Questo passo ci apre una prospettiva nuova sul volto di Dio, come colui che si identifica con il povero, il bisognoso. Non è raro trovare nella storia di molti uomini santi il presentarsi di Gesù nelle vesti di un povero: anche S. Paolo della Croce fece questa esperienza a Vetralla. Allo stesso modo Pascal in punto di morte non potendo riceve l’eucarestia chiese di avere accanto a sé un povero. Ma nel passo troviamo anche altri soggetti come lo straniero e persino il carcerato (solitamente colpevole di qualche reato) che vengono accostati a Gesù.
Ecco allora la necessità di provare a guardare questo passaggio da un’angolazione diversa. Cosa hanno in comune queste figure? Certamente non possono essere accomunati da fattori di tipo morale o spirituale; quello che hanno in comune è il fatto di essere bisognosi, senza nessuna copertura da parte dello stato. Tutti sono nel bisogno al punto di non avere possibilità di contraccambiare o rimborsare. Anche i carcerati infatti non venivano supportati dallo stato, ma dalle loro famiglie di origine da cui spesso venivano ripudiati. Ecco che l’agire in modo benevolo nei loro confronti rende visibile un tipo di amore disinteressato che rende presente l’amore misericordioso di Dio. In quell’amore donato, in quella cura gratuita si manifesta, in modo quasi sacramentale, la persona di Gesù stesso che è l’amore di Dio per l’uomo e la cura per la sua salvezza.
Ma se questa presenza è a favore del bisognoso, perché viene messo in relazione con colui che invece dona questo amore? Qui Gesù non vuole descrivere le azioni che rendono “meritevoli” del paradiso, ma vuole tratteggiare il profilo del discepolo che è egli stesso presenza di Cristo. Questi con le sue azioni prolunga attraverso la sua storia personale quel movimento di guarigione e salvezza iniziato da Gesù in modo che possa essere testimonianza e salvezza per tutti. Il discepolo allora è colui che incarnerà Gesù al punto tale che non sembra nemmeno rendersi conto dove iniziano le sue azioni e quelle che Gesù compie attraverso di lui, tanta è la comunione tra i due.
La parola talento oggi nel nostro linguaggio significa “dote naturalmente posseduta, abilità innata nel fare qualcosa”. Questo significato gli è derivato proprio dalla parabola che abbiamo ascoltato ora, perché il racconto evangelico invita a usare bene il dono ricevuto. In realtà al tempo di Gesù il talento era una moneta e prima ancora era una unita di peso: circa 26 chili.
Poniamo attenzione quindi al fatto che il padrone della parabola “consegnò ai servi i suoi beni”, consegnò loro una cifra enorme a ciascuno di loro. A noi può sembrare che il talento consegnato al terzo servo sia qualcosa di insignificante, ma sono 26 chili d’argento che all’epoca valevano molto più di ora.
Quindi il padrone della parabola, che rappresenta Dio, consegna ai suoi servi tutti i suoi beni perché si fida di loro e gli affida ogni cosa. Dio si fida di noi e ci chiede la nostra collaborazione nella costruzione di questo nostro mondo.
La cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi e agli altri è nascondere sotto terra il talento ricevuto. La vita ci insegna che quando noi non utilizziamo i doni naturali e spirituali ricevuti non è che rimaniamo uguali a prima: no, regrediamo, diventiamo paurosi, insicuri, tristi, depressi.
Noi possiamo sciupare anche i doni spirituali: dopo un periodo di fervore e di corrispondenza a Dio, purtroppo possiamo anche rinnegare tutto e tornare indietro. Solamente utilizzando i doni si cresce. Ecco perché il padrone della parabola dà al servo che ha utilizzato bene i suoi talenti anche il talento dell’altro.
Non è Dio che mi toglie il dono ricevuto, è la vita che me lo toglie se non l’utilizzo bene.
XXXII domenica tempo ordinario anno A (Giuseppe Adobati)
Gesù presenta una parabola per spiegare il senso del nostro cammino nella vita e la dinamica della presenza del regno di dio, del suo amore, del suo perdono nella nostra vita. Come si realizza questo? Gesù prende l’esempio del rituale che veniva usato per il matrimonio del suo tempo: quando alcune vergini andavano ad accogliere lo sposo per portarlo poi alla sposa. Questo era un momento di festa e gioia, ma al tempo stesso era occasione per riscoprire la gratuità, l’attesa come segno di libertà di qualcuno che arrivava quando e come vuole. E’ essenziale il bisogno di essere pronti, di saper valorizzare ogni momento come occasione di crescita nel bene, uscire da sé stessi. Le 5 vergini sapienti sono coloro che hanno portato con sé questa riserva di olio che permette di vedere anche nel buio. Questa luce è la capacità di vedere il volto dello sposo che viene all’ora più buia. Nella vita quotidiana siamo chiamati a tenere viva la nostra lampada attraverso la nostra fede, e speranza e carità. Quest’ultima diventa operosa e costruttiva con gesti di bene proprio perché abbiamo riconosciuto nel buio illuminato dalla fede il Signore.
Si racconta un fatto di San Paolo della Croce, che un giorno si stava intrattenendo con alcuni suoi religiosi. Di punto in bianco chiese ad uno di essi “sono accese le tre lampade?” Quel religioso non colse subito il significato della domanda misteriosa e con lo sguardo attonito chiedeva chiarimenti. Con vivacità Paolo spiegò: le tre lampade sono quelle della fede, della speranza, della carità. Voi siete il tempio di dio vivo. Visitate spesso questo tempio interiore e vedete se sono accese le tre lampade: della fede, della speranza e della carità. Il giusto infatti vive di fede! Vivete di fede!
Meditação do Evangelho do XXXII Domingo do Tempo Comum Jesus apresenta uma parábola para explicar o significado do nosso caminho na vida e na dinâmica da presença do Reino de Deus, do seu amor e do seu perdão na nossa vida. Como se realiza isto? Jesus usa como exemplo o ritual que era usado na celebração do matrimónio no seu tempo: no qual algumas virgens acolhiam o esposo e depois acompanhavam-no à esposa. Este era um momento de festa e de alegria, mas ao mesmo tempo era ocasião para redescobrir a gratuidade, a espera como sinal de liberdade de alguém que vem quando e como quer. É essencial a necessidade de estarmos prontos, de saber valorizar cada momento como ocasião de crescimento no bem, e sair do egocentrismo. As cinco virgens prudentes representam aqueles que levaram consigo aslâmpadas de azeite que permitem ver também no escuro. Esta luz é a capacidade de ver a face do esposo que vem durante a hora mais escura. Na vida quotidiana somos chamados a manter viva a nossa lâmpada por meio da nossa fé, esperança e caridade. Esta última requer mais empenho e é construída com gestos de bem, porque na escuridão iluminada da fé reconhecemos o Senhor. Conta-se que São Paulo da Cruz, um dia estava num momento de convívio fraterno com alguns religiosos. Perguntou a um deles: «estão acesas as três lâmpadas?». Aquele religioso não compreendeu imediatamente o significado daquela pergunta misteriosa e com um olhar admirado pedia esclarecimentos. De um modo vivaz Paulo explicou: as três lâmpadas são as lâmpadas da fé, da esperança e da caridade. Vós sois o templo de Deus vivo. Visitai regularmente este templo interior e vede se estão acesas as três lâmpadas da fé, da esperança e da caridade. Na verdade, o justo vive da fé! Vivei da fé!
Parlare di beatitudine potrebbe far pensare ad una sicurezza economica, affettiva, di stabilità assicurata nell’avvenire. Ma il vangelo non ha mai riposto (completamente) le sue speranze nell’oggi terreno o nelle forze finite degli uomini.
Colui che segue Cristo ripone tutta la sua speranza in Lui, e volge lo sguardo alle cose di lassù non a quelle della terra. Nel giorno in cui la chiesa celebra la festa di tutti i santi, ci ricorda che noi pure siamo in cammino verso il cielo.
Le beatitudini sono allora la magna carta del cristiano, che lo guidano lungo il viaggio. Verso Cristo si va meglio se “leggeri”, poveri in spirito, concentrati sull’essenziale che è conoscere Cristo e il vangelo. La ricchezza terrena non è un disvalore in sé, piuttosto come ogni altra cosa che può appesantire il cuore, deve essere tolta se diventa una zavorra (se impedisce il cammino). Beati quindi coloro che vivono con saggezza e sobrietà, sia nella prosperità che nelle ristrettezze, perché saranno sempre trovati pronti dal Signore alla sua chiamata.
Beati anche coloro che compatiscono le situazioni e sanno farsi prossimi ai sentimenti di gioia e di dolore degli altri. Beati coloro che non si arrendono davanti all’ingiustizia e cercano di portare equità ove la disparità genera sofferenza ed incomprensione. Beati quelli che usano la misericordia e non la sufficienza della legge, perché hanno fatto del perdono la loro bandiera, dell’accoglienza il loro stile di vita. Beati i puri di cuore, perché molti ritroveranno in essi la semplicità e la trasparenza della verità. Beati coloro che si fanno ponti tra situazioni distanti e ferite, per portare la pace di Dio a scapito del loro riposo e della loro salute. Beati tutti costoro, non per il loro faticare sulla terra, ma perché ad essi è promesso il regno dei cieli.
In portoghese:
Meditação para a Solenidade de todos os Santos (1 Novembro)
Nos nossos dias falar de “bem-aventurado” o “abençoado” pode-nos levar a pensar em segurança económica, afetiva, e de estabilidade segura para o futuro. Mas o Evangelho nunca deu uma resposta às esperanças da humanidade considerando somente o momento atual e a força finita dos homens.
Quem segue Cristo coloca toda a sua esperança Nele, e tende a olhar para as coisas do alto e não para as da terra. No dia em que a igreja celebra a festa de todos os santos, recorda-nos que também nós estamos no caminho para o Céu.
As bem-aventuranças são por isso a magna carta do cristão, que o guiam durante esta viagem terrena. Caminhamos melhor em direção a Cristo quando a bagagem é leve; quando sendo pobres de espírito, estamos concentrados no essencial que é conhecer Cristo e o Evangelho. A riqueza terrena não significa que não tenha valor; mas como tantas outras coisas pode tornar o coração do homem mais concentrado em si mesmo; por isso devemos refletir sobre ela quando nos impede de caminhar na estrada rumo ao Céu.
São considerados “bem-aventurados” aqueles que vivem com sabedoria e simplicidade, seja na prosperidade ou na tristeza; porque serão sempre encontrados pelo Senhor, quando Ele os chamar a Si. São “bem-aventurados” também aqueles que partilham situações nas quais sabem reconhecer os sentimentos de alegria e de dor dos outros. “Bem-aventurados” são aqueles que não se deixam vencer pelas injustiças e procuram a equidade onde a desigualdade gera sofrimento e incompreensão. “Bem-aventurados” os que usam a misericórdia e não se limitam ao uso das leis, porque fazem do perdão a sua bandeira e do acolhimento o seu estilo de vida. “Bem-aventurados” os puros de coração, porque neles muitos encontrarão a simplicidade e a beleza de uma vida transparente. “Bem-aventurados” aqueles que se fazem próximos de quem está distante e sofre; e que por meio da oração e de palavras de conforto e esperança procuram levar-lhes a paz de Deus, de modo a que vivam com serenidade as fragilidades na saúde e se preparem com confiança para o encontro com Deus.
Concluímos então que são bem-aventurados todos aqueles que vivem com o desejo de alcançar a promessa do Reino dos Céus, sem pensar nas fadigas, incompreensões e tristezas que suportam nesta terra.
Ci troviamo di fronte ad un passo fondamentale del Vangelo ed infatti non a caso qui viene riportato quello che è “il grande e primo comandamento” (μεγάλη καὶ πρώτη ἐντολή) attenzione non il “più” grande, perché non è il primo di una graduatoria di cui è il migliore, ma quello che è il primo perché è a fondamento degli altri, cioè rende possibile qualunque forma di relazione con Dio e con il prossimo, che per gli ebrei erano appunto veicolati dalla “Legge”.
Però invece di parlare del contenuto di questa parola di Gesù, cioè che vuol dire “amare con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”, si concentreremo sul suo aspetto formale. Papa Benedetto ci ha parlato come qualunque forma di amore, anche quella nei confronti di Dio, è composto si eros (amore che esprime un bisogno) e agape (amore che dona). Gesù sta usando il verbo ἀγαπάω quindi si sta riferendo al secondo e sta affermando che non è spontaneo, ma è espressione della volontà e della libertà dell’uomo e quindi soggetto ad una crescita e maturazione.
Infatti dal momento che Giovanni Apostolo afferma che “ὁ θεὸς ἀγάπη ἐστίν” (1Gv 4,8), (cioè Dio è agape) questo amore deve poter respirare di eterno; non basta avere dei sentimenti di benevolenza nei confronti di qualcuno per poterlo chiamare amore. Questi infatti possono al massimo abbracciare quel passato che ha determinato la persona e al massimo il suo presente, ma non sono sufficienti per comprendere il suo futuro dove esprimerà la sua volontà e libertà. Si tratta di saper vedere quel “progetto” di amore e di vita che si delinea “dietro” la persona e abbracciarlo, promuoverlo e aiutare a coltivarlo.
Questo vale tanto per Dio quanto per qualunque altra persona; anzi è proprio questo quello che fa dell’oggetto delle nostre attenzioni una vera e propria persona. Questa capacità però non è spontanea, ma frutto di uno sguardo abitato alla trascendenza, ad andare oltre il momento per saper cogliere l’eterno nel tempo.
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Nelle precedenti domeniche abbiamo ascoltato delle parabole nelle quali Gesù rivolge dei rimproveri ai capi religiosi, cioè i sommi sacerdoti, i maestri della Sacra Scrittura e i farisei, perché lo rifiutano come Messia inviato da Dio Padre.
Ora essi cercano di coinvolgere Gesù sul terreno politico per aver modo di accusarlo di fronte all’autorità romana e coinvolgono dunque i sostenitori di Erode, a cui la religione interessava ben poco ed era favorevole al potere romano.
Interrogano Gesù sul fatto se sia giusto o meno pagare ai romani la tassa di un denaro pro capite da parte di ogni maschio adulto. Teniamo presente che gli ebrei a quel tempo pagavano già la decima di ogni loro provento per il Tempio e pagare la tassa ai romani equivaleva implicitamente riconoscerne il potere.
Gesù conosce tutti i sotterfugi dei suoi oppositori e li svela apertamente: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. E alla loro risposta sulla immagine di quella moneta, cioè l’imperatore Tiberio Cesare, proclama un principio che va aldilà della disputa corrente e vale non solo per quel tempo, ma rimane nella storia religiosa di sempre: la chiara distinzione fra i poteri politici e quelli religiosi. Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Tuttavia la risposta di Gesù ai suoi interlocutori intendeva riaffermare che lui è venuto a predicare il regno di Dio, questa è la prima cosa che i suoi seguaci cercano di vivere, sapendo nello stesso tempo che vivono su questa terra e contribuiscono a renderla migliore e più vivibile, per il bene di tutti.
Il cristiano cerca il primato della vita di Dio e contribuisce al bene comune sia quando c’è una monarchia, sia nella democrazia e anche sotto una dittatura, nella giustizia e nella verità.
Giovanni Battista diceva alla gente che andava da lui: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». A gli esattori delle tasse diceva: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». E ai soldati: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Utilizziamo i COOKIES per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.