Il primo di tutti i comandamenti. Commento alla XXXI domenica del T.O. di Giuseppe Adobati
Qual è il primo di tutti i comandamenti? Questo l’interrogativo che anima il dialogo del vangelo di oggi. Questo è l’interrogativo che vogliamo portare con noi in questa domenica.
Come cristiani sappiamo che i comandamenti sono il punto di riferimento per il nostro cammino, sono la strada, la via che ci permette anche di capire quando siamo realmente autentici, veri, sinceri e quando no. Dentro questo comando c’è innanzitutto un atteggiamento che viene richiesto che è quello dell’ascolto. Prima ancora di dire “ama”, siamo chiamati ad ascoltare. L’ascolto è l’attitudine, il mettersi davanti a noi stessi e soprattutto a Dio, riconoscere quello che Lui è, quello che noi siamo, riconoscere quello che lui ha fatto e fa per me, per noi, sentire quindi il mistero della nostra vita all’interno di questo clima.
All’interno di questo clima capiamo chi siamo noi: siamo figli, creature amate da Dio, e da lì nasce allora l’impegno ad amare, con quello che siamo, il Signore e, per come possiamo, i nostri fratelli e sorelle.
Questa è un’esperienza che diventa un comando, perché per i cristiani l’amore non è spontaneo e vediamo, purtroppo, quanti danni e tragedie fa questo amore “spontaneo” che nasce tra persone che all’inizio dicono di “amarsi” e poi spesso finiscono col dividersi, e, a volte peggio, con il violentarsi, con l’uccidersi.
Tutto questo perché si “amavano” ma di un amore superficiale. Ora l’amore vero è quello di Gesù che ci salva sulla croce. San paolo della Croce così si esprimeva: “Se ne stia nel seno di Dio, tutto nel suo nulla per perdersi ad abissarsi nell’infinito tutto, passando, però, per la porta deifica che è Cristo crocifisso, facendo proprie le sue pene amarissime. L’amore insegna tutto giacché la santissima Passione è opera di infinito Amore”.
La luce che splende. Commento alla XXX domenica del T.O. di Marco Staffolani 24 Ottobre 2021
Nonostante sia sempre Gesù ad andare verso il bisognoso del suo intervento, in questo vangelo egli si ferma a distanza e attende il cieco Bartimeo al quale domanda: «Che cosa vuoi che faccia per te?». Quello sentendosi chiamato risponde con il sogno della vita «Rabbunì, che io veda di nuovo». La sua condizione di non vedente lo aveva portato anche al resto, abbandonato sulla strada, escluso dalle relazioni con gli altri.
L’audacia nel chiedere un intervento così profondo svela non la pazzia della richiesta quanto la fede del richiedente. Seppur in mezzo alla folla lui sia l’unico non vedente, possiamo comunque dire che “ha visto giusto” riguardo alla potenza di Gesù, sicuramente meglio degli altri per i quali Gesù non si è dovuto fermare.
Altro segno che ci fa capire un cuore pieno di zelo e di abbondono in Dio è il mantello. Il cieco lo aveva come unico tesoro, per coprirsi e ripararsi nel sonno dal freddo. Eppure il mantello viene lasciato subito per fiondarsi da Gesù.
La risposta del Maestro è eloquente «Vai, la tua fede ti ha salvato». Attenzione non dice “guarito” ma bensì salvato confermando che ciò che Bartimeo ha chiesto è stata la guarigione fisica ma quello che ha ottenuto è oltre: gli vengono restituite anche la dignità e la speranza, e la relazione con gli altri.
Allargando lo sguardo, questo vangelo ci chiede di saper riconoscere i segni di vita e di risurrezione già presenti nella realtà terrena. Di accogliere Cristo con tutte le nostre forze quando passa a visitarci, e di accogliere quanti vengono nel suo nome, come quando la folla incoraggia Bartimeo ad alzarsi.
La sfida quotidiana è sempre quella di risorgere. Per quante avversità incontreremo, la fede ci dice che c’è ben altro oltre il peccato, oltre la morte, oltre la fine di questa vita.
Amore che non perde. XXIX domenica T.O., 17 Ottobre 2021 commento di Serenella Del Cinque
Mentre, con decisione, Gesù sale verso Gerusalemme annuncia per tre volte la sua
passione, come per scandire il ritmo del cammino. Gli apostoli, tutti, non capiscono
(Mc 8, 31-33; Mc 9, 30-37; Mc 10, 32-45). Marco nel suo Vangelo ogni volta registra
la loro incomprensione. Dopo il terzo annuncio della sua sofferenza e morte, sono
Giacomo e Giovanni a mostrare quanto il loro modo di pensare sia distante da
quello del Signore.
Giovanni e Giacomo che sono stati tra i primi a seguire Gesù (Mc 1,16- 20) si
avvicinano a lui e lo chiamano “Maestro”, come aveva fatto l’uomo ricco di cui ci ha
parlato il Vangelo di domenica scorsa (Mc 10, 17-22). Mentre il giovane è andato via
triste, i due fratelli lo seguono da tanto tempo, ma hanno la stessa mentalità.
Concepiscono il Regno come potere.
L’uomo ricco aveva almeno chiesto: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere
la vita eterna?» (Mc 10, 17). Mentre i due discepoli gli dicono: «Maestro, noi
vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo» (Mc 10, 35).
E Gesù gli risponde: «Cosa volete che io faccia per voi?» (Mc 10, 36). Ma loro non
sanno quello che chiedono.
Gesù sa che sulla croce – la sua vera gloria -, alla sua destra e alla sua sinistra ci
saranno due malfattori, crocifissi come lui. I due discepoli intendono la gloria come
successo, potere, splendore, mentre Gesù l’ha appena indicata nel servizio, nel dono
della vita, nell’essere rifiutato perché obbediente alla volontà del Padre.
Poco più avanti Gesù porrà la stessa domanda al cieco di Gerico, «Che vuoi che io ti
faccia?» (Mc 10, 51). Il cieco sa cosa chiedere.
Gesù con pazienza infinita, con amore infinito richiama ancora una volta Giacomo e
Giovanni e gli altri discepoli accanto a se, per chiamarli a conversione, per amarli,
per dargli la vita… per dirgli ancora una volta «adesso seguitemi e imparate la via
dell’amore “in perdita”, al premio ci penserà il Padre celeste. La via dell’amore è
sempre “in perdita”, perché amare significa lasciare da parte l’egoismo,
l’autoreferenzialità, per servire gli altri.
È la regola del cristiano – spiegava Papa Francesco all’Angelus -. Il messaggio del
Maestro è chiaro: mentre i grandi della Terra si costruiscono “troni” per il proprio
potere, Dio sceglie un trono scomodo, la croce, dal quale regnare dando la vita: “Il
Figlio dell’uomo – dice Gesù – non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la
propria vita in riscatto per molti” (v. 45)» (Francesco, Angelus, 21 ottobre 2018).
Così non sono più due, ma una sola carne. XXVII domenica del T.O, commento di p. Marco Staffolani
Lasciando il contesto polemico originale da cui è tratto il vangelo, vogliamo riflettere sul progetto che Dio ha voluto per l’uomo e la donna.
La parola di Dio afferma: l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola.
Per i giovani di oggi lasciare la famiglia di origine significa spesso non avere più sicurezze economiche, dolci affetti, orari scanditi e circostanziati.
Ma questo è in vista della costruzione di una nuova vita con la persona amata, il futuro marito o la futura moglie.
Se da una parte infatti il lasciare ciò che si conosce ferisce, mette alla prova il legame stabile tra genitori e figli, nella sapienza divina “questa sofferenza” serve a creare qualcosa di nuovo, e, come succede per gli innesti che prevedono un taglio iniziale, la dove si è tagliato sboccierà un nuovo frutto, che si nutrirà della linfa dell’albero della vita che da sempre lo precede, ma porterà un frutto specifico secondo l’identità unica dei due che sono compresi nell’innesto.
La parola continua: I due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne.
Questo passaggio dalla dualità alla singolarità di una sola carne va correttamente interpretato. Nessuno dei due deve eclissarsi per far emergere la singolarità dell’altro. L’unità che si realizza è condivisione, ricchezza aggiuntiva, interazione da scoprire. Quello che si crea è una vita insieme, più della mera somma della vita delle due parti in gioco.
La costante presenza dell’altro è prima di tutto Consolazione, perché l’altro promette di rimanere in tutte le condizioni, salute e malattia, fin che non morte non separi. Dall’altra è responsabilità perché si è chiamati ad operare l’accettazione e il perdono di fronte ai limiti che scaturiscono nella conoscenza profonda.
Se pensassimo che tutto questo è possibile per la scelta dei coniugi o per le capacità umane, non saremmo nella verità. E’ l’apertura a Dio, il terzo che è sempre in gioco nel matrimonio dei due, che permette che il legame sia duraturo come consolazione e responsabilità.
Per la strada avevano discusso chi fosse tra loro il più grande … (XXV domenica T.O, 19 Settembre 2021, di p. Francesco Guerra)
Pochi giorni prima di questo episodio gli apostoli, Pietro Giacomo e Giovanni avevano assistito alla trasfigurazione di Gesù sul monte dove egli aveva manifestato tutta la sua gloria di Dio.
Ora il maestro per la seconda volta annuncia loro che il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini, e che lo uccideranno. Ma poi risorgerà dopo tre giorni. Essi non capivano queste parole, e avevano timore di interrogarlo! E’ vero non avevano capito nulla, Gesù il maestro è proprio il Figlio di Dio, l’Altissimo che però si consegna come semplice uomo nelle mani di noi uomini…
E noi cosa facciamo? Lo uccidiamo, perché a noi sembra che con la vita degli altri, specialmente se sono umili ed indifesi, possiamo fare secondo la nostra potenza e prepotenza. Ma Lui dopo tre giorni risorge, perché è la Vita Eterna. Tale vita eterna secondo la sapienza di Gesù passa per la piccolezza, per la rinuncia, e si sviluppa nell’essere al servizio degli altri, e non nello schiacciare gli altri.
Gli apostoli non avevano capito proprio niente! Per strada discutevano tra loro chi fosse il più grande!
Noi di che cosa discutiamo? che cosa vogliamo dalla nostra vita, per cosa combattiamo? Gesù risponde “se uno vuole essere il più primo, sia il servitore di tutti”, e prende un bambino come esempio di ciò. La considerazione dei bambini in quei tempi non è come quella di oggi, allora il bambino non contava niente fintanto che non arrivava alla pubertà e allora veniva considerato uomo. Cosa conta il discepolo di Gesù? ai suoi occhi vale solo se diventa il servitore di tutti, come ha fatto Lui con noi.
