Nelle prime ore del 28 giugno 2021 presso la comunità di S. Pancrazio (TO), è tornato alla casa del Padre.
P. Filippo Astori
(Mario) dei Sacri cuori
I funerali si terranno presso il santuario della Santuario di San Pancrazio (TO) martedì 29 giugno 2021 alle ore 11,00. La salma sarà tumulata mercoledì 30 giugno al suo paese natale, Grantola (Varese), dopo la celebrazione funebre nella chiesa parrocchiale alle prese 10.30.
P. Filippo dei Sacri Cuori (Mario Astori) era nato a Grantola di Montegrino, presso Luino (VA) il 23 maggio del 1944, da Giuseppe e Adele Sala, in una famiglia numerosa e ricca di spirito cristiano. Il parroco era suo zio, don Alfredo, fratello del papà. I Padri Passionisti del vicino convento di Caravate frequentavano questa parrocchia, e il piccolo Mario sentì nascere la vocazione alla vita religiosa, sacerdotale, e missionaria.
Iniziò il suo cammino nei seminari minori di allora: Carpesino, Basella, Calcinate, da dove passò al noviziato di san Zenone (TV) e dove emise i primi voti l’8 settembre 1963. Continuò gli studi liceali a Mondovì e quelli teologici, prima a Caravate poi, dal 1968 a Gerusalemme in Terra santa, presso lo studio teologico dei Francescani. Fu ordinato sacerdote il 12 dicembre 1970, nella chiesa di Caravate. Rimase in Terra Santa nella nostra casa di Betania per circa vent’anni, studiando l’arabo per poter accostare i ragazzi palestinesi che incontrava e invitarli presso la comunità dando inizio ad un piccolo seminario. Si fece conoscere a stimare da varie comunità di suore che lo volevano incontrare e ascoltare volentieri. Il suo campo d’azione si estese in Giordania e nel sud del Libano. L’instabilità politica della regione e il susseguirsi di tensioni aggressive, lo fecero decidere per il rientro in Italia, dove fu nominato Consultore per la formazione dei giovani e in seguito Superiore provinciale. Si dedicò con particolare attenzione alla formazione del Movimento Laicale Passionista, guidandolo fin dai suoi primi passi. Terminato il mandato non volle essere rieletto ma il suo pensiero andò verso l’Africa; un desiderio che teneva nel cuore fin da primi anni, finché partì per il Kenya nel 2000. L’anno seguente fu eletto Vicario regionale delle missioni del Kenya. L’Africa lo aveva sempre attratto e si sentiva a suo agio con i giovani in formazione cui dedicò tante energie e accettò di fare il maestro dei novizi. La casa di noviziato a Sotik sorse per sua iniziativa, come anche la casa di Molo e quella del centro vocazionale di Karungu. Si dedicò anche alla predicazione di ritiri ed esercizi spirituali alle comunità religiose del posto. Chiuse la sua esperienza africana nel 2015 come economo del vicariato. Rientrato in Italia fu inviato al noviziato del Monte Argentario, in supporto al maestro nella formazione dei novizi. Aveva esperienza e carisma da comunicare ai giovani. La salute però cominciò a vacillare. Nel 2017 fu trasferito alla casa di ritiri ed esercizi di Caravate dove si dedicò alla predicazione per tutti i gruppi che soggiornavano alla ricerca di spiritualità. Guidò i gruppi di laici che si ispiravano alla spiritualità passionista, specie il gruppo del Movimento laicale della famiglia passionista. Celebrato il 50° di sacerdozio con parenti, amici ed estimatori, chiese di essere trasferito a san Pancrazio nella infermeria provinciale. La salute andava sempre più declinando finché il Signore lo chiamò a sé nella patria eterna dei giusti. P. Filippo era di indole buona e docile. Sapeva rendersi amabile, adattandosi alle persone che si rivolgevano a lui. Era uomo di preghiera, di interiorità, di studio e letture. Ha amato il carisma passionista, desideroso di comunicarlo, approfondirlo. Era un ottimo consigliere spirituale, confessore longanime, esperto delle vie di Dio, sulle quali vengono condotte le anime. Il suo sorriso era sincero ed attraente. Sopportò incomprensioni, anche umiliazioni e solitudini. Le visse in comunione con la Passione di Gesù. Gli occhi però, di color celestino, gli brillavano sempre e aprivano gli animi alla fiducia. Gli scrisse una persona da lui guidata: «Desidero dirti che nei tuoi occhi Gesù passa, si ferma, perdona e benedice». Gesù è passato accanto a lui questa volta e lo ha accolto nella beatitudine eterna.
Il vangelo di oggi propone l’intreccio tra due miracoli. La guarigione della emorroissa e della figlia di Giairo. Due guarigioni nello stesso vangelo, stanno ad indicare che la potenza di Dio non ha limiti. Gesù compie con questi gesti la sua opera di salvezza. Questi segni però non devono essere interpretati solo come prodigiosi o peggio come evento spettacolare. Tutt’altro, essi rappresentano l’esito finale della nostra fede. Confermano che il nostro chiedere provoca la risposta di Dio. Siamo ascoltati. E’ la fede che produce il miracolo e non viceversa. Dio non vuole comperarci o costringerci facendoci vedere cosa può fare per noi.
Nel libro della Sapienza ci viene ricordato il progetto originario di Dio, un progetto di bontà, nel quale è entrata la morte a causa del maligno e della scelta corrotta dei nostri progenitori e di quanti ancora oggi aderiscono al male:
“Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, … Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” (libro della sapienza)
Se vogliamo superare la nostra condizione di peccato, e la morte che ne consegue, Papa Francesco riflettendo ci pone in modo serio davanti alla persona di Gesù:
«Io vi domando: ognuno di voi si sente bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E, se sente questo, ha fede in Gesù? Sono i due requisiti per essere guariti, per avere accesso al suo cuore: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Gesù va a scoprire queste persone tra la folla e le toglie dall’anonimato, le libera dalla paura di vivere e di osare. Lo fa con uno sguardo e con una parola che li rimette in cammino dopo tante sofferenze e umiliazioni. Anche noi siamo chiamati a imparare e a imitare queste parole che liberano e questi sguardi che restituiscono, a chi ne è privo, la voglia di vivere. (Angelus, 1 luglio 2018)
Siamo di fronte ad uno dei brani di vangelo più significativi e anche più immaginativi perché ci riporta a momenti drammatici vissuti dai discepoli. Questo racconto al termine di una giornata che Gesù aveva vissuto per annunciare le parabole, in particolare quella del seminatore sottolineando la presenza misteriosa del regno di Dio, che è un regno che pur non così evidente eppure è all’opera. Le parole di Gesù suscitano l’ascolto e la fede.
Gesù poi in maniera forse improvvisa invita i discepoli ad andare dall’altra parte del lago. Questo significa andare verso i pagani perché dall’altra parte del lago c’erano le popolazioni non ebree,
Durante il viaggio si trova l’esperienza della tempesta. Gli eventi naturali sembrano parlare da soli: i discepoli sono con Gesù nella barca e a un certo punto entrano in scena queste forze della natura che sconvolgono la barca e creano un senso di disorientamento totale
Abbiamo i due atteggiamenti da una parte con chiarezza emerge la serenità di Gesù che dorme e dall’altra i discepoli agitati. La reazione di Gesù è vero disinteresse? Il suo atteggiamento nei confronti dei discepoli non vuole certamente che siano perduti. Allora Gesù fa tacere le forze della natura e poi chiede ai discepoli perché non hanno fede e nutrono paura.
In questa domenica possiamo domandarci cosa in fondo ci fa paura anche a noi: il vento, il mare, tutto ciò che si agita in noi, tutto ciò che rende la nostra vita a volte piena di fantasmi o di timore. Ebbene tutto questo dobbiamo leggerlo, viverlo, affrontarlo con lo spirito da figli, che è lo spirito di chi si sente sempre sotto lo sguardo benedicente del Padre!
Lo aveva ben capito il nostro fondatore San Paolo della Croce che così si esprime in una sua lettera:
Dio sia benedetto, sono in molti combattimenti ma Dio non li fa conoscere all’esterno. Spesso sin dal dormire prego e tremo, tutto quanto, mi sveglio e ciò però sono degli anni che spesso sono in questo misero stato.
eppure questo mi pare nulla di fronte alla gran croce che da anni provo senza conforto, anzi mi pare una grandine che vendemmia ogni cosa, e resto come uno per lo più che sta nel profondo del mare in una fiera tempesta senza avere chi mi porga una tavola per fuggire il naufragio, né dall’alto ne dalla terra. Che ve ne pare vostra riverenza di questo misero peccatore in tale tremendissimo abbandono? Pure vi è un lumino di fede e di speranza ma così piccolo che appena me ne accorgo! O dio o dio, che ne sarà di me!
Sabato 12 giugno 2021 alle ore 17:30, presso la parrocchia CUORE IMMACOLATO DI MARIA (BARI), è stato ordinato sacerdote dall’Arcivescovo Mons. FRANCESCO CACUCCI, Padre CARLO MARIA ROMANO della Croce.
Se fossimo di fronte ad un film diremmo che alla fine di questa scena il regista ha deciso di bucare la 4° parete; cioè negli ultimi versetti di questo passo l’evangelista smette di raccontare e si rivolge a coloro che stanno leggendo per offrire loro una spiegazione su quanto accade. Nella fattispecie risponde ad un interrogativo che molti si sono posti: ma perché Gesù invece di raccontare tutte queste storielle, non “spiega bene le cose”? .
Per esempio perché non ha fatto una specie di enciclopedia dove venivano spiegate bene tutte le cose? Il primo motivo di questa domanda nasce dal fatto che più che appartenere al mondo semitico dove la cui sapienza veniva veicolata dal racconto, siamo figli della cultura greca di Aristotele dove questa trova espressione nel trattato. Ma proviamo ad andare ancora più oltre partendo dal punto che l’obbiettivo di Gesù è “farsi intendere”. Tutte queste parabole e similitudini riguardano scene di vita ordinaria: qui si parla di agricoltura, ma in altri passaggi troviamo anche pesca, pastorizia, insieme a scene di vita domestica, di viaggi e persino di fatto di cronaca, ecc.
Non è solo per una questione legata alla familiarità con cui la gente aveva con questi elementi, ma per la loro “ferialità”. Sono tutte scene troppo normali che non vale la pena nemmeno raccontare in un film; qui di solito troviamo solo i grandi fatti che aggiungono elementi essenziali alla storia. Non troviamo ad esempio il ritrovamento di una moneta, o la protagonista che fa il pane o un fatto apparentemente banale come il semplice crescere del frumento. Ci aspettiamo infatti che il divino sia nei grandi fatti della vita, nei passaggi forti, sia brutti che belli, dove si vede forte la presenza di Dio.
Invece il divino si fa ordinario, anzi, è una presenza famigliare, amica, abitudinaria, che è quel palcoscenico dove si svolge la maggior parte della vita per costituirne il cemento che tiene insieme tutta la struttura. Ci piace pensare a Dio come ad ospite illustre che bussa alla porta, ma le parole di Gesù ci rimandano l’immagine di un famigliare che ha la chiave di casa e che quando entra non fa così tanto clamore perché è membro della nostra famiglia. Sta allora a noi uscire dalla diabolica mentalità della “routine” dove si ripete “la stessa cosa”, per stupirsi di una presenza fedele e famigliare, che non è mai ovvia, perché ogni volta attuata come scelta d’amore.
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