La prima domenica dell’anno viene a proporci quello stesso vangelo – il prologo di Giovanni – che abbiamo letto nella messa del giorno di Natale. Questo brano, che contiene quasi tutti i temi fondamentali della rivelazione, ci viene a ricordarci di una novità che è entrata nella storia: Dio si è fatto uomo e da questo momento la sua gloria diviene visibile attraverso quella carne che di per sé non è Dio, ma che diventa non solo trasparente alla rivelazione del divino, ma anche strumento di mediazione per entrarci in relazione efficace.
La nascita del successore di un Sovrano, veniva sempre accolta con gioia dal popolo: non solo perché si aveva la possibilità di partecipare ai festeggiamenti, ma perché quella nuova vita rappresentava la speranza che quei difetti e quelle manchevolezze nel sovrano precedente sarebbero state sistemate una volta che il potere sarebbe passato in mano a questa nuova persona che avrebbe avuto quanto meno una mentalità più moderna (diremmo oggi).
Ma questa nascita assume un significato diverso nel caso di Gesù; infatti in Dio non c’è nessuna forma di manchevolezza (altrimenti non sarebbe Dio), anzi si parla di quella stessa “pienezza di grazia e di verità” che sono propri di Dio e che lo scrittore ha avuto l’occasione di vedere nella persona di Gesù.
Per prima cosa queste qualità non restano chiuse nella sua persona, come invece accadeva nel caso della famiglia reale dove il benessere circolava all’interno della sua famiglia e gli altri – se andava bene – potevano solo sperare in qualche ricaduta positiva. Nel caso di Gesù questa pienezza è un dono che viene ricevuto da tutti coloro che scelgono di parteciparvi – i credenti appunto – che la sperimentano in diverse occasioni della loro vita questa pienezza.
Ci accorgiamo di questo annuncio quando andiamo a tradurre un po’ più fedelmente all’originale l’espressione “grazia su grazia”. La parola χάρις è strettamente legata ad un’altra dal suono simile χαίρω, che è quella usata dall’angelo nel saluto Maria (che traduciamo in latino con “Ave”) e che rappresenta un invito ad esultare di gioia. La parola “grazia” indica infatti la capacità di cogliere quella gioia che si diffonde da una bellezza e positività già presente.
E’ un po’ come accade con la presa elettrica: non basta che ci sia la corrente, ma occorre che si abbia la spina giusta per poterne usufruire.
La grazia è quell’ “adattatore” che ci consente di far entrare questa energia dentro di noi. Ma questa non è un qualcosa che riguarda solo i tempi passati, coloro che hanno potuto assistere all’evento e di cui noi oggi celebriamo il ricordo. Infatti tra i due termini χάρις e χαίρω troviamo la particella ἀντὶ che nell’uso che ne fanno gli autori biblici significa “prendere il posto”: le sfide della vita sono sempre nuove e per questo ci viene data sempre una “nuova grazia” per tirare fuori la gioia e l’energia da qualunque evento, in modo che possa essere inserito all’interno di questo movimento vitale rappresentato dalla presenza del divino in mezzo noi.
E’ allora un augurio da tenere sempre in considerazione all’inizio di un nuovo capitolo per essere consapevoli di questo dono, per vivere la missione di far rientrare persone viventi all’interno di questa gioia fondamentale di cui ci viene fatto dono nella persona del Cristo.
Gesù è ritrovato dai genitori nel tempio in mezzo ai maestri. Gesù come tutti i maschi ebrei adolescenti 12 anni allora, 13 anni oggi compie il rito del bar mitzvah, il figlio del precetto. Egli entra nel mondo degli adulti e può in quanto tale partecipare a tutti i riti religiosi e civili. Questo vangelo di Luca vuole evidenziare, tra gli altri, questi aspetti che meditiamo. La famiglia di Giuseppe e Maria e Gesù sale a Gerusalemme per la festa della pasqua ebraica.
L’evangelista non vuole sottolineare che questa è una brava famiglia, ma che a Gerusalemme inizia e si compie la missione di Gesù quando in un’altra Pasqua egli morirà e dopo tre giorni risorgerà. I suoi genitori lo perdono per 3 giorni qui non c’è solo l’angoscia per un figlio perduto, ma viene già anticipato il dolore e lo smarrimento per una morte di cui non si comprende il senso, se non dopo tre giorni, quando risorgerà facendo sentire nell’animo meraviglia e speranza nello stesso tempo.
Gesù seduto in mezzo ai rabbini mentre li ascoltava e li interrogava: è già presentato come il nuovo maestro. Anche se si comporta con molto rispetto e attenzione se intravede già la sua sapienza che stupisce tutti e inoltre c’è sì una famiglia terrena che Gesù rispetta e ama stando loro sottomesso, ma egli ha soprattutto come dice un Padre di cui si deve occupare e del quale ricerca continuamente la volontà per compierlo.
oggi è la festa della santa famiglia di Nazareth e da essa traiamo esempio e forza per vivere in semplicità e coraggio la nostra specifica vocazione in riferimento a dio Padre e cercando di interpretare la sua volontà alla luce degli avvenimenti che viviamo.
In questo giorno santo ci lasciamo aiutare nella nostra riflessione da Sant’Agostino e da San Leone Magno Papa. Essi celebrano due aspetti di questo Natale: Sant’Agostino illumina ciò che il Signore ha fatto per noi rendendosi vicino facendosi uomo; San Leone Magno invece ci invita alla gioia perché questa prossimità massima del Signore significa per noi salvezza!
Ecco cosa dice il vescovo di Ippona: Il Signore Gesù volle essere uomo per noi. Non si pensi che sia stata poca la misericordia: la Sapienza stessa giace in terra! In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1,1). O cibo e pane degli angeli! Di te si nutrono gli angeli, di te si saziano senza stancarsi, di te vivono, di te sono come impregnati, di te sono beati. Dove ti trovi invece per causa mia? In un piccolo alloggio, avvolto in panni, adagiato in una mangiatoia. E per chi tutto questo? Colui che regola il corso delle stelle succhia da un seno di donna: nutre gli angeli, parla nel seno del Padre, tace nel grembo della madre. (Disc. 1 per il Natale, 1-3; PL 54, 190-193)
E continuiamo con la voce di San Leone Magno:
Riconosci, cristiano, la tua dignità! Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita.
Da ultimo non terrò nascoste le parole del mio fondatore San Paolo della Croce, che lega il Natale alla Pasqua, attraverso la pittura (che abbiamo messo anche in copertina di questi tre minuti) in cui il Bambino riposa sul nudo legno della croce:
Vorrei che celebrasse il s. Natale nella povera stalla del suo cuore ove nascerà spiritualmente il dolce Gesù. Presenti questa povera stalla a Maria Ss.ma e S.Giuseppe, acciò l’adornino di virtù, affinché il dolce Bambino vi stia bene. Molti anni or sono io avevo un bel Bambino dipinto sopra una carta di Germania, che se ne dormiva placidamente sopra una croce. Oh! quanto mi piaceva quel simbolo! Lo diedi ad una persona crocifissa, ma di santa vita, la quale fu diretta da me finché visse e fu un’anima delle più virtuose e di altissima contemplazione chi’io abbia conosciuto, e morì in concetto di santa. Io volevo, come bramo a lei, che quell’anima fosse bambina per semplicità e purità, dormisse sopra la croce del dolce Gesù. Dunque lei nel s. Natale, che avrà il Bambino nel suo cuore, tutta trasformata in esso per amore, dorma con lui nella culla della Croce e alla divina canzonetta che canterà Maria Ss.ma, lei si addormenti col divin Bambinello, ma fatta un sol cuore con esso. La canzonetta di Maria Ss.ma sarà: Fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra, l’altra strofetta sarà: Operare, patire e tacere, la terza strofetta sarà: Non ti giustificare, non ti lamentare, non ti risentire. Che ve ne pare, Suor Angela Maria Maddalena, di questa canzonetta? Imparatela bene, cantatela bene dormendo su la Croce e praticatela con fedeltà, che vi assicuro vi farete santa. (Lettere III, 604)
“Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”
Così si chiude il vangelo di oggi che ci presenta l’incontro tra Maria e la cugina Elisabetta è un incontro tra due donne due donne in attesa di un figlio. E’ l’incontro tra due parenti e l’incontro soprattutto tra due donne che sono segnate, abitate dallo Spirito Santo.
Le parole e i gesti esprimono la capacità di riconoscersi come persone illuminate, baciate dalla presenza del Signore: Elisabetta riconosce in Maria la presenza del Figlio di Dio, riconosce in Maria colei che ha ascoltato, colei che ha accolto la parola del Signore, colei che si è fidata.
Maria riconosce in Elisabetta quel segno che l’angelo le aveva indicato, il segno dell’agire di Dio, il segno dello stile di Dio che nella storia entra attraverso questo tempo, del processo della vita, il tempo della pazienza, il tempo della fiducia. C’è un entrare nella storia con delicatezza, ma al tempo stesso con fiducia e questo è ciò che queste due donne testimoniano.
Ecco allora l’invito a guardare per noi, al nostro tempo, anche al nostro futuro come un tempo illuminato dal Signore e per fare questo abbiamo il dono della parola di Dio che è l’annuncio che ogni giorno ci è rivolto, che siamo chiamati ad accogliere e da lì nasce l’invito alla fede e l’invito all’accoglienza, l’invito alla testimonianza e tutto questo procura la gioia.
Quella gioia che viene testimoniata dal fremito di Giovanni Battista nel grembo di Elisabetta: questo sentire che Dio non si è perso, Dio non si è stancato, Dio non è semplicemente imbarazzato dalla complessità della storia, ma Dio è fedele e Dio porta avanti misteriosamente la sua vicenda che diventa vicenda di storia e di salvezza.
Chiediamo al Signore di poter essere portatori di questo riconoscendo il mistero che c’è dentro la nostra storia e riconoscendo che per ciascuno di noi c’è questa chiamata alla fede attraverso l’ascolto della parola di Dio.
P. Davide Costalunga I’ 8 dicembre 2021, presso il duomo di Como è stato ordinato Diacono da Mons. Oscar Cantoni Vescovo di Como. (nella foto il primo sulla destra)
Utilizziamo i COOKIES per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.