Il vangelo proposto oggi dalla liturgia domenicale è composto da due insegnamenti di Gesù, il primo sulla fede e il secondo sul servizio. Quanta fede dobbiamo avere? Ne basta pochissima, quanto il piccolissimo seme di senape, ma è necessario che sia autentica, perché come la senape diventa un alberello dove si possono poggiare anche gli uccelli (Marco 4,32), così l’autentica fede può trasportare un albero o una montagna. Fede in Gesù che è il Signore del cielo e della terra e ci ha detto che noi possiamo chiedere nel suo nome al Padre del cielo qualsiasi cosa ed Egli ce la concederà e possiamo fare cose anche più grandi di quelle che ha fatto Gesù (Giovanni 14,12-14). È vero? È proprio possibile? Sì, gli apostoli hanno evangelizzato territori molto più vasti di quelli percorsi da Gesù e compiuto miracoli straordinari. Tanti santi hanno fatto cose altrettanto stupende: perché meravigliarci? Le parole di Gesù sono sempre vere: i miracoli avvengono anche oggi. Il problema siamo noi, che ci siamo lasciati contagiare da questo mondo scientista che crede di sapere tutto e risolvere tutto e in realtà ha perso la bussola dell’orientamento e non sa più dove sta andando. Noi non sappiamo più perché continuiamo a correre e ad affannarci e siamo sempre in ansia senza trovare la pace. Fede ci dice Gesù. La seconda parabola è sul servizio: che comporta essere discepoli di Gesù? Essere operai del Regno di Dio che donano se stessi per servire Dio e i fratelli, con umiltà e dedizione, senza presunzione, con fedeltà, sapendo che “siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare”, come dice Gesù. Inutili, nel senso che abbiamo fatto il nostro dovere, niente di più ed inoltre consapevoli che senza la grazia di Dio tutte le nostre opere sarebbero veramente inefficaci, ma collaborando con Lui ogni azione diventa realtà nuova e bella. Con Gesù tutto possiamo.
C’era un uomo ricco che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo. Si nota anzitutto che quest’uomo è senza nome, è definito unicamente da ciò che possiede. Egli ammassa bene per sé, come se avere molte cose potesse impedire l’evento che lo attende al termine della sua esistenza, Non si accorge della presenza alla sua porta di un povero di nome Lazzaro, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla sua tavola.
C’era solo una porta che divide il ricco dal povero. Eppure quella porta sembra dividere le due realtà, tra ricchezza e povertà . Per il ricco questo povero è inesistente, mentre notiamo che solo i cani lo avvicinano,
La scena che ci viene descritta serve per preparare la seconda sezione, dove le parti sono invertite, dove a essere questa volta fuori casa sarà il ricco epulone. Ma sentiamo cosa ci dice ancora la parola: un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo Morì anche il ricco e fu sepolto stando negli inferi, Fra i tormenti alzò gli occhi e vide da lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse padre Abramo abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua perché soffro terribilmente in questa fiamma” ma Abramo rispose “Figlio ricordati che nella vita Tu hai ricevuto i tuoi beni e Lazzaro i suoi mali, ma ora in questo mondo lui è consolato e tu invece sei in mezzo ai tormenti “.
Il ricco ha goduto dei suoi beni in vita Lazzaro invece ha patito. Ora abbiamo notato che le cose si sono invertite. Ciò che emerge non sono tanti beni in sé ma l’incapacità che il ricco ha avuto nel non accorgersi del bene che era il fratello nel momento del bisogno. Questo ricco non ha fatto entrare in casa sua il povero Lazzaro ma ha tracciato una sorta di confine invalicabile che è quanto ora subirà anche lui.
Gesù desidera farci capire che nella vita può sempre esserci un momento in cui è troppo tardi e di fatti il ricco epulone chiede ad Abramo di mandare Lazzaro dai suoi familiari. Allora vuol dire che il ricco aveva visto Lazzaro ma non gli ha prestato attenzione e questo lo si coglie anche nella richiesta che poi il ricco rivolge ad Abramo “ti prego manda Lazzaro dai miei fratelli” e qui Gesù ricorda che ci sono già i profeti, c’è la già la Parola di Dio (nella Legge e noi abbiamo anche la parola del Vangelo) che è chiara!
Se uno ha ricchezze nel mondo e vedendo il proprio fratello nel bisogno, chiude il cuore, come può l’amore di Dio rimanere in lui? Il Signore ci dà un tempo opportuno che è questo! Questo è il momento favorevole, il giorno della salvezza! Sì perché ieri non c’è più, domani è nelle mani della Provvidenza, ma oggi è il tuo e il mio momento favorevole. per aprire gli occhi, per cambiare, per convertirsi, per ascoltare, per vedere, per stare dalla parte dei poveri. Sì, perché stare dalla parte dei poveri è stare dalla parte di Dio.
Frase chiave “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”
Tale è il desiderio di sconfiggere la morte, il vero nemico dell’uomo, che nonostante il bagno di iper-razionalità del 900 il nostro immaginario è pieno di esempi che cercano di sbirciare il mistero di quello che si cela “al di là” cercando però di comprenderlo con le categorie che abbiamo al di qua. Così ci troviamo oramai in compagnia di figure che cercano di rappresentare chi è tornato dalla morte, alcune poco rassicuranti come quella degli Zombie, dove il corpo continua a funzionare come una macchina semovente animata solo da quegli istinti primordiali che hanno caratterizzato quelle persone quando erano in vita, quasi che quella ne fosse l’essenza, come abbiamo visto nella produzione di George Romero che li vede prendere i carrelli e fare la spesa ai centri commerciali. Al lato opposto poi troviamo James e Lily Potter i genitori del maghetto Henry, che in quasi ogni suo film, intervengono direttamente a salvarlo (come nel suo primo scontro con Voldemort quando le bacchette entrano in risonanza fanno da scudo permettendo al figlio la fuga) o indirettamente come loro proiezione frutto del famoso incantesimo Incanto Patronus che lo proteggeranno dai Dissennatori. Ecco che appaiono come figure ultraterrene a risolvere problemi terresti. In mezzo a questi due poli troviamo una figura meno “astratta” e più simile al passo evangelico, all’interno del buon vecchio Games of Thrones – o il Trono di spade se preferite -, anche se in un segmento di trama al di fuori della penna del suo creatore George R. R. Martin. Si tratta ancora del nostro Jon Snow che viene riportano in vita da dopo che è stato tradito e ucciso dai suoi compagni: raccontata così la somiglianza con Gesù è palese. Come la resurrezione di Gesù è stata in qualche modo “preparata” da quella di Lazzaro, così quella di Jon era stata presupposta dalla presenza dei sacerdoti del Dio del fuoco: avevamo già visto come Thoros di Myr, il Sacerdote Rosso, seguace del Signore della Luce e membro della Fratellanza Senza Vessilli, riesce più volte a risuscitare Beric Dondarrion, allo stesso modo la misteriosa sacerdotessa Melisandre farà per il Nostro. Ma le somiglianze finiscono qui: sono infatti tentativi di riportare all’interno nel nostro modo di pensare una realtà che gli sfugge. Bisogna ragionare al contrario: lasciarci guidare dalla novità introdotta dalla resurrezione e partire da qui per comprendere il mondo che ci circonda. Infatti Gesù non torna ad essere quello che era prima: è lui, ma allo stesso tempo ci sono cose in lui che vanno oltre. Non solo, ma la resurrezione di Gesù non è un caso speciale o la prova di forza di un Dio che vuol far vedere che ha i muscoli; piuttosto è il destino di ogni uomo, che in Gesù vede la sua prima realizzazione: la “primizia”. Se in tutti questi esempi chi torna dalla morte sembra aver “perso” qualcosa, quasi che nello sforzo – più o meno consapevole – di attraversare questo famoso abisso che separa i vivi dai morti, Gesù non solo appare consapevole e padrone di sé, ma in lui tutte le sue potenzialità appaiono fiorite. Questo perché questo abisso è l’infinità di Dio stesso: sebbene sia fuori dalla nostra portata è lui a chinarsi su di noi e quindi la sua credibilità non potrà che trovarsi nell’accoglierlo nella nostra vita e lasciarci da lui invadere.
Avere un amministratore era una situazione normale nella civiltà palestinese. Nella Galilea ve ne erano molti, e alcuni erano anche stranieri. L’amministratore gestiva gli affari del proprietario. Improvvisamente quello della parabola è accusato di sperperare i beni del suo padrone e di colpo è destituito e deve rendere conto della sua gestione. L’amministratore comincia a pensare al proprio futuro: le ipotesi di impietosire il padrone per fargli cambiare idea o di cercare lo stesso lavoro presso un altro padrone sono escluse a priori. Piuttosto conclude che non se la sente di zappare, e si vergogna di mendicare. Ci sarebbero senza dubbio altri mestieri a cui poteva dedicarsi, ma pensa ad una soluzione più immediata: i debitori del suo signore saranno i suoi immediati futuri benefattori. Dunque fa venire i vari debitori uno per uno, e sconta i loro debiti verso il padrone, usando il potere che gli rimane per alcuni giorni. I debitori potrebbero essere mezzadri in ritardo con la consegna del raccolto o piuttosto mercanti ai quali è stata anticipata la merce. In ogni caso il vantaggio che traggono dalla manovra, serve a farsi amico l’amministratore disonesto. Infine, ad essere lodata dal padrone non è certo l’ingiustizia, bensì l’accortezza dell’amministratore disonesto, altrimenti detta furbizia: egli ha saputo garantirsi il suo avvenire nel poco tempo rimastogli a disposizione. La stessa accortezza la devono avere i figli della luce, che forse in questo devono, inauditamente, imparare dai figli di questo mondo. Si tratta di un invito a sfruttare la ricchezza per farsi degli amici condividendola con i poveri. Alla morte, quando la ricchezza non sarà più di aiuto, questi poveri aiuteranno ad entrare in cielo.
Riguardo poi alla ricchezza le vicende della vita sono sempre progressive, e in ogni cosa c’è da imparare. Anche nella gestione delle piccole cose (quel poco evangelico) occorre cercare la virtù, perché questa poi ci aiuterà a fare bene quando Dio ci affiderà il molto. Questo ci fa capire che il denaro, gli investimenti, il trading on line, o altre cose inerenti i patrimoni mobili o immobili, e le manovre finanziarie non sono intrinsecamente negative, non sono intrinsecamente “idoli” o “pratiche idolatriche”, ma lo diventano nel momento in cui la persona si dimentica di Dio a causa di essi, L’incompatibilità allora non è tanto tra Dio e la ricchezza, ma essa si produce nella volontà e nel cuore dell’uomo. E’ il cuore, con le sue scelte fondamentali, che non deve essere diviso. Il pericolo della ricchezza è che l’uomo finisca con l’innamorarsi di essa, lasciando l’unica vera “ricchezza” del cristiano che è Dio stesso. Per questo ricordarsi sempre dei poveri permette al cuore di non attaccarsi a quanto è conveniente condividere.
Conosciamo bene il brano evangelico di oggi, che viene chiamato il Vangelo nel Vangelo! Con questa parabola Gesù chiama tutti a conversione. Quella più difficile, infatti, non è la conversione del peccatore, ma quella del giusto, di chi si crede giusto ed è chiamato a cambiare vita: dalla giustizia alla misericordia. Spesso infatti, forse inconsapevolmente, pensiamo che Dio ci salvi perché siamo bravi, come il figlio maggiore osserviamo le regole, facciamo quello che serve, non ci allontaniamo da casa.
Lo fa il figlio minore che pensa che tutto questo lo limiti e che sia meglio andarsene che fare una vita falsamente riverente, senza piacere, senza libertà, senza novità. Egli intende la libertà come fare quello che vuole. E così fa. Cerca la vita: ma pian piano si rende conto che quella non è vita. È una vita al di sotto di quella dei porci.
Lo fa anche l’altro figlio rimasto a casa, la sua invidia nei confronti del fratello dimostra che sogna di prendersi tutte le libertà, ma non ne ha il coraggio, è rancoroso non solo nei confronti del fratello ma soprattutto verso il padre.
Benedetto XIV, commentando questa parabola con i ragazzi dell’Istituto penale per minori di Casal del Marmo a Roma, in una cappella dedicata proprio al Padre misericordioso, invitava a fare attenzione, e a capire cosa è la libertà e cosa è solo l’apparenza della libertà. «La libertà – diceva – è un trampolino di lancio per tuffarsi nel mare infinito della bontà divina, ma può diventare anche un piano inclinato sul quale scivolare verso l’abisso del peccato e del male e perdere così anche la libertà e la nostra dignità» (Benedetto XVI, Omelia, 18 marzo 2007).
Entrambi i figli hanno una falsa immagine del Padre: un padre che limita la libertà e dal quale è necessario “meritare l’amore”. Il Padre invece ama gratuitamente. L’amore non si può meritare: o è gratuito o non è amore!
Il Signore questa domenica ci invita ancora una volta a lasciarci amare, a riconoscere il suo amore, ci invita a gioire e a fare festa con lui nell’Eucaristia: amore totalmente donato per noi, mare infinito della sua bontà. Figli teneramente amati.
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