Possiamo aiutarci nella comprensione delle beatitudini elencate nel vangelo di oggi grazie alla metafora dell’albero che prolifera quando è vicino alla sorgente della sua floridità.
Ripercorrendo la prima lettura e il salmo della liturgia di questa domenica, troviamo che sono Beati coloro che hanno superato la propria avidità, hanno messo fine ai loro sentimenti di odio e non coltivano più illusioni.
Al contrario, sono lieti di ciò che hanno e tengono i loro cuori aperti, notte e giorno. Qui scatta il paragone. Questi sono come alberi piantati vicino a uno corso d’acqua: danno frutto quando è stagione e le loro foglie non ingialliscono né cadono. Tutto ciò che fanno va a buon fine.
E’ questa la beatitudine di chi è povero di distrazioni, di divagazioni e guarda all’essenziale. La povertà qui è indicata come caratteristica di leggerezza di chi cammina per la giusta strada, quella indicata dalla parola di Dio. Mette i suoi progetti nelle mani dell’Altissimo, o ancor meglio, si affida Lui, fa suoi i progetti che Dio gli chiede.
Questa saggezza lo porta ad usare i sentimenti per essere vicino a chi ha bisogno, senza perdersi per vie lunghe e tortuose che lo porterebbero lontano dalla realtà. E’ capace di compassione con quanti sono nella sofferenza, e allo stesso tempo gioisce delle grazie che vede compiersi nella storia.
E anche nelle avversità non perde la luce che ha trovato, non si lascia sviare nemmeno di fronte alle difficoltà, compreso il fatto di non essere capito quando realizza il bene che Dio gli comanda. E’ sicuro di quella grande ricompensa che riceverà in cielo, perché nel suo interiore si fida di colui che gli promette tutto questo, e che sa essere fedele perché ha già mandato per noi la sua consolazione, il Figlio Gesù e lo Spirito Paraclito.
Guai a coloro che invece si attarderanno per vie non buone, che vedranno senza sentimento la situazione della loro realtà, che passeranno oltre ignorando quanto è doveroso fare e che Dio mostra ai loro occhi.
Dunque cari amici non lasciamoci sviare da dottrine varie e peregrine, piuttosto rinsaldiamoci a vicenda nella fede, e testimoniano l’un l’altro che piegarsi al volere di Dio, mettersi a sua disposizione, ripaga cento volte tanto in questa terra, e poi con la vita eterna.
E tirate le barche a terra lasciarono tutto e lo seguirono
Il vangelo di oggi si chiude con l’accenno alle barche che vengono lasciate abbandonate, ma questo vangelo si era aperto anche con la sottolineatura che Gesù, mentre era sul lago accerchiato dalla folla, aveva notato proprio le barche e poi era salito in una di esse e poi da lì scostandosi aveva annunciato la parola.
C’è quindi questo protagonismo misterioso e un po’ nascosto delle barche, che sono il luogo, il contesto dove Gesù svolge la sua attività. Gesù chiede ospitalità a coloro ai padroni delle barche e si ritrova quasi dritto dentro la storia di Pietro, Giacomo Andrea e Giovanni. E’ interessante che Gesù, dice il vangelo, smise di parlare le folle e si rivolse a Pietro dicendo “prendete il largo e gettate le reti”. E’ un passaggio da un annuncio della parola di Dio (a tutti) ad un invito chiaro (personale), preciso che chiede fede e fiducia.
Pietro intuisce che questa è una parola suggestiva, misteriosa. Ma al tempo stesso pensa che questa parola sembra non corretta, contraria alla sua esperienza, e quindi c’è una fiducia, un’apertura di fede che si realizza con l’espressione: “sulla tua parola getterò le le reti!”
Questa apertura porta effettivamente alla pesca miracolosa e Pietro onestamente riconosce che lui non ci credeva fino in fondo, che lui ha gettato le reti ma non pensava che andasse a finire cosi bene!
Allora Pietro si riconosce peccatore, ma proprio adesso, in questo riconoscimento di colpa, di mancanza, di piccolezza, sta proprio il mistero di dio che non chiama coloro che sono perfetti, coloro che sono buoni, ma chiama coloro che fanno spazio al Signore.
Ecco allora il Signore entra anche in noi, nella nostra vita, attraverso le nostre barche i nostri contesti chiedendoci di fare spazio, chiedendoci di diventare anche noi collaboratori del ministero, dell’annuncio della parola, attraverso quello che siamo, quello che facciamo, le nostre relazioni.
Chiediamo al signore di poter essere anche noi, con la nostra fede a volte debole, con i nostri dubbi, comunque aperti e capaci come Pietro di scommettere sulla sua parola.
L’immagine della pesca è certamente un’immagine suggestiva: Il nostro fondatore San Paolo della Croce scriveva a Fulgenzio Pastorelli in riferimento a quello che era il discernimento e la vita spirituale:
per il resto sii di buon animo, entra nella tua cella spirituale, prega giorno e notte, bevi e divora e rumina e digerisci nel fuoco della carità divina, in silenzio, nella fede, nella fortezza, nella speranza, nella carità, nella potenza di Dio. Va’ a pescare le gemme e le margherite di tutte le virtù nel profondo mare della Passione di Cristo e dei dolori dell’intemerata Vergine.
Il brano evangelico di questa domenica si pone in continuità con quello ascoltato la settimana scorsa. Inizia con il versetto conclusivo del brano precedente: «Gesù cominciò a dire “Oggi si è compiuta questa scrittura nei vostri orecchi”» (Lc 4, 21).
Tutto il racconto inizia e si conclude con Gesù che insegna di sabato, e ci offre un anticipo di tutta la sua azione, e delle reazioni della gente.
«Gesù cominciò a dire»: egli inizia il suo ministero presentando il suo programma di vita. Programma che si realizza nella vita quotidiana, nell’oggi, quando la Parola trova ascolto nel nostro orecchio e nel nostro cuore.
Siamo nella sinagoga di Nazaret, e Gesù – dopo il Battesimo al Giordano – si propone come ermeneutica vivente, interpretazione, realizzazione dei versetti di Isaia (cf Is 61, 1-2). Con la sua venuta nella storia Gesù inaugura l’anno di grazia, l’anno di misericordia (Lc 4, 18-19) cui si riferisce il profeta. Egli si riconosce in questa Parola, che in Lui diventa carne, assume un volto.
Quando la Parola ci svela il volto Dio (cf. Francesco, Omelia per la Domenica della Parola di Dio, 24 gennaio 2022), incontra le nostre resistenze e si scontra con le nostre aspettative, le presunzioni, le false sicurezze. La Parola rivela ciò che abita nel nostro cuore e diventa scomoda, chiama a conversione. Il Signore ci mette in guardia dal compiere l’errore di sbagliarci su di lui, ci richiama a rinunciare ai nostri pregiudizi e ad «accogliere il volto concreto in cui Lui si è rivelato: l’uomo Gesù di Nazaret» (Benedetto XVI, Angelus, 3 febbraio 2013).
Coloro che ascoltano Gesù nella sinagoga, prima lo accolgono in modo superficiale, poi lo rifiutano. Tanto che, conclude il Vangelo, «furono pieni di sdegno e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù» (Lc 4, 28-29). Ma – passando in mezzo a loro – si incamminò per altri villaggi. Il Signore non si ferma, ma attraversa la nostra vita e la nostra storia seminando la Parola.
Il rifiuto che Gesù subisce nella sua “patria” (Lc 4, 24) è il rifiuto che avrebbe incontrato in Israele. l’anticipo di quanto avverrà a Gerusalemme, quando verrà ucciso fuori dalla città (cf. Gv 19,20).
Ma Gesù, risorto dai morti, continua a camminare in mezzo a noi.
in questa domenica terza del tempo ordinario, la Chiesa celebra la Domenica della Parola indetta il 30 settembre 2020 da papà Francesco con il motu proprio aperuit illis. in questa cornice di ascolto, accoglienza e contemplazione della parola, dono prezioso che è lampada ai nostri passi, siamo invitati ad aprire i nostri cuori alla dunamis, alla forza che essa produce in ciascuno e nella comunità riunita, così come nell’assemblea convocata da Esdra per la lettura della legge di Mosè riportata nella prima lettura tratta dal libro di Neemia.
Siamo tutti invitati dunque a guardare avanti, con fiducia e gioia, perché Dio, che non ha abbandonato il suo popolo nonostante le infedeltà, offre ancora una possibilità per rinnovare l’alleanza e proseguire il cammino nella via che conduce alla vita. Ed è nell’unico corpo che è la Chiesa, ci ricorda San Paolo, che possiamo riconoscerci dissetati da un solo Spirito e insieme ciascuno con il suo dono e nell’armonia delle diversità possiamo cantare “le tue parole Signore sono spirito e vita.
Con la consapevolezza dunque di essere i convocati, i chiamati ci portiamo nella sinagoga di Nazaret dove, ci dice l’evangelista Luca, gli occhi di tutti erano fissi su di lui, su Gesù che si alza e va a leggere il rotolo del profeta Isaia che gli viene portato. Il rotolo in cui si annuncia il consacrato con l’unzione dello spirito, inviato a portare il lieto annuncio ai poveri, ai ciechi la vista, agli oppressi e ai prigionieri la liberazione, a proclamare l’anno di grazia.
Ebbene silenzio e attesa rimarcano le parole che pronuncia Gesù: “Oggi si è compiuta”, peplerotai, il verbo della pienezza, compiutezza, oggi si è compiuta questa scrittura che avete ascoltato, letteralmente “entrata nei vostri orecchi”. Si è oggi la pienezza e l’ascolto, il tempo della promessa che si compie in lui, in Gesù il verbo fatto carne!
Nel vangelo di Vangelo di Giovanni, troviamo il tema della festa nuziale. Una festa che poteva durare tra i tre e i sette giorni.
Il luogo che ci viene presentato è Cana, un modesto paese della Galilea a circa 13 km da Nazareth. La lettura attenta ci fa prendere consapevolezza che qui il personaggio più importante è Maria. È scritto infatti che “vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù”. Poi, di Gesù è scritto “fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli”. chi prende la parola per prima è proprio Maria: “Non hanno più vino”.
Sembra strano che nessuno si accorga del vino che sia venuto a mancare, E’ Maria che fa presente questa mancanza.
Gesù risponde alla provocazione rivolgendosi a Sua Madre con il titolo di ‘donna’ Giovanni ha un suo stile nel presentarci Maria. Egli non la chiama mai con il suo nome, ma con l’appellativo di Madre di Gesù (v. 1) o di Donna (v. 4), perché a lui interessa mettere in risalto non tanto la sua individualità quanto il ruolo che le compete.
In tutto il vangelo di Giovanni, Maria è presente solo in due momenti: a Cana, quando Gesù dà inizio alla sua prima manifestazione, e sul Calvario, quando il Figlio, nel momento conclusivo della sua missione, la consegna come madre al discepolo amato.
Poche, ma chiare parole: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Maria è chiara: “fate quello che Lui vi dirà”. Il Signore, infatti, sa quali sono le cose che abbiamo dentro e ci chiede quelle, non altre. A Cana Gesù non chiede il vino, ma l’acqua, l’unica cosa che è rimasta a tutti. La cosa più semplice, per certi versi anche la più “banale”… sarà Lui a trasformarla e darle il valore che merita! Il Signore non ha mai usato cose artificiose per compiere miracoli, ma è partito sempre dalle più comuni per fare cose grandi! Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. “6 giare”: vuol dire qualcosa come 500-600 litri di vino. 6 indica la nostra imperfezione, l’acqua di queste giare serviva per purificarsi, per lavarsi. Sono i vecchi riti. Mi piace davvero iniziare da questo brano il nuovo tempo ordinario che la chiesa ci dona. Ci ricorda che proprio la quotidianità è il tempo in cui fare esperienza della gratuità di Dio, della Sua presenza, del soffio potente e delicato dello Spirito. Davvero c’è un vino buono pure per te. Per te che sei convinto di non meritarti nulla e che vedi la tua fede insicura e traballante. Davvero c’è l’occhio di una Madre che veglia su di te, che porta nelle mani di suo Figlio i tuoi bisogni, pure quelli che tu non vedi. Almeno davanti a Dio non c’è nulla da conquistare o da meritarsi, basta solo avere bicchieri vuoti e pronti ad accogliere il dono che già è stato versato.
La festa di nozze della mia e della nostra comunità, ha bisogno anche di me, del mio entusiasmo, della mia libertà, della mia franchezza, della mia dolcezza che danno sapore a tutto. Ma TU devi esserci, Gesù, l’ho sperimentato infinite volte: senza di TE non posso fare niente. Grazie, Gesù, del TUO invito al banchetto di nozze. Accanto a TE.
Pillars of creation, (o Pilastri della creazione) è il suggestivo nome che gli astronomi hanno dato all’iconica sezione della Nebulosa Aquila, scelta come copertina dei 3 minuti di oggi.
Usiamo l’immagine della luce che penetra ed emerge tra le polveri interstellari per raffigurarci la potenza di Dio che riesce a penetrare il nulla e a mettere in essere, e in continuo movimento, tutto l’universo. Questo ci rimanda alla scena del vangelo odierno in cui i cieli si aprono. La luce che buca i cieli e che viene ricevuta dalla terra, e in particolare dal più bello tra i figli degli uomini, che è Gesù, è la luce dello Spirito Santo, nella dinamica di accoglienza della luce anticipata dal prologo giovanneo.
Qui lo Spirito discende su Gesù nella forma di colomba. Il simbolismo è chiaramente biblico e si rifa ad alcuni passaggi che citiamo come per nutrici delle parole dell’antico testamento. In Genesi (8, 11) è una colomba a portare a Noè il rametto d’ulivo, mostrandogli così la fine del Diluvio universale e l’inizio di una nuova era di pace tra Dio e gli uomini. Nel Cantico dei Cantici “mia colomba” è l’appellativo affettuoso rivolto all’amata da parte del pastore innamorato. E il colore bianco di questo animale ricorda la purezza e l’innocenza.
La discesa e la permanenza dello Spirito su Gesù, è accompagnata dalla parola di conferma del Padre: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. La scena Trinitaria, non è però fine a sé stessa. Il compiacimento di Dio, l’avvolgere nell’amore il Figlio da parte del Padre, non può fermarsi nella sola persona del Figlio, e lo Spirito non risulta un semplice “effetto speciale” per i partecipanti. Quest’evento teofanico, che collega il cielo e la terra, attraverso l’umanità deificata, e la divinità umanizzata di Gesù, porta con sé anche il germe del futuro battesimo che l’umanità sta per ricevere, un battesimo di fuoco, come recitano le parola del battista.
Se il battesimo d’acqua predisponeva l’umanità a riconoscere i propri peccati, cioè la distanza incolmabile da una pienezza di vita, è solo nel battesimo dello Spirito, che possiamo ottenere la vita nuova portata da Dio stesso che apre i cieli e si china su di noi.
Contempliamo dunque questa scena, comprendendo e chiedendo l’accoglienza della divinità nella nostra vita, perché se scorgiamo una nuova luce quando chiediamo perdono a Dio, è solo con la sua grande azione che possiamo gustare la totalità dell’immersione nella sua luce.
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