Il vangelo di oggi propone l’intreccio tra due miracoli. La guarigione della emorroissa e della figlia di Giairo. Due guarigioni nello stesso vangelo, stanno ad indicare che la potenza di Dio non ha limiti. Gesù compie con questi gesti la sua opera di salvezza. Questi segni però non devono essere interpretati solo come prodigiosi o peggio come evento spettacolare. Tutt’altro, essi rappresentano l’esito finale della nostra fede. Confermano che il nostro chiedere provoca la risposta di Dio. Siamo ascoltati. E’ la fede che produce il miracolo e non viceversa. Dio non vuole comperarci o costringerci facendoci vedere cosa può fare per noi.
Nel libro della Sapienza ci viene ricordato il progetto originario di Dio, un progetto di bontà, nel quale è entrata la morte a causa del maligno e della scelta corrotta dei nostri progenitori e di quanti ancora oggi aderiscono al male:
“Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, … Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” (libro della sapienza)
Se vogliamo superare la nostra condizione di peccato, e la morte che ne consegue, Papa Francesco riflettendo ci pone in modo serio davanti alla persona di Gesù:
«Io vi domando: ognuno di voi si sente bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E, se sente questo, ha fede in Gesù? Sono i due requisiti per essere guariti, per avere accesso al suo cuore: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Gesù va a scoprire queste persone tra la folla e le toglie dall’anonimato, le libera dalla paura di vivere e di osare. Lo fa con uno sguardo e con una parola che li rimette in cammino dopo tante sofferenze e umiliazioni. Anche noi siamo chiamati a imparare e a imitare queste parole che liberano e questi sguardi che restituiscono, a chi ne è privo, la voglia di vivere. (Angelus, 1 luglio 2018)
Siamo di fronte ad uno dei brani di vangelo più significativi e anche più immaginativi perché ci riporta a momenti drammatici vissuti dai discepoli. Questo racconto al termine di una giornata che Gesù aveva vissuto per annunciare le parabole, in particolare quella del seminatore sottolineando la presenza misteriosa del regno di Dio, che è un regno che pur non così evidente eppure è all’opera. Le parole di Gesù suscitano l’ascolto e la fede.
Gesù poi in maniera forse improvvisa invita i discepoli ad andare dall’altra parte del lago. Questo significa andare verso i pagani perché dall’altra parte del lago c’erano le popolazioni non ebree,
Durante il viaggio si trova l’esperienza della tempesta. Gli eventi naturali sembrano parlare da soli: i discepoli sono con Gesù nella barca e a un certo punto entrano in scena queste forze della natura che sconvolgono la barca e creano un senso di disorientamento totale
Abbiamo i due atteggiamenti da una parte con chiarezza emerge la serenità di Gesù che dorme e dall’altra i discepoli agitati. La reazione di Gesù è vero disinteresse? Il suo atteggiamento nei confronti dei discepoli non vuole certamente che siano perduti. Allora Gesù fa tacere le forze della natura e poi chiede ai discepoli perché non hanno fede e nutrono paura.
In questa domenica possiamo domandarci cosa in fondo ci fa paura anche a noi: il vento, il mare, tutto ciò che si agita in noi, tutto ciò che rende la nostra vita a volte piena di fantasmi o di timore. Ebbene tutto questo dobbiamo leggerlo, viverlo, affrontarlo con lo spirito da figli, che è lo spirito di chi si sente sempre sotto lo sguardo benedicente del Padre!
Lo aveva ben capito il nostro fondatore San Paolo della Croce che così si esprime in una sua lettera:
Dio sia benedetto, sono in molti combattimenti ma Dio non li fa conoscere all’esterno. Spesso sin dal dormire prego e tremo, tutto quanto, mi sveglio e ciò però sono degli anni che spesso sono in questo misero stato.
eppure questo mi pare nulla di fronte alla gran croce che da anni provo senza conforto, anzi mi pare una grandine che vendemmia ogni cosa, e resto come uno per lo più che sta nel profondo del mare in una fiera tempesta senza avere chi mi porga una tavola per fuggire il naufragio, né dall’alto ne dalla terra. Che ve ne pare vostra riverenza di questo misero peccatore in tale tremendissimo abbandono? Pure vi è un lumino di fede e di speranza ma così piccolo che appena me ne accorgo! O dio o dio, che ne sarà di me!
Se fossimo di fronte ad un film diremmo che alla fine di questa scena il regista ha deciso di bucare la 4° parete; cioè negli ultimi versetti di questo passo l’evangelista smette di raccontare e si rivolge a coloro che stanno leggendo per offrire loro una spiegazione su quanto accade. Nella fattispecie risponde ad un interrogativo che molti si sono posti: ma perché Gesù invece di raccontare tutte queste storielle, non “spiega bene le cose”? .
Per esempio perché non ha fatto una specie di enciclopedia dove venivano spiegate bene tutte le cose? Il primo motivo di questa domanda nasce dal fatto che più che appartenere al mondo semitico dove la cui sapienza veniva veicolata dal racconto, siamo figli della cultura greca di Aristotele dove questa trova espressione nel trattato. Ma proviamo ad andare ancora più oltre partendo dal punto che l’obbiettivo di Gesù è “farsi intendere”. Tutte queste parabole e similitudini riguardano scene di vita ordinaria: qui si parla di agricoltura, ma in altri passaggi troviamo anche pesca, pastorizia, insieme a scene di vita domestica, di viaggi e persino di fatto di cronaca, ecc.
Non è solo per una questione legata alla familiarità con cui la gente aveva con questi elementi, ma per la loro “ferialità”. Sono tutte scene troppo normali che non vale la pena nemmeno raccontare in un film; qui di solito troviamo solo i grandi fatti che aggiungono elementi essenziali alla storia. Non troviamo ad esempio il ritrovamento di una moneta, o la protagonista che fa il pane o un fatto apparentemente banale come il semplice crescere del frumento. Ci aspettiamo infatti che il divino sia nei grandi fatti della vita, nei passaggi forti, sia brutti che belli, dove si vede forte la presenza di Dio.
Invece il divino si fa ordinario, anzi, è una presenza famigliare, amica, abitudinaria, che è quel palcoscenico dove si svolge la maggior parte della vita per costituirne il cemento che tiene insieme tutta la struttura. Ci piace pensare a Dio come ad ospite illustre che bussa alla porta, ma le parole di Gesù ci rimandano l’immagine di un famigliare che ha la chiave di casa e che quando entra non fa così tanto clamore perché è membro della nostra famiglia. Sta allora a noi uscire dalla diabolica mentalità della “routine” dove si ripete “la stessa cosa”, per stupirsi di una presenza fedele e famigliare, che non è mai ovvia, perché ogni volta attuata come scelta d’amore.
Oggi ricorre la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, conosciuta popolarmente ancora con il nome latino Corpus Domini. Il vangelo letto è quello di Marco, che nel suo linguaggio scarno ed essenziale ci presenta prima la preparazione della cena pasquale e poi, all’interno dello stesso rito ebraico della Pasqua, l’istituzione del sacramento dell’Eucarestia da parte di Gesù.
Come ogni pio ebreo Gesù si preoccupa che tutto sia pronto per celebrare la cena pasquale: la sala, l’agnello, il pane azzimo, le verdure, il vino e l’acqua per le abluzioni, e di questo incarica due discepoli. L’evangelista annota un particolare insolito: l’amico che presta la sala a Gesù ha un servo maschio che va a prendere l’acqua alla fonte, di solito questo era un compito delle donne. Questo dettaglio rivela che la tradizione orale del racconto evangelico conservava ricordi ancora vivi nella memoria dei discepoli.
Marco poi non si sofferma sul rito della Pasqua ebraica, ma ci riporta quello che di nuovo Gesù compie e che diventa fondamentale per la comunità cristiana. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Qui c’è una novità assoluta: il pane benedetto è il corpo di Gesù che viene offerto al Padre in sacrificio sulla croce per noi. E il vino benedetto è il suo sangue della nuova ed eterna alleanza, che è versato per noi. Anticamente venivano offerti in sacrificio a Dio le carni ed il sangue degli animali. Ora è Gesù che si offre sulla croce una volta per tutte. E quel pane e quel vino sono il suo corpo e il suo sangue. Tutto questo deve essere stato sconvolgente per gli apostoli che erano con lui, come lo è ancora anche per noi.
Infatti il sacerdote che celebra l’Eucarestia, dopo aver ripetuto le parole di Gesù, dice: “Mistero della fede!”. In ogni celebrazione eucaristica tutti noi veniamo immersi in questo mistero divino che ci avvolge e ci travolge. È un mistero di amore nel quale siamo coinvolti.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!
Questa è la formula trinitaria con cui ci segniamo ogni giorno per affidare i nostri pensieri e le nostre azioni al grande Dio Uno e Trino, creatore del cielo e della terra. La Trinità non è un’astratta concezione celebrale per immaginare una vita nell’aldilà. La Trinità è presente nella Chiesa e nella storia. La comunione eterna, che Dio è da sempre, viene ad abitare in mezzo a coloro che hanno visto il Figlio morto per loro per amore. I discepoli dunque si prostrano non di fronte ad un’onnipotenza che schiaccia, ma di fronte all’onnipotenza dell’amore che ha fatto risorgere Gesù, morto per servire e per riscattare noi bisognosi d’amore. L’onnipotenza di Dio è dunque volta a conquistare, quasi a strappare in ogni modo possibile, il si della sua creatura, per metterla al riparo dalla morte eterna. Il Signore Gesù assicurando la sua presenza nella Chiesa fino al suo ritorno, chiede che il triplice nome del Dio che salva sia predicato su tutta la terra. Fare discepoli e battezzare significa condividere il dono della salvezza che ci è stato fatto proprio per l’aver conosciuto l’amore grande di Dio. E questa salvezza consiste in una comunione con Dio: non ci si salva da soli, come isole o come eroi, ma si cammina insieme verso lo stesso unico Dio! Per comunicare al mondo che Cristo è risorto dai morti, e l’eredità della sua Pasqua ci aspetta in Cielo insieme al nostro Dio che è Trinità d’amore !
Celebriamo oggi la solennità della Pentecoste, culmine del cammino di Pasqua, in cui rinnoviamo la consapevolezza della presenza dello Spirito che ci sarà donato. Lo Spirito che ci è stato dato, e che ci verrà dato costantemente, è espressione dell’amore di Dio in Gesù Cristo.
Gesù dice: “ho molte cose da dire a voi ancora”. In realtà Gesù con la sua vita e la sua morte ci ha detto già tutto, ha già espresso questo amore assoluto di Dio per l’uomo. Questo amore però non è sempre totalmente accolto quando non è capito. Ma chi lo può capire se non solo coloro che sono guidati dallo Spirito? Se non coloro che entrano nel mistero profondo del sentirsi amati? Solo lo Spirito Santo ci fa cogliere questa profonda dimensione!
Le parole di Gesù sono parole di verità e di amore. Sono parole che hanno un valore profondo e lo Spirito Santo ci rende capaci di applicarle nella concretezza quotidiana della vita. Lo Spirito è quindi allo stesso tempo un dono già ricevuto ma costantemente da ricevere. Lo Spirito ricorda le parole di Gesù e ci aiuta ad interpretarle. Lo Spirito costantemente qui, oggi, mi permette di vivere l’amore di Gesù e di Dio Padre. Mi ricorda questo amore che è accaduto in passato ma che si realizza nel presente. Lo Spirito Santo mi permette di entrare in questa verità dell’amore di Dio per me rivelato in Gesù Cristo.
La verità cristiana è qualcosa che ha a che fare con il fatto passato, con Gesù che è vissuto e morto e risorto, ma è qualcosa che diventa contemporaneo! Diventa parte della mia vita grazie allo Spirito Santo. Tutto questo non è solo un azione esterna: noi stessi siamo il tempio dello Spirito Santo, chiamati a riconoscere che dentro di noi abita e lavora lo Spirito Santo !
Lo Spirito Santo è colui che ci permette di realizzare la nostra vocazione di figli di Dio, pensati e chiamati nella concretezza a vivere la responsabilità che è la nostra vita, come figli, come i genitori, come nonni, come sposati come religiosi, come sacerdoti.
Tutto questo è fedeltà all’amore che Dio ha per noi, fedeltà all’amore per i fratelli. Invochiamo lo Spirito, usando le parole che Paolo della Croce scrive ai suoi confratelli invitandoli a pregare per avere il dono dello Spirito Santo:
invochiamo carissimi tutti insieme lo Spirito Paraclito, Spirito Consolatore che venga a riempire tutta la casa interiore dell’anima nostra e tutta la nostra povera congregazione. Esclamiamo a questo padre dei poveri, a questo datore di grazie, a questo lume dei cuori, che ci conceda il vero spirito del nostro istituto, che è il vero spirito apostolico ricco di tutte le virtù. Preghiamolo che apra le vena delle acque vive delle sue grazie, acciò tutti beviamo in abbondanza finché tutti arsi d’amore, infuocati di carità, accendiamo questo fuoco divino nei cuori dei nostri poveri prossimi mediante la santa predicazione delle pene santissime del nostro Amore crocifisso.
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