaggi partecipano alla passione del Cristo accogliendo e custodendo il corpo esangue del Cristo, fino alla tragicomica espressione di Fantozzi che di fronte alla forza e prepotenza di coloro che a lui sono superiori per intelligenza, prestanza o semplice stato sociale invoca un sussurrata espressione che ci fa sorridere: “come è umano lei … abbia pietà”. 

Comunque la si veda è un movimento dal basso verso l’alto dove si invoca una benevolenza che da sola non sembra arrivare. Invece il verbo originale greco ἐλεέω, indica il movimento opposto: parte dall’alto, cioè da Dio che è misericordioso, e proprio per questo si fa affidamento a lui che saprà far scampare la persona dal problema che ha di fronte. 

Più che una richiesta di aiuto è una professione di fede in Dio che non resta chiuso nella sua grandezza, ma si china sulle sue creature per condividere con loro i suoi doni. 

Non diciamo allora “Signore pietà” per impietosirlo di fronte ai nostri mali in modo da ottenere da lui una sorta di “lasciapassare” per evitare i problemi, quasi che se non lo discesismo non otterremmo da lui suoi favori e ci tratterebbe con indifferenza. 

E’ invece la dichiarazione del fatto che confidiamo in lui che è pieno di pietà e questo è la fonte della nostra gioia e sicurezza nel nostro procedere. 

Tornando all’immagine della Pietà allora, questa espressione viene visivamente tradotta dalla figura di Maria che testimonia così il volto materno di Dio, che sostiene quel Cristo che ha preso su di sé tutti nostri problemi e malattie e ci assiste sempre in questo perenne abbraccio benedicente.