Questa domenica del periodo pasquale viene chiamata “La domenica del buon pastore” perché la liturgia ci pone di fronte ai passi biblici che si riferiscono a questa immagine, cara alla tradizione ebraica, che Gesù da applicato a sé. In questo senso l’immagine del “buon pastore” non ci fa riflettere solo sulla figura del pastore, ma sulla relazione pastore/gregge.
Dobbiamo però iniziare dal correggere la percezione che la modernità ha di questa immagine è il fattore culturale: nel nostro mondo, ormai lontano da quello rurale, l’immagine del gregge è essenzialmente negativa. Ad essa tendiamo ad associare concetti come massificazione, mancanza di personalità, incapacità di gestirsi, ecc. Ma il suo significato nella cultura biblica è diverso.
Prima va tenuto conto che l’economia del popolo di Israele era centrata proprio sulla pastorizia: il terreno della Giudea è caratterizzato da scarsità di acqua e dall’ampia presenza di deserti pietrosi, per cui è poco adatto all’agricoltura, mentre si presta per l’allevamento di pecore. Gli ovini erano letteralmente oro su quattro zampe. Per tale ragione essere paragonati ad un gregge significava essere considerati il bene più prezioso, che però aveva bisogno di essere difeso. Infatti la continua necessità di trovare terreni favorevoli in mezzo a queste terre desolate, spingeva i pastori ad avventurarsi in mezzo a luoghi abitati da animali selvaggi.
Chi ha avuto l’opportunità di interagire con pecore si è accorto che non sono esattamente “buone”: sono testarde, a volte anche aggressive, caricando con la testa quelli che considerano nemici. Hanno bisogno di difesa perché la loro struttura fisica è più debole rispetto a quella nemici, dotati di artigli e zanne affilati. Ecco che il “buon pastore” è colui che rende possibile non solo il soddisfacimento dei suoi desideri (l’erba fresca non immediatamente disponibile), ma anche la difesa di fronte ai mali che sfuggono la sua portata.
Non viene però presentato come un agente esterno che si limita a gestire i confini del gregge: egli conosce le pecore una per una e loro conoscono la sua voce. C’è un rapporto di reciprocità che allude all’intimità, che riesce ad andare oltre la natura sospettosa di questo animale. Ma questa relazione poi si allarga anche in modo orizzontale: le pecore che normalmente tendono a disperdersi in mille direzioni se non hanno una guida, riescono a diventare “un solo gregge” grazie al pastore, a ritrovarsi insieme all’interno di un’appartenenza reciproca, dove l’essere conosciuti dal pastore è proprio garanzia di unicità e non certo di massificazione.
Le apparizioni del risorto sono motivo per riformulare il nostro pensiero sul corpo e sulla creazione di Dio. L’esperienza del limite e della morte (delle cose in generale, e della morte dei nostri cari in particolare) ci fa pensare il nostro corpo con una data di scadenza, come se questa fosse l’ultima verità del nostro esistere. Il tempo ci sembra sempre troppo breve, i nostri progetti sempre troppo larghi e mai finiti. Ma Dio ci stupisce con la risurrezione del suo Figlio: il corpo assunto nell’Incarnazione, è diventato glorioso!
La verità è che Dio aveva già pensato il corpo per l’eternità: con il suo Figlio Risorto supera gli effetti negativi causati dai no umani che portavano la persona e il suo corpo, alla morte. L’amore che fa risorgere, però, dona una vita abbondante, che continua quella precedente (Gesù mangia come faceva prima, e mostra tutte le piaghe gloriose che testimoniano la scelta della Croce) e inizia quella futura (Gesù salirà al Padre, a prendere il posto che aveva da sempre, avendo adesso anche il titolo di Signore di tutte le cose, perché in lui tutto è salvato, redento, compiuto e ricapitolato).
La vittoria di Cristo, paradossale perché avviene attraverso la croce, ci fa comprendere che Dio è verace e fedele, e che se anche ci chiede di passare per il buio più fitto, e per le sofferenze più grandi, egli che è la Luce ci farà risorgere a vita nuova ed eterna. Come si compirono le Scritture con la storia di morte e risurrezione di suo Figlio, cosi nella fede si compirà la nostra storia di credenti: non saremo abbandonati nella polvere, perché Dio si è rialzato dalla polvere e noi lo saremo con Lui.
Il timore di essere perseguitati dai giudei costringe i discepoli a rimanere in casa. Questo è l’atteggiamento di chi ha paura, e si sente minacciato. Ma la presenza nuova di Gesù rimette tutto in discussione e la gioia non è dovuta soltanto alla potenza divina manifestata o alla speranza di partecipare un giorno a quella risurrezione e avere la vita eterna.
Il gaudio profondo è Gesù stesso, sapere che la vita eterna non sarà una semplice vacanza, ma pienezza di vita in sua compagnia. Chi rimane nella sua presenza, chi dimora nel Signore, e il Signore in lui, porta molto frutto, perché la presenza di Dio trasfigura l’umano, dispiega la sua creatività, lo realizza in pienezza.
Tommaso constata questa divina misericordia all’opera. I suoi pensieri, troppo piccoli, sono “costretti” ad allargarsi a dismisura quando gli occhi vedono i prodigi dell’amore. Piaghe guarite che testimoniano la sete d’un Dio che non si ferma nemmeno davanti alla morte, procuratagli da coloro che lui ama.
E in definitiva superare la morte significa questo: accettare il perdono di Dio, farlo proprio, e buttarsi nella Vita donandola a tutti, proprio come ha fatto Gesù.
Solennità e intimità. La cornice del banchetto ci fa entrare in un’atmosfera di comunione e di condivisione. Gesù vuole stare con i suoi: i “suoi” che sono nel mondo. Nel suo cuore c’è ancora il gesto delicato di Maria, la sorella di Lazzaro, che alcuni giorni prima, aveva profumato i suoi piedi asciugandoli con i capelli. Egli stesso fa suo il gesto di Maria mettendosi ai piedi dei suoi discepoli: lavandoli e profumandoli con il suo amore.
«Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». L’amore di Dio non ha limiti. Gesù mostra a noi, suoi discepoli, fino dove è possibile amare. Il suo non è solo un amore totale: è un amore “voluto”, un amore «fino alla fine senza fine».
“Io sono in mezzo a voi come uno che serve” aveva detto, e ce lo mostra. Lava i piedi a Pietro, recalcitrante, smemorato; a Giuda, “uno dei Dodici” che lo ha già venduto; Lava i piedi agli altri che non sanno cosa sta succedendo, non capiscono.
Nei loro volti, nel loro smarrimento dinanzi a un gesto tanto “imbarazzante”, ritroviamo le nostre incomprensioni. Ma poi… vediamo Dio, in ginocchio davanti a noi, a lavarci i piedi.
Gesù rivela un Dio il cui Regno è l’amore, non il potere; ci presenta il volto del Dio vero e il vero volto dell’uomo e della donna, fatti a sua immagine e somiglianza. Ecce homo; ecco Dio. Riflesso in un catino di acqua, servita per lavare i piedi.
Dio si inchina dinanzi a ciascuno di noi. Gesù si abbassa, lava i nostri piedi, li carezza, li bacia. I nostri peccati, l’orgoglio, i tradimenti, tutto il nostro male svaniscono dinanzi a un amore che non riusciamo neppure a immaginare. Che ci destabilizza. Come Pietro non accettiamo che Gesù si chini dinanzi a noi, non vogliamo riconoscere i di avere i “piedi sporchi”. Non è facile accettare di essere amati infinitamente, incondizionatamente e gratuitamente. Immeritatamente, perché se “il nostro cuore ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore”.
Gesù si inginocchia per amarci. Un amore che salva tutto quanto sembra perduto, e ricrea. E proprio perché immeritato, questo amore non può essere cancellato da nessun tradimento, da nessuna infedeltà. Qualunque cosa facciamo, Gesù non smette di amarci.
Questo gesto, semplice e solenne, ci presenta in modo perfetto, l’essenza di Dio: l’amore.
«Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Per fare della nostra vita un miracolo d’amore, lasciamoci amare, e amiamo. Senza riserve. Bastano un catino, un po’ d’acqua, un asciugamano.
Cosa trovano Maria di Magdala, Pietro e Giovanni quando si recano alla tomba di Gesù? Un sepolcro vuoto e i teli che ne avevano avvolto il corpo deposto dalla croce. Che significa questo? La prima cosa che Maria Maddalena ha potuto pensare è stata: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Più tardi anche i capi ebrei diranno alle guardie: “Dite che di notte son venuti i suoi discepoli e che l’hanno portato via mentre noi dormivamo” (Mt 28,13). Ma il discepolo che Gesù amava, entrò e vide e credette. Tre verbi usa l’evangelista: entrare, vedere e credere. Entrare per poter osservare ciò che è avvenuto. Anche a noi è chiesto di poter entrare nel mistero di Dio, o almeno di poterci avvicinare a ciò che di Dio si può comprendere e partecipare. Vedere, non solo guardare e osservare con gli occhi del corpo, ma vedere con gli occhi della fede. Infatti nel vangelo di Giovanni il verbo vedere è sempre associato al verbo credere e qualche volta lo identifica. Credere che egli doveva risorgere dai morti. Credere cioè che le parole di Gesù sono vere, che egli è la verità, che è la via per giungere al Padre, che egli è la nostra vita e salvezza. Buona Pasqua di Risurrezione a tutti.
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