Parlare di beatitudine potrebbe far pensare ad una sicurezza economica, affettiva, di stabilità assicurata nell’avvenire. Ma il vangelo non ha mai riposto (completamente) le sue speranze nell’oggi terreno o nelle forze finite degli uomini.
Colui che segue Cristo ripone tutta la sua speranza in Lui, e volge lo sguardo alle cose di lassù non a quelle della terra. Nel giorno in cui la chiesa celebra la festa di tutti i santi, ci ricorda che noi pure siamo in cammino verso il cielo.
Le beatitudini sono allora la magna carta del cristiano, che lo guidano lungo il viaggio. Verso Cristo si va meglio se “leggeri”, poveri in spirito, concentrati sull’essenziale che è conoscere Cristo e il vangelo. La ricchezza terrena non è un disvalore in sé, piuttosto come ogni altra cosa che può appesantire il cuore, deve essere tolta se diventa una zavorra (se impedisce il cammino). Beati quindi coloro che vivono con saggezza e sobrietà, sia nella prosperità che nelle ristrettezze, perché saranno sempre trovati pronti dal Signore alla sua chiamata.
Beati anche coloro che compatiscono le situazioni e sanno farsi prossimi ai sentimenti di gioia e di dolore degli altri. Beati coloro che non si arrendono davanti all’ingiustizia e cercano di portare equità ove la disparità genera sofferenza ed incomprensione. Beati quelli che usano la misericordia e non la sufficienza della legge, perché hanno fatto del perdono la loro bandiera, dell’accoglienza il loro stile di vita. Beati i puri di cuore, perché molti ritroveranno in essi la semplicità e la trasparenza della verità. Beati coloro che si fanno ponti tra situazioni distanti e ferite, per portare la pace di Dio a scapito del loro riposo e della loro salute. Beati tutti costoro, non per il loro faticare sulla terra, ma perché ad essi è promesso il regno dei cieli.
In portoghese:
Meditação para a Solenidade de todos os Santos (1 Novembro)
Nos nossos dias falar de “bem-aventurado” o “abençoado” pode-nos levar a pensar em segurança económica, afetiva, e de estabilidade segura para o futuro. Mas o Evangelho nunca deu uma resposta às esperanças da humanidade considerando somente o momento atual e a força finita dos homens.
Quem segue Cristo coloca toda a sua esperança Nele, e tende a olhar para as coisas do alto e não para as da terra. No dia em que a igreja celebra a festa de todos os santos, recorda-nos que também nós estamos no caminho para o Céu.
As bem-aventuranças são por isso a magna carta do cristão, que o guiam durante esta viagem terrena. Caminhamos melhor em direção a Cristo quando a bagagem é leve; quando sendo pobres de espírito, estamos concentrados no essencial que é conhecer Cristo e o Evangelho. A riqueza terrena não significa que não tenha valor; mas como tantas outras coisas pode tornar o coração do homem mais concentrado em si mesmo; por isso devemos refletir sobre ela quando nos impede de caminhar na estrada rumo ao Céu.
São considerados “bem-aventurados” aqueles que vivem com sabedoria e simplicidade, seja na prosperidade ou na tristeza; porque serão sempre encontrados pelo Senhor, quando Ele os chamar a Si. São “bem-aventurados” também aqueles que partilham situações nas quais sabem reconhecer os sentimentos de alegria e de dor dos outros. “Bem-aventurados” são aqueles que não se deixam vencer pelas injustiças e procuram a equidade onde a desigualdade gera sofrimento e incompreensão. “Bem-aventurados” os que usam a misericórdia e não se limitam ao uso das leis, porque fazem do perdão a sua bandeira e do acolhimento o seu estilo de vida. “Bem-aventurados” os puros de coração, porque neles muitos encontrarão a simplicidade e a beleza de uma vida transparente. “Bem-aventurados” aqueles que se fazem próximos de quem está distante e sofre; e que por meio da oração e de palavras de conforto e esperança procuram levar-lhes a paz de Deus, de modo a que vivam com serenidade as fragilidades na saúde e se preparem com confiança para o encontro com Deus.
Concluímos então que são bem-aventurados todos aqueles que vivem com o desejo de alcançar a promessa do Reino dos Céus, sem pensar nas fadigas, incompreensões e tristezas que suportam nesta terra.
Ci troviamo di fronte ad un passo fondamentale del Vangelo ed infatti non a caso qui viene riportato quello che è “il grande e primo comandamento” (μεγάλη καὶ πρώτη ἐντολή) attenzione non il “più” grande, perché non è il primo di una graduatoria di cui è il migliore, ma quello che è il primo perché è a fondamento degli altri, cioè rende possibile qualunque forma di relazione con Dio e con il prossimo, che per gli ebrei erano appunto veicolati dalla “Legge”.
Però invece di parlare del contenuto di questa parola di Gesù, cioè che vuol dire “amare con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”, si concentreremo sul suo aspetto formale. Papa Benedetto ci ha parlato come qualunque forma di amore, anche quella nei confronti di Dio, è composto si eros (amore che esprime un bisogno) e agape (amore che dona). Gesù sta usando il verbo ἀγαπάω quindi si sta riferendo al secondo e sta affermando che non è spontaneo, ma è espressione della volontà e della libertà dell’uomo e quindi soggetto ad una crescita e maturazione.
Infatti dal momento che Giovanni Apostolo afferma che “ὁ θεὸς ἀγάπη ἐστίν” (1Gv 4,8), (cioè Dio è agape) questo amore deve poter respirare di eterno; non basta avere dei sentimenti di benevolenza nei confronti di qualcuno per poterlo chiamare amore. Questi infatti possono al massimo abbracciare quel passato che ha determinato la persona e al massimo il suo presente, ma non sono sufficienti per comprendere il suo futuro dove esprimerà la sua volontà e libertà. Si tratta di saper vedere quel “progetto” di amore e di vita che si delinea “dietro” la persona e abbracciarlo, promuoverlo e aiutare a coltivarlo.
Questo vale tanto per Dio quanto per qualunque altra persona; anzi è proprio questo quello che fa dell’oggetto delle nostre attenzioni una vera e propria persona. Questa capacità però non è spontanea, ma frutto di uno sguardo abitato alla trascendenza, ad andare oltre il momento per saper cogliere l’eterno nel tempo.
Dalle “ Lettere “ di san Paolo della Croce, sacerdote (Lett. I, 296, 315)
Mi sento bruciare dal desiderio di amare sempre di più il mio Dio
Grandi cose vorrei dirvi, ma chi non ama non sa parlare d’amore: questo è un linguaggio che è insegnato solo dall’amore. Ascoltate l’Amante divino e lasciate che ve lo insegni lui. Io vorrei incenerirmi d’amore. Ah, che non so parlare! Vorrei quello che non so dire. Mio grande Iddio, insegnatemi voi come debbo dire. Vorrei essere tutto fuoco di amore; più, più: vorrei saper cantare nel fuoco dell’amore e magnificare le grandi misericordie, che l’increato Amore concede all’anima vostra.
Ma ditemi, figliola mia, non è forse doveroso che il povero vilissimo vostro padre sia grato a Dio delle grazie grandissime che egli concede alla figlia? Così è, ma io non so come fare: vorrei e non so. Spasimare di desiderio di più amare questo gran Dio, è poco; incenerirmi per lui, è poco; come faremo? Ah! meneremo una vita in continue agonie di morte d’amore per il nostro Amante divino. Ma credete che io abbia detto bene? No, perché vorrei dire di più e non so. Sapete come mi consolo un po’? Nel compiacermi che il nostro grande Dio sia quell’infinito Bene che è, e che nessuno possa lodarlo ed amarlo abbastanza come merita. Godo che egli ami infinitamente se stesso, godo dell’essenziale beatitudine, che ha in se stesso, senza aver bisogno di nessuno.
Ma io sono pazzo. Non sarebbe meglio che come una farfalletta mi slanciassi tutto nelle amorose fiamme, ed ivi in silenzio d’amore restassi incenerito, sparito, perso in quel divin Tutto? Ma questa è opera d’amore ed io sempre più mi rendo indisposto con la mia cattiva vita a questa perdita felicissima d’amore. Voi intanto state a tavola ed il povero vostro padre muore di fame. Bella cosa! La figlia al banchetto, mentre il povero padre mangia solo un pezzo di pane duro, nero e senza un po’ da bere. Riflettete bene che ormai le mie viscere sono tanto inaridite che i fiumi non bastano a dissetarmi; se non bevo ai mari, non mi levo la sete. Ma avvertite che voglio bere ai mari di fuoco d’amore. Ditelo allo Sposo divino: non partite da lui e non cessate di supplicarlo giorno e notte, finché non abbiate ottenuto il rescritto favorevole per tutti e due.
Vorrei che venisse in noi tanto fuoco di carità, fino a bruciare chi ci passa vicino, e non solamente chi ci passa vicino, ma anche i popoli lontani, le lingue, le nazioni, le tribù ed in una parola tutte le creature, affinché tutte conoscessero ed amassero il sommo Bene.
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Nelle precedenti domeniche abbiamo ascoltato delle parabole nelle quali Gesù rivolge dei rimproveri ai capi religiosi, cioè i sommi sacerdoti, i maestri della Sacra Scrittura e i farisei, perché lo rifiutano come Messia inviato da Dio Padre.
Ora essi cercano di coinvolgere Gesù sul terreno politico per aver modo di accusarlo di fronte all’autorità romana e coinvolgono dunque i sostenitori di Erode, a cui la religione interessava ben poco ed era favorevole al potere romano.
Interrogano Gesù sul fatto se sia giusto o meno pagare ai romani la tassa di un denaro pro capite da parte di ogni maschio adulto. Teniamo presente che gli ebrei a quel tempo pagavano già la decima di ogni loro provento per il Tempio e pagare la tassa ai romani equivaleva implicitamente riconoscerne il potere.
Gesù conosce tutti i sotterfugi dei suoi oppositori e li svela apertamente: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. E alla loro risposta sulla immagine di quella moneta, cioè l’imperatore Tiberio Cesare, proclama un principio che va aldilà della disputa corrente e vale non solo per quel tempo, ma rimane nella storia religiosa di sempre: la chiara distinzione fra i poteri politici e quelli religiosi. Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Tuttavia la risposta di Gesù ai suoi interlocutori intendeva riaffermare che lui è venuto a predicare il regno di Dio, questa è la prima cosa che i suoi seguaci cercano di vivere, sapendo nello stesso tempo che vivono su questa terra e contribuiscono a renderla migliore e più vivibile, per il bene di tutti.
Il cristiano cerca il primato della vita di Dio e contribuisce al bene comune sia quando c’è una monarchia, sia nella democrazia e anche sotto una dittatura, nella giustizia e nella verità.
Giovanni Battista diceva alla gente che andava da lui: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». A gli esattori delle tasse diceva: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». E ai soldati: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Iniziamo la pubblicazione di questa piccola rubrica, a cura del santuario della Scala Santa in Roma, che si prefigge di dare un breve commento di circa 3 minuti alla parola di Dio. Buon ascolto a tutti!
Commento p. Giuseppe Adobati Voce del Vangelo: LoZio Salvo
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