Rimangono sulla scena soltanto Maria e Giovanni. Come ultime sentinelle che insieme tengono accesa la lampada della fede. C’è un dono reciproco tra i due che è mediato dal Cristo morente. E’ Gesù che ci fa padri/madri e figli.
“Madre Maria non temere, ecco hai un’altra umanità da proteggere anche se la mia adesso muore”.
“Figlio, Giovanni non temere, non rimani orfano, c’è chi si prenderà cura di te.”
“Maria, Giovanni, non temete, abbiate fede, il Padre ha sempre una via più grande di quella degli uomini”
E dunque tutto è compiuto! Si è visto l’amore massimo da parte di Dio. E anche il rifiuto massimo che possono compiere gli uomini. Non rimane più nulla sulla terra. Gesù ha dato tutto il suo sangue. La morte è sopraggiunta e il corpo esanime è deposto nella tomba. Tutte le speranze dei discepoli si sono dissolte nel loro abbondonare Gesù. Colui che pensavano che avrebbe liberato Israele dal dominio esterno ha fallito, soccombendo dinanzi ai peccati del suo popolo. I sacerdoti, la folla, i discepoli, Pilato… a parte Giovanni e Maria nessuno scorgerà un progetto nuovo e a non perdere la speranza..
Inizia il buio sulla terra, perché inizia il silenzio di Dio. Il Creatore, che con la sua parola ha creato il cielo e la terra, adesso tace. Ma anche gli uomini possono rimanere in silenzio di fronte a quanto accade perché hanno visto colui che è trafitto. Non solo dal centurione, ma dai no di ciascuno di noi. La morte di quell’uomo è l’effetto dei miei no. Quest’immagine parla più di moltissime prediche.
Se non si ama, si muore, e si fa morire anche gli altri. C’è una legge di causalità. Che è la stessa che dona la vita: chi muore per amore, fa rivivere, fa risorgere. E’ questa l’ultima lezione che il Maestro ha impartito.
L’avventura terrena di Gesù sta per concludersi. Le profezie si stanno per compiere. Prima di essere innalzato sul trono temporaneo della croce, per poi sedere sul trono definitivo alla destra del Padre, Gesù viene osannato mentre passa a cavallo di un povero puledro. La sua regalità è quella di un re mite, che si offre per i suoi sudditi.
Con Gesù cambia il modo di regnare, e cambia il regno. Mentre i potenti di questo mondo schiacciano gli altri ed impongono il loro volere, Gesù è re dei Giudei, come scritto sulla sua condanna, perché chiede al Padre di perdonare i peccati dei suoi connazionali, e poi di tutte le genti che Egli salva con la sua regalità .
Dio crea un’alleanza nuova basata sull’umiltà profonda di Gesù, quella di prendere nelle sue mani le nostre storie e cambiarle dall’interno. La logica di Gesù è quella del servizio, quella di offrirsi per la felicità dei fratelli, quella di risparmiare gli altri anche se questo per lui comporta pagare di persona.
Questo nuovo modo di regnare genera nuovi sudditi distruggendo in essi l’egoismo. Questo regno che si genera però è l’ultimo. Esso non si basa sulla pace umana, ma sarà cosi duraturo che la sua pace è Dio stesso. Questo regno quindi è eterno, perché l’amore che regnerà in esso non può essere sconfitto da nessuna esercito a cavallo o meno. Ma guidato, come ci insegna oggi il vangelo, da uno che siede su un piccolo puledro.
In quel “vogliamo vedere Gesù” si può ritrovare il desiderio di salvezza tipico di ogni uomo che insegue una vita veramente degna di essere vissuta. Infatti Jeshua significa proprio “Dio salva”, cioè dischiude all’uomo quelle possibilità che porta nel cuore. Ci rivolgiamo allora a Gesù di Nazareth perché questo nome veicola qualcosa di buono e grande.
La sua fama – almeno per noi occidentali – è grande: per qualcuno era un grande uomo, per altri Dio stesso, per i cristiani entrambe le cose. Come aveva capito bene Giovanni è allora centrale chiarire meglio le caratteristiche di questa sua fama. La parola greca che veicola questo concetto è doxa che in significava soprattutto “opinione”. La Bibbia la usa sottolineando il significato meno letterale del termine, riferendosi alla “opinione che la gente ha su un qualcosa”, cioè quella che chiamiamo “fama”, “onore” o “prestigio”. Quando viene riferita a Dio traduce la parola ebraica Kabod, che, sempre accompagnato da verbi come vedere e apparire, si riferisce non all’essenza di Dio, ma alla manifestazione della sua grandezza, che ha sì la caratteristica di essere magnifica, ma al tempo stesso è un’esperienza che seppur limitata nel tempo, lascia una traccia profonda. Nelle traduzioni allora la incontriamo indicata con il termine “gloria” in quanto manifestazione della grandezza Dio, che qui si concentra per prima cosa sulla persona di Gesù.
S. Ireneo giustamente ci fa notare però che questo non si limita a Gesù preso nella sua singolarità, ma a tutti gli uomini che si lasciano condurre e rinnovare nello Spirito. Non solo, ma in questo passo Gesù spiega anche il momento in cui sarà massima la manifestazione di questa sua gloria, cioè quando egli. che è la traduzione visibile della grandezza di Dio, sarà innalzato da terra, cioè quando sarà sulla croce. In quell’occasione sarà evidente il tipo di “fama” che Dio vuole per sé: non una potenza che schiaccia e impone, ma una presenza accogliente ed invitante aperta alla conciliazione e al perdono. Allora il problema non è tanto nel vedere Gesù, ma nel saperlo riconoscere visto che la gloria di Dio – che egli rappresenta – si scontra con il nostro concetto di gloria, cioè il voler essere grandi e potenti, piuttosto che crocifissi per amore e la salvezza degli altri.
E dunque la proposta del di essere come un chicco di grano: che seppur muore porta molto frutto!
Gesù aveva già affrontato con Nicodemo il tema del rinascere per la grazia dello Spirito santo, argomento che Nicodemo aveva compreso poco e che anche molti cristiani probabilmente capiscono poco con la mente e poco vivono nell’anima.
Gesù non si sofferma a dare troppe spiegazioni, ma continua affermando che egli è disceso da Dio Padre e sarà innalzato nuovamente indicando tutto il tragitto della missione che il Padre gli ha affidato: cioè quello della nostra salvezza, per questo è venuto: per darci la vita e la luce vera quella che illumina il cammino più autentico della nostra vita. Ma spesso Gesù viene rifiutato perché gli uomini amano più le tenebre che la luce, le tenebre della disonestà e del tornaconto personale. Tuttavia questo non impedisce a Gesù di compiere la propria missione.
Però la missione lo porterà ad un innalzamento del tutto particolare: sarà innalzato sulla croce prima di innalzarsi di nuovo in cielo accanto al Padre suo.
Egli porta come simbolo del cammino che ha davanti quello del serpente di bronzo innalzato da Mosè, quando nel deserto del Negheb gli ebrei furono morsi da serpi velenosi. Chi guardava a quel serpente veniva guarito.
Il verbo Guardare qui ha un significato preciso: vuol dire guardare con fede, cioè credere.
Chi crede a Gesù morto e risorto per noi viene salvato.
Perché è stato necessario che Gesù morisse in croce? Non potevamo essere salvati da Dio Padre in altro modo?
È questa una domanda più teorica che reale: quante volte Dio aveva mandato profeti e persone sante a parlare in suo nome e erano stati ascoltati.
È solo l’amore che si sacrifica fino a dare la propria vita che ci può commuovere e convincere, e questo Gesù lo ha fatto.
Salito a Gerusalemme in occasione della festa, Gesù entra nel tempio, il luogo dell’incontro con Dio, dove sta il Santo dei santi, ma constata che esso non è rispettato nella sua funzione. Da luogo di culto a Dio è diventato luogo commerciale, sede di traffici “bancari”, mercato dove regna l’idolo del denaro. Come mai gli israeliti erano arrivati ad una tale perversione? Il mercato – in quel tempo di animali necessari per i sacrifici, oggi di oggetti sacri, devozionali – prospera dove accorre la gente, sempre pronta a credere che il rapporto con Dio possa esaurirsi ad un culto esterno, fatto di troppe statue, oggetti e pie pratiche. Il simbolo per pregare ci aiuta, ma poi la vera preghiera diventa azione e non si ferma al simbolo.
Gesù rimane indignato dalla situazione e compie un gesto di protesta e lo accompagna con la sua parola di denuncia. In tal modo si rivela come un profeta che osa dichiarare di fronte a tutti la triste fine fatta da quella che è pur sempre la casa di Dio, la casa di suo Padre.
Il gesto compiuto da Gesù è scandaloso per i sacerdoti e per gli uomini religiosi della città santa. Gli chiedono dunque con quale autorità osa interrompere quella tradizione umana di commercio.
Di fronte a questa accusa, Gesù risponde con parole enigmatiche, che sono una profezia, ma che quei contestatori non possono comprendere nella loro verità. Dice, infatti, sfidandoli: “Distruggete questo santuario e in tre giorni lo rialzerò, lo farò risorgere”.
Di fronte all’ostilità dei Giudei che vedevano minacciata la loro funzione sociale come “funzionari” di un “culto commerciale” a Dio, è bello vedere la reazione dei discepoli. Essi comprendono il gesto di Gesù è pieno di passione e di zelo. Nel gesto di protesta del maestro riconoscono un modo tutto speciale per ridestare gli animi dei loro contemporanei dai cattivi costumi assunti, e riportarli ad un autentico culto a Dio.
Questo gesto porterà Gesù ad essere consumato come l’Agnello pasquale: sì, questa passione e zelo per Dio porterà Gesù alla condanna e alla morte! Ma Gesù risorgerà, poiché tale passione-amore “fino alla fine” per Dio e per gli uomini non poteva morire! Allora i discepoli si ricorderanno delle sue parole circa la resurrezione in tre giorni: “egli parlava del santuario del suo corpo”. Non sarà rialzato il tempio di pietre distrutto (successivamente dai Romani), ma il suo corpo morto invece si rialzerà per la vita eterna.
Oggi siamo chiamati ad incontrare il Signore in due nuovi templi. Il primo è interiore, è il nostro corpo, il luogo in cui possiamo offrire noi stessi a Dio con il nostro sì alla sua volontà. Il secondo è esterno a noi, la Chiesa che è corpo di cui Cristo Risorto è il capo. Li, radunati nell’assemblea liturgica, troviamo i fratelli a cui donarci e con cui continuare la nostra offerta a Dio.
Utilizziamo i COOKIES per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.