Signore sono pochi quelli che si salvano? Questa è la domanda che viene posta Gesù mentre è in cammino verso Gerusalemme. E’ una domanda che esprime un interesse nei confronti della salvezza e sembra anche ben intenzionata, ma appare limitata per il modo con cui si concepisce la salvezza.
La salvezza è pensata come qualcosa di cui, innanzi tutto, noi possiamo discutere o di cui possiamo anche parlare come se si trattasse di una questione esterna, come se fosse una questione che ci può riguardare sì o no.
Invece Gesù ci fa capire che la salvezza è una questione urgente per tutti. Quindi essere salvi o no, è un problema di tutti, entrare in comunione con il Signore oppure no, è una scelta di tutti e quindi non si può stare a guardare se sono pochi e tanti.
L’altro errore di questa domanda è il fatto che dice “Si salvano….” quasi a dire che siamo noi a decidere di salvarci o quasi che da soli possiamo ottenere questa sorta di auto giustizia, auto completamento. Sappiamo invece che è Cristo che ci salva, ed è proprio quel Cristo, quel Gesù che, dice il vangelo, stava camminando verso Gerusalemme per portare a compimento la salvezza, per offrire a noi sulla croce, con la sua morte e resurrezione, la possibilità di essere riconciliati con il Padre. Ed ecco allora che questa “domanda sbagliata” ci riconsegna la risposta di Gesù che ci invita a entrare per la porta stretta, che in fondo è la consapevolezza del nostro bisogno di essere salvati, fare i conti con il nostro peccato, con la nostra pochezza, col nostro bisogno di essere redenti, di uscire dalla presunzione di essere sufficientemente bravi e buoni da poter addirittura guardare gli altri, quasi a dire se sono tanti, o se sono pochi, se lo meritano o non lo meritano!
Dobbiamo stare invece nell’atteggiamento di chi china il capo a guardare se stesso e pensa alla propria necessità di essere salvato. Allora entra invocando la salvezza da Dio. Si mette nell’atteggiamento del pubblicano che chiede “abbi pietà di me”. Tutto questo ci dice del mistero di Dio che salva coloro che si riconoscono umili. Il rischio è quello invece di credere di pensare di non aver bisogno di salvezza.
Il nostro fondatore, San paolo della croce, era un grande padre spirituale, un grande direttore di anime e più volte lui confratelli o anche a darci consigliava di vivere le fatiche, l’aridità spirituale, ma anche le difficoltà della vita con un atteggiamento di sottomissione, di fiducia e di accoglienza della volontà di Dio perché in questa maniera da una parte, si entrava in questa porta stretta del limite umano e dall’altra si poneva la nostra vita nelle mani di Dio che effettivamente è l’unico Salvatore.
Oggi celebriamo la Solennità dell’Assunzione di Maria in cielo.
Con questa festa la Chiesa celebra l’Umanità riuscita e redenta.
In Maria si vede il culmine dell’umanità, il destino di ogni uomo e donna. Un destino che passa attraverso la nostra debolezza e fragilità, ma che ha un esito di salvezza.
Oggi, allora, celebriamo il nostro destino: la Chiesa contempla il suo corpo assunto in cielo.
Questa festa ci rivela, inoltre, la bellezza della nostra umanità: ci dice che vale la pena essere uomini e donne. Con un “sì” autentico detto al Signore permettiamo a Lui di operare grandi cose in noi.
Il “sì” di Maria è il sì di tutta l’umanità: con questo “sì” Dio entra nella nostra storia e nella storia di tutta l’umanità.
Come Maria nell’incontro con Elisabetta, anche noi possiamo portare Cristo a chi incontriamo.
Come Maria siamo, inoltre, chiamati a cantare con gioia ciò che il Signore opera nella vita di chi si fida di Lui.
Dio nell’operare passa attraverso la nostra umiltà e fragilità, e come Maria siamo chiamati a cantare la nostra gioiosa piccolezza.
Nel Magnificat Maria canta il capovolgimento dei criteri umani da parte di Dio.
Se ti credi grande e alimenti la tua superbia, Dio ti rimpicciolisce.
Se ti fai piccolo, Dio ti esalta.
Oggi siamo dunque chiamati a cantare la gioia con cui il Signore opera grandi cose attraverso la piccolezza ed umiltà di chi ha il coraggio di dirgli di “sì”, come Maria
Come conciliare, se è possibile, queste parole di Gesù, che parla di fuoco, di portare divisione anche all’interno della famiglia, e di schieramenti avversi… con quanto lui stesso dice nella preghiera sacerdotale del Vangelo di Giovanni, in cui è chiaro che la missione di Gesù è che tutti siano una cosa sola con lui e il Padre, quindi di unità, accordo e pace?
Vediamo allora le parole della seconda lettura, in cui la lettera agli Ebrei ci aiuta a capire come Gesù sia stato “acceso di fuoco e di zelo” per le opere del Signore, perché lui voleva estirpare in noi il peccato.
Gesù è definito come colui che dà origine alla fede e “la porta a compimento”. In questo compimento c’è anche la sua correzione fraterna nei confronti di quanti ha incontrato e che si erano adagiati sulle opere e sulle situazioni prodotte dai loro peccati, senza alle volte rendersi conto di essere lontani da Dio.
Si dice ancora che “Gesù di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore”.
Possiamo interpretare questo passaggio come la possibilità che Gesù aveva di rimanere nei cieli, senza assumere la natura umana e dover incontrare le nostre limitatezze, i nostri errori, le nostre questioni irrisolte …
In questa scelta di stare in mezzo a noi Gesù accetta il compito di Maestro e Testimone. Egli non si sottrae all’annuncio della Verità anche quando questa lo fa apparire scomodo e impopolare perché mette in luce le nostre tenebre. Dio vuole stare con il suo popolo, e lo vuole sano e luminoso. Gesù da la vita perché questo si realizzi!
Se fosse stato zitto, se non ci avesse corretto e quindi anche diviso tra noi, ma anche diviso, cioè staccati dal nostro peccato, saremmo stati condannati all’infelicità.
Eppure c’è un momento in cui lui, l’Agnello è condotto al macello per essere immolato.
Ma anche qui il Maestro parla e forse in modo più forte di qualsiasi predicazione. La lettera agli ebrei continua invitandoci a meditare ciò che è accaduto, e l’amore grande con cui siamo stati amati, nella correzione attiva, propria del vangelo di oggi, ma anche in quella passiva, in cui ritroviamo tutta la dolcezza di Gesù che, è venuto a salvare tutte le pecore, specialmente quelle perse nel deserto.
“Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. L’invito con cui chiudiamo il pensiero di oggi è allora il finale della lettera, che non ci scandalizzerà, ne ci scoraggerà se avremo ben capito che occorre riporre in Dio ogni speranza:
“Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato”
Dal Vangelo secondo Luca 12,32-40 (forma più breve)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Commento:
È agosto, è il mese delle vacanze, del mare e della montagna. Vorremmo sentirci dire: “Riposati, rilassa la tua mente, divertiti, fai in questo tempo quello che normalmente non puoi fare”.
È anche vero che i vangeli ci dicono che spesso Gesù se ne stava da solo, specialmente la notte o al mattino presto, in un luogo appartato per pregare il Padre suo o altre volte si ritirava dalla folla per rimanere con i suoi discepoli più stretti.
Tuttavia Gesù oggi ci dice: “Fatevi un tesoro sicuro nei cieli, dove il ladro non arriva e il tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito”.
Gesù ci ricorda che la meta della nostra vita non è quaggiù sulla terra, ma la vita eterna nella patria del cielo: è lì che deve essere rivolto sempre il nostro cuore, anche quando siamo in vacanza. È giusto e saggio prenderci il meritato riposo, se possiamo, però “Beati noi se Gesù alla sua venuta ci troverà pronti e vigilanti”.
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». Parola del Signore!
Se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede
Al tempo di Gesù era normale chiedere ad un rabbino: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» poiché gli si riconosceva una grande autorità morale e sociale.
Ma Gesù, che è Dio, non si è fatto uomo per amministrare la nostra giustizia sociale. Egli mette bene in evidenza che la sua missione è quella di donarci un tesoro in cielo, presso il Padre suo, e non tesori terreni che poi non possiamo portarci nell’aldilà.
I beni che possediamo su questa terra non possono darci una garanzia per il futuro e solo momentaneamente la danno per il presente. Un incidente, una malattia, una disgrazia, un disastro finanziario in qualsiasi momento possono toglierci quelle sicurezze che tanto fortemente abbiamo voluto. Senza contare che quando confidiamo solo nel dio-denaro mettiamo in secondo piano valori come l’onestà, la correttezza, la giustizia, l’amicizia e a volte trascuriamo la stessa famiglia e addirittura noi stessi.
Gesù ci ricorda: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Molte persone continuano a dare importanza al possedere e all’apparire. Invece è importante essere. Noi siamo figli e figlie di Dio, destinati alla vita eterna.
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