Il vangelo che oggi la liturgia ci offre ci racconta la ricerca e l’incontro tra Gesù e Zaccheo.
Zaccheo che cerca di vedere Gesù.
Gesù che cerca Zaccheo.
L’incontro che genera in Zaccheo un capovolgimento totale della vita e delle sue gerarchie.
Ci domandiamo: perché Zaccheo vuole vedere Gesù? Cosa lo spinge ad incontrarlo? Cosa manca a Zaccheo?
Eppure ha tutto: è ricco, ha potere, infatti è capo dei pubblicani è temuto.
Cosa gli manca? Gli manca la gratuità dell’amore.
Perché Zaccheo capovolge la sua vita? Perché Gesù non lo giudica, ma lo accoglie così com’è.
Non gli dice: so che sei un ladro, un idolatra, un disgraziato. Quando cambi vengo a casa tua. No, Gesù va a casa sua a prescindere da quale risposta possa ricevere da Zacheo. Va a casa sua perché vede che Zaccheo è infelice.
Nell’incontro con Gesù Zaccheo scopre che la felicità non sta nell’accumulare, ma nel donare.
Gesù ci ma così. Non a partire dalle nostre prestazioni religiose e morali. Non ci ama perché siamo delle brave persone.
Gesù vuole entrare nella nostra vita perché desidera vederci felici come lo è Lui.
Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri
è importante sostare su questa motivazione, la motivazione per cui Gesù racconta questa parabola, la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio. è una parabola che riguarda la preghiera che riguarda quindi il rapporto con Dio, ma è una parabola che svela il senso della nostra identità, della nostra interiorità. Gesù fa capire che c’è un’intimità dove si nasconde una presunzione, una sicurezza, un sapere, un conoscere di noi, di Dio e degli altri che spesso è fuorviante, che spesso è sbagliato.
Ed è lì che deve arrivare la luce di Dio. Ed è lì che vuole arrivare questa parabola. Il fariseo effettivamente è uno che appare sicuro di sé, ma ha anche dei motivi: effettivamente è una persona degna di essere rispettata, degna di essere anche riconosciuta, per il suo impegno per la sua coerenza. Ma tutto questo purtroppo non lo porta a Dio, tutto questo è un circuito chiuso dove certamente lui manifesta di essere fedele, ma fedele a delle regole, a delle norme, che in realtà non lo aprono al mistero di Dio, non gli fanno capire chi è Dio e soprattutto Dio non entra nella sua intimità, e quindi nella sua intimità si nasconde questa presunzione di giustizia, di giudizio, che poi diventa effettivamente condanna disprezzo nei confronti degli altri.
Ecco allora l’invito: chi si umilia sarà esaltato. Lo diceva anche il nostro fondatore da giovane quando visse un ritiro a Castellazzo, prima ancora di essere religioso, che così scriveva: ho già inteso che l’abbassarsi sino sotto l’inferno, sotto i piedi dei demoni, allora Dio alza al paradiso, perché siccome il demonio volle alzarsi al più alto del paradiso e per la sua superbia fu gettato al più profondo dell’inferno, così viceversa l’anima che si umilia fin sotto l’inferno fa tremare il demonio, lo confonde e il sommo bene l’esalta al Paradiso
Il vangelo proposto oggi dalla liturgia domenicale è composto da due insegnamenti di Gesù, il primo sulla fede e il secondo sul servizio. Quanta fede dobbiamo avere? Ne basta pochissima, quanto il piccolissimo seme di senape, ma è necessario che sia autentica, perché come la senape diventa un alberello dove si possono poggiare anche gli uccelli (Marco 4,32), così l’autentica fede può trasportare un albero o una montagna. Fede in Gesù che è il Signore del cielo e della terra e ci ha detto che noi possiamo chiedere nel suo nome al Padre del cielo qualsiasi cosa ed Egli ce la concederà e possiamo fare cose anche più grandi di quelle che ha fatto Gesù (Giovanni 14,12-14). È vero? È proprio possibile? Sì, gli apostoli hanno evangelizzato territori molto più vasti di quelli percorsi da Gesù e compiuto miracoli straordinari. Tanti santi hanno fatto cose altrettanto stupende: perché meravigliarci? Le parole di Gesù sono sempre vere: i miracoli avvengono anche oggi. Il problema siamo noi, che ci siamo lasciati contagiare da questo mondo scientista che crede di sapere tutto e risolvere tutto e in realtà ha perso la bussola dell’orientamento e non sa più dove sta andando. Noi non sappiamo più perché continuiamo a correre e ad affannarci e siamo sempre in ansia senza trovare la pace. Fede ci dice Gesù. La seconda parabola è sul servizio: che comporta essere discepoli di Gesù? Essere operai del Regno di Dio che donano se stessi per servire Dio e i fratelli, con umiltà e dedizione, senza presunzione, con fedeltà, sapendo che “siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare”, come dice Gesù. Inutili, nel senso che abbiamo fatto il nostro dovere, niente di più ed inoltre consapevoli che senza la grazia di Dio tutte le nostre opere sarebbero veramente inefficaci, ma collaborando con Lui ogni azione diventa realtà nuova e bella. Con Gesù tutto possiamo.
C’era un uomo ricco che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo. Si nota anzitutto che quest’uomo è senza nome, è definito unicamente da ciò che possiede. Egli ammassa bene per sé, come se avere molte cose potesse impedire l’evento che lo attende al termine della sua esistenza, Non si accorge della presenza alla sua porta di un povero di nome Lazzaro, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla sua tavola.
C’era solo una porta che divide il ricco dal povero. Eppure quella porta sembra dividere le due realtà, tra ricchezza e povertà . Per il ricco questo povero è inesistente, mentre notiamo che solo i cani lo avvicinano,
La scena che ci viene descritta serve per preparare la seconda sezione, dove le parti sono invertite, dove a essere questa volta fuori casa sarà il ricco epulone. Ma sentiamo cosa ci dice ancora la parola: un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo Morì anche il ricco e fu sepolto stando negli inferi, Fra i tormenti alzò gli occhi e vide da lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse padre Abramo abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua perché soffro terribilmente in questa fiamma” ma Abramo rispose “Figlio ricordati che nella vita Tu hai ricevuto i tuoi beni e Lazzaro i suoi mali, ma ora in questo mondo lui è consolato e tu invece sei in mezzo ai tormenti “.
Il ricco ha goduto dei suoi beni in vita Lazzaro invece ha patito. Ora abbiamo notato che le cose si sono invertite. Ciò che emerge non sono tanti beni in sé ma l’incapacità che il ricco ha avuto nel non accorgersi del bene che era il fratello nel momento del bisogno. Questo ricco non ha fatto entrare in casa sua il povero Lazzaro ma ha tracciato una sorta di confine invalicabile che è quanto ora subirà anche lui.
Gesù desidera farci capire che nella vita può sempre esserci un momento in cui è troppo tardi e di fatti il ricco epulone chiede ad Abramo di mandare Lazzaro dai suoi familiari. Allora vuol dire che il ricco aveva visto Lazzaro ma non gli ha prestato attenzione e questo lo si coglie anche nella richiesta che poi il ricco rivolge ad Abramo “ti prego manda Lazzaro dai miei fratelli” e qui Gesù ricorda che ci sono già i profeti, c’è la già la Parola di Dio (nella Legge e noi abbiamo anche la parola del Vangelo) che è chiara!
Se uno ha ricchezze nel mondo e vedendo il proprio fratello nel bisogno, chiude il cuore, come può l’amore di Dio rimanere in lui? Il Signore ci dà un tempo opportuno che è questo! Questo è il momento favorevole, il giorno della salvezza! Sì perché ieri non c’è più, domani è nelle mani della Provvidenza, ma oggi è il tuo e il mio momento favorevole. per aprire gli occhi, per cambiare, per convertirsi, per ascoltare, per vedere, per stare dalla parte dei poveri. Sì, perché stare dalla parte dei poveri è stare dalla parte di Dio.
Frase chiave “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”
Tale è il desiderio di sconfiggere la morte, il vero nemico dell’uomo, che nonostante il bagno di iper-razionalità del 900 il nostro immaginario è pieno di esempi che cercano di sbirciare il mistero di quello che si cela “al di là” cercando però di comprenderlo con le categorie che abbiamo al di qua. Così ci troviamo oramai in compagnia di figure che cercano di rappresentare chi è tornato dalla morte, alcune poco rassicuranti come quella degli Zombie, dove il corpo continua a funzionare come una macchina semovente animata solo da quegli istinti primordiali che hanno caratterizzato quelle persone quando erano in vita, quasi che quella ne fosse l’essenza, come abbiamo visto nella produzione di George Romero che li vede prendere i carrelli e fare la spesa ai centri commerciali. Al lato opposto poi troviamo James e Lily Potter i genitori del maghetto Henry, che in quasi ogni suo film, intervengono direttamente a salvarlo (come nel suo primo scontro con Voldemort quando le bacchette entrano in risonanza fanno da scudo permettendo al figlio la fuga) o indirettamente come loro proiezione frutto del famoso incantesimo Incanto Patronus che lo proteggeranno dai Dissennatori. Ecco che appaiono come figure ultraterrene a risolvere problemi terresti. In mezzo a questi due poli troviamo una figura meno “astratta” e più simile al passo evangelico, all’interno del buon vecchio Games of Thrones – o il Trono di spade se preferite -, anche se in un segmento di trama al di fuori della penna del suo creatore George R. R. Martin. Si tratta ancora del nostro Jon Snow che viene riportano in vita da dopo che è stato tradito e ucciso dai suoi compagni: raccontata così la somiglianza con Gesù è palese. Come la resurrezione di Gesù è stata in qualche modo “preparata” da quella di Lazzaro, così quella di Jon era stata presupposta dalla presenza dei sacerdoti del Dio del fuoco: avevamo già visto come Thoros di Myr, il Sacerdote Rosso, seguace del Signore della Luce e membro della Fratellanza Senza Vessilli, riesce più volte a risuscitare Beric Dondarrion, allo stesso modo la misteriosa sacerdotessa Melisandre farà per il Nostro. Ma le somiglianze finiscono qui: sono infatti tentativi di riportare all’interno nel nostro modo di pensare una realtà che gli sfugge. Bisogna ragionare al contrario: lasciarci guidare dalla novità introdotta dalla resurrezione e partire da qui per comprendere il mondo che ci circonda. Infatti Gesù non torna ad essere quello che era prima: è lui, ma allo stesso tempo ci sono cose in lui che vanno oltre. Non solo, ma la resurrezione di Gesù non è un caso speciale o la prova di forza di un Dio che vuol far vedere che ha i muscoli; piuttosto è il destino di ogni uomo, che in Gesù vede la sua prima realizzazione: la “primizia”. Se in tutti questi esempi chi torna dalla morte sembra aver “perso” qualcosa, quasi che nello sforzo – più o meno consapevole – di attraversare questo famoso abisso che separa i vivi dai morti, Gesù non solo appare consapevole e padrone di sé, ma in lui tutte le sue potenzialità appaiono fiorite. Questo perché questo abisso è l’infinità di Dio stesso: sebbene sia fuori dalla nostra portata è lui a chinarsi su di noi e quindi la sua credibilità non potrà che trovarsi nell’accoglierlo nella nostra vita e lasciarci da lui invadere.
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