Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!
Questa è la formula trinitaria con cui ci segniamo ogni giorno per affidare i nostri pensieri e le nostre azioni al grande Dio Uno e Trino, creatore del cielo e della terra. La Trinità non è un’astratta concezione celebrale per immaginare una vita nell’aldilà. La Trinità è presente nella Chiesa e nella storia. La comunione eterna, che Dio è da sempre, viene ad abitare in mezzo a coloro che hanno visto il Figlio morto per loro per amore. I discepoli dunque si prostrano non di fronte ad un’onnipotenza che schiaccia, ma di fronte all’onnipotenza dell’amore che ha fatto risorgere Gesù, morto per servire e per riscattare noi bisognosi d’amore. L’onnipotenza di Dio è dunque volta a conquistare, quasi a strappare in ogni modo possibile, il si della sua creatura, per metterla al riparo dalla morte eterna. Il Signore Gesù assicurando la sua presenza nella Chiesa fino al suo ritorno, chiede che il triplice nome del Dio che salva sia predicato su tutta la terra. Fare discepoli e battezzare significa condividere il dono della salvezza che ci è stato fatto proprio per l’aver conosciuto l’amore grande di Dio. E questa salvezza consiste in una comunione con Dio: non ci si salva da soli, come isole o come eroi, ma si cammina insieme verso lo stesso unico Dio! Per comunicare al mondo che Cristo è risorto dai morti, e l’eredità della sua Pasqua ci aspetta in Cielo insieme al nostro Dio che è Trinità d’amore !
Celebriamo oggi la solennità della Pentecoste, culmine del cammino di Pasqua, in cui rinnoviamo la consapevolezza della presenza dello Spirito che ci sarà donato. Lo Spirito che ci è stato dato, e che ci verrà dato costantemente, è espressione dell’amore di Dio in Gesù Cristo.
Gesù dice: “ho molte cose da dire a voi ancora”. In realtà Gesù con la sua vita e la sua morte ci ha detto già tutto, ha già espresso questo amore assoluto di Dio per l’uomo. Questo amore però non è sempre totalmente accolto quando non è capito. Ma chi lo può capire se non solo coloro che sono guidati dallo Spirito? Se non coloro che entrano nel mistero profondo del sentirsi amati? Solo lo Spirito Santo ci fa cogliere questa profonda dimensione!
Le parole di Gesù sono parole di verità e di amore. Sono parole che hanno un valore profondo e lo Spirito Santo ci rende capaci di applicarle nella concretezza quotidiana della vita. Lo Spirito è quindi allo stesso tempo un dono già ricevuto ma costantemente da ricevere. Lo Spirito ricorda le parole di Gesù e ci aiuta ad interpretarle. Lo Spirito costantemente qui, oggi, mi permette di vivere l’amore di Gesù e di Dio Padre. Mi ricorda questo amore che è accaduto in passato ma che si realizza nel presente. Lo Spirito Santo mi permette di entrare in questa verità dell’amore di Dio per me rivelato in Gesù Cristo.
La verità cristiana è qualcosa che ha a che fare con il fatto passato, con Gesù che è vissuto e morto e risorto, ma è qualcosa che diventa contemporaneo! Diventa parte della mia vita grazie allo Spirito Santo. Tutto questo non è solo un azione esterna: noi stessi siamo il tempio dello Spirito Santo, chiamati a riconoscere che dentro di noi abita e lavora lo Spirito Santo !
Lo Spirito Santo è colui che ci permette di realizzare la nostra vocazione di figli di Dio, pensati e chiamati nella concretezza a vivere la responsabilità che è la nostra vita, come figli, come i genitori, come nonni, come sposati come religiosi, come sacerdoti.
Tutto questo è fedeltà all’amore che Dio ha per noi, fedeltà all’amore per i fratelli. Invochiamo lo Spirito, usando le parole che Paolo della Croce scrive ai suoi confratelli invitandoli a pregare per avere il dono dello Spirito Santo:
invochiamo carissimi tutti insieme lo Spirito Paraclito, Spirito Consolatore che venga a riempire tutta la casa interiore dell’anima nostra e tutta la nostra povera congregazione. Esclamiamo a questo padre dei poveri, a questo datore di grazie, a questo lume dei cuori, che ci conceda il vero spirito del nostro istituto, che è il vero spirito apostolico ricco di tutte le virtù. Preghiamolo che apra le vena delle acque vive delle sue grazie, acciò tutti beviamo in abbondanza finché tutti arsi d’amore, infuocati di carità, accendiamo questo fuoco divino nei cuori dei nostri poveri prossimi mediante la santa predicazione delle pene santissime del nostro Amore crocifisso.
Con queste parole si conclude il Vangelo di Marco, pensato per accompagnare i catecumeni, coloro che si preparavano a ricevere il battesimo e quindi a essere testimoni di quella “buona notizia” che hanno incontrato e che ha cambiato loro la vita, in mezzo ad una società, spesso a loro ostile. Mi sembra quasi di sentire una voce fuoricampo che grida “oggi siamo tornati a quei tempi!” che fa voce a tutti quei cristiani che si sentono messi in un angolo in questa società, che sfacciatamente li ignora. In realtà nessuna società è mai stata compatibile con chi testimoniava la Parola di Dio, ne quella di oggi considerata laicista, ne tanto meno quella teocratica di qualche decennio fa. Basti ricordare la censura che cercato di oscurare un Don Milani avvenuta all’interno di quella società in cui “non si poteva non essere cristiani”. La persecuzione non è occasionale, sporadica, operata da qualche manifesto od occulto regime, ne tantomeno da qualche complotto di natura diabolica. Un regista direbbe che quelle forme sono solo un MacGuffin, un espediente che si trova nella scena del mondo, ma che determina solo la forma degli eventi, ma non ne è la causa. Il vero motivo è teologico: il Regno di Dio non è raggiungibile dalle sole forze umane, pertanto le sue caratteristiche saranno sempre eccedenti rispetto al mondo e a qualunque società. E’ vero che oggi alcune consapevolezze sulla dignità dell’uomo e della vita in generale ci rendono fieri e le sentiamo come nostre conquiste, ma l’arrivo del COVID ha palesato che sono importanti solo se ci vedono loro beneficiari; basta che dobbiamo sacrificare anche una minima cosa perché siano assicurate a tutti ed ecco che falliamo miseramente. In realtà avremmo potuto rendercene conto anche prima riflettendo sul fatto che questi valori erano a beneficio di solo ad una minima percentuale della popolazione mondiale. Eppure questo non ci toccava: è dovuta arrivare la pandemia a bussare alla nostra porta per renderci consapevoli della nostra miopia. Questo significa allora che il cristiano che vuole vivere la sua condizione nel mondo è destinato alla stessa tragica sorte di Cassandra, condannata ad annunciare la verità e a non essere creduta? Il mistero dell’ascensione di Gesù ci dice l’esatto contrario. La nostra parola ed il nostro agire umano, nel momento che rendono visibile il dire e il fare di Gesù, sprigionano una forza efficace, cioè che cambia la realtà che incontra e questo è legato al fatto che Gesù è ora assiso alla destra del Padre. Infatti c’è un uomo che condivide con il Padre la sua potenza, che non solo non ha smesso di essere tale, ma che – come troviamo detto in questi versetti – resta solidale con tutti i suoi discepoli continuando ad agire insieme con loro. La forza della Parola non è però legata alla “bravura” dei discepoli, i quali restano semplici uomini e come tali non possono “tirar giù” Dio dal luogo in cui abita; piuttosto è legata al fatto che Gesù accendendo al Padre ha portato con sé tutto il mondo creaturale che ora è in comunione con Dio attraverso la sua persona.
Il nostro essere discepoli di Gesù ha il suo fondamento nell’amore: nell’amore che il Padre ha per Gesù e Gesù ha per noi. Questo amore ci avvolge e ci penetra riempendoci completamente: “Rimanete nel mio amore” ripete Gesù: Lo aveva detto poco prima nell’immagine della vite e dei tralci (brano evangelico ascoltato domenica scorsa). “Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto” (Gv 15,5).
Rimanere in Gesù significa più di stare accanto a lui, significa nutrirsi di quella linfa vitale che alimenta i tralci e che produce grappoli buoni di uva. La linfa vitale è l’Amore per eccellenza: quell’amore che è lo stesso Spirito Santo e che circola dal Padre nel Figlio e viene donato per sovrabbondanza anche a noi, purché rimaniamo in Gesù.
Questa è dunque la prima e principale condizione per portare frutti di opere buone: rimanere in Gesù ed alimentarsi a lui e al suo vangelo. Se questo rimanere è autentico allora, di conseguenza, osserveremo certamente i comandamenti del Padre, che si riassumono in amare Dio con tutto il cuore e tutte le nostre forze e amare il prossimo come noi stessi: ce lo ha spiegato lui, Gesù.
Questo brano evangelico ci lascia una certezza: non siamo servi timorosi di un Dio padrone, siamo amici di Gesù amati immensamente fino al punto che ha dato la vita per noi.
Personalmente a me colpisce ancora di più un altro aspetto. Gesù niente ci nasconde: “Io vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”.
Gesù per presentare la sua relazione con i discepoli parla della vigna e si identifica come la vera vite che è frutto dell’azione del Vignaiolo che è il Padre, Origine di quel bene che è il frutto che siamo noi.
L’immagine della vigna, che nell’antico testamento simboleggiava il rapporto tra Dio e il suo popolo, ritorna qui per esplicitare il rapporto di comunione che c’è tra il Padre e Gesù, che offre la sua vita per noi. Attraverso la donazione di Gesù, il Padre rende noi capaci di portare frutto; per questo l’immagine della vigna rende evidente che il tralcio, cioè ciascuno di noi, può portare frutto nella misura in cui rimane legato alla vite e all’albero, nella misura in cui è radicato.
Questa presenza, questa comunione, è espressione di relazione che fondamentalmente è Amore. Gesù parla di restare in lui, nel suo amore. Bisogna essere consapevoli di quanto Gesù ha fatto per noi. Questa vite che rappresenta la sua croce, il suo morire per noi, il suo salvarci, il suo toglierci dalla morte e radicarci in una vita che ci apre all’Amore, ci apre ad una vita diversa! La vita del battesimo, di coloro che sono redenti, funziona per noi come i tralci nella misura in cui siamo uniti a Gesù che ci unisce poi al mistero di Dio.
Portare frutto avviene quando siamo coinvolti da questo amore di Dio Padre, che per la sua vigna ha offerto Tutto quello che aveva di meglio (il Figlio). Noi rappresentiamo quelli che portano a compimento il frutto che Dio si attende. Questo avviene giorno per giorno, nella misura in cui custodiamo questa nostra relazione, nella misura in cui ci radichiamo nel Signore. Ogni giorno siamo chiamati a portare questo frutto benedetto, attraverso le nostre opere di bene ma anche la nostra presenza.
Essere immagine di questo dono, di questo frutto che è appunto il desiderio di Dio di portare nel mondo il frutto del suo Amore, può far diventare noi stessi accoglienza, ascolto, misericordia, pazienza, generosità. Chiediamo al Signore di poter essere capaci di portare questo frutto. Un frutto che si rigenera come la vite che riparte dopo i momenti di fatica, che pazienta nei momenti di di attesa, che si ricrea nei momenti di riposo. La vite rinasce sempre nella sua capacità di portare frutto. La sua forza è il Signore!
Il nostro fondatore, san Paolo della Croce, poco prima di morire lascia un testamento spirituale ai suoi religiosi e in questo testamento c’è un’invocazione che lui rivolge a Gesù, dove parla della Congregazione come frutto del suo amore: O caro mio Gesù io spero, benché peccatore, di poter venire presto in paradiso, vedervi e darvi nel punto della mia morte un santo abbraccio per stare sempre unito con voi in perpetua eternità e cantare eternamente le vostre misericordie. Vi raccomando adesso per sempre la povera Congregazione che è frutto nella vostra croce, della vostra Passione e della vostra morte e vi prego a dare a tutti i religiosi e benefattori della medesima la vostra santa benedizione.
versione portoghese
Meditação V DOMINGO DE PÁSCOA, (ANO B)
No domingo passado refletimos sobre o Amor que Jesus, o Bom Pastor, tem por cada homem. Neste quinto domingo de Páscoa continuamos a refletir sobre este Amor, mas de um modo mais profundo, íntimo, pessoal e comunitário. Pois Jesus, através da parábola da videira e dos ramos faz-nos descobrir que nós, sendo ramos da videira que é Cristo, devemos dar continuidade ao Amor de Deus pelo seu povo.
Assim sendo, como discípulos de Cristo a nossa grande responsabilidade é permanecer… permanecer unidos à videira, unidos a Cristo para dar fruto abundante. O verbo permanecer repete-se seis vezes no evangelho que acabamos de escutar. Jesus insiste, convida-nos a aderir a Ele com liberdade, para que a nossa vida não se torne árida, para que não sejamos ramos secos sem vida, sem alegria, sem paz, sem perseverança. É importante que ao meditarmos as palavras do evangelho de João saibamos interpretar os “ramos secos” à luz da esperança. Porque os ramos secos significam aqueles que aderiram a Jesus e que por algum motivo deixaram de O seguir, deixaram de Lhe dar um lugar nas suas vidas; mas significa também, e esta ideia devemos repensá-la, o desejo de conversão. O que devo mudar na vida para permanecer com Cristo, para ser um ramo viçoso?
Permanecer em Cristo é positivo, é entusiasmante, porque é uma decisão pessoal, que depois se reflete no amor comunitário e a Deus, que não nos aprisiona ou limita. É um permanecer que nos dá vida. O que nos alimenta nesta união a Cristo é Palavra de Deus, e o que nos fortifica é a presença do Espírito Santo em nós. Esta presença discreta e silenciosa do Espírito de Deus permite-nos combater o egoísmo, o isolamento, a autossuficiência, o orgulho… tudo aquilo que nos faz apodrecer e perder o desejo de viver.
Permanecer unido a Cristo é responder à vontade de Deus, significa estar junto de Jesus na Cruz: estar com Ele nos momentos de prova. Seremos um ramo maduro, que dará fruto abundante, quando passarmos do ideal de um estado infantil de proteção do Pai a uma vida verdadeiramente madura e de fé em Deus. Exemplo vivo desta passagem são os santos jovens que dedicaram toda a sua vida a Deus apesar das contrariedades que encontraram. Podemos dar como exemplos os santos Francisco e Jacinta Marto que sendo crianças viveram sempre unidos a Cristo e a Maria; e ainda São Gabriel de Nossa Senhora das Dores e Santa Teresa do Menino Jesus que aceitaram com sacrifício amoroso as dificuldades da vida comunitária. Pensando na vida destes nossos irmãos na fé, podemos encontrar os motivos para renovar o nosso modo de viver quotidiamente para dar alegria a Deus, o nosso agricultor, o Pai que nos cuida com amor. E é interessante questionarmo-nos a nós mesmos com esta interrogação de São Paulo da Cruz: «Quando queimaremos de amor?» (carta a Agnese Grazi, 24 ottobre 1736), isto é quando seremos capazes de anunciar o fogo do Amor de Deus a quem se cruza connosco no caminho da vida.
Com a parábola de hoje, Jesus convida-nos a uma renovação interior, que amadurece quando nos abandonamos com amor e por amor em Deus. Neste sentido o nosso fundador São Paulo da Cruz insistia na necessidade e liberdade de deixarmo-nos manejar por Deus: é Deus que guia a barca da nossa vida, que tantas vezes se vê atacada pelas tempestades da vida. É Ele, e só unidos a Ele, seremos transportados a bom porto (como escreve numa carta de 1759 a padre Giovanni Cioni).
Concluindo deixo-vos algumas interrogações, que nos podem ajudar no nosso caminho de fé, e de crescimento humano-espiritual:
Reconheço que Deus é o agricultor da minha vida? É aquele que cuida de mim, que me poda, para que eu dê fruto abundante?
Como seria a minha vida sem Jesus? Isto é: o meu modo de falar, de escutar, de pensar, de perdoar, de ter compaixão?
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