Frase chiave “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”
Tale è il desiderio di sconfiggere la morte, il vero nemico dell’uomo, che nonostante il bagno di iper-razionalità del 900 il nostro immaginario è pieno di esempi che cercano di sbirciare il mistero di quello che si cela “al di là” cercando però di comprenderlo con le categorie che abbiamo al di qua. Così ci troviamo oramai in compagnia di figure che cercano di rappresentare chi è tornato dalla morte, alcune poco rassicuranti come quella degli Zombie, dove il corpo continua a funzionare come una macchina semovente animata solo da quegli istinti primordiali che hanno caratterizzato quelle persone quando erano in vita, quasi che quella ne fosse l’essenza, come abbiamo visto nella produzione di George Romero che li vede prendere i carrelli e fare la spesa ai centri commerciali. Al lato opposto poi troviamo James e Lily Potter i genitori del maghetto Henry, che in quasi ogni suo film, intervengono direttamente a salvarlo (come nel suo primo scontro con Voldemort quando le bacchette entrano in risonanza fanno da scudo permettendo al figlio la fuga) o indirettamente come loro proiezione frutto del famoso incantesimo Incanto Patronus che lo proteggeranno dai Dissennatori. Ecco che appaiono come figure ultraterrene a risolvere problemi terresti. In mezzo a questi due poli troviamo una figura meno “astratta” e più simile al passo evangelico, all’interno del buon vecchio Games of Thrones – o il Trono di spade se preferite -, anche se in un segmento di trama al di fuori della penna del suo creatore George R. R. Martin. Si tratta ancora del nostro Jon Snow che viene riportano in vita da dopo che è stato tradito e ucciso dai suoi compagni: raccontata così la somiglianza con Gesù è palese. Come la resurrezione di Gesù è stata in qualche modo “preparata” da quella di Lazzaro, così quella di Jon era stata presupposta dalla presenza dei sacerdoti del Dio del fuoco: avevamo già visto come Thoros di Myr, il Sacerdote Rosso, seguace del Signore della Luce e membro della Fratellanza Senza Vessilli, riesce più volte a risuscitare Beric Dondarrion, allo stesso modo la misteriosa sacerdotessa Melisandre farà per il Nostro. Ma le somiglianze finiscono qui: sono infatti tentativi di riportare all’interno nel nostro modo di pensare una realtà che gli sfugge. Bisogna ragionare al contrario: lasciarci guidare dalla novità introdotta dalla resurrezione e partire da qui per comprendere il mondo che ci circonda. Infatti Gesù non torna ad essere quello che era prima: è lui, ma allo stesso tempo ci sono cose in lui che vanno oltre. Non solo, ma la resurrezione di Gesù non è un caso speciale o la prova di forza di un Dio che vuol far vedere che ha i muscoli; piuttosto è il destino di ogni uomo, che in Gesù vede la sua prima realizzazione: la “primizia”. Se in tutti questi esempi chi torna dalla morte sembra aver “perso” qualcosa, quasi che nello sforzo – più o meno consapevole – di attraversare questo famoso abisso che separa i vivi dai morti, Gesù non solo appare consapevole e padrone di sé, ma in lui tutte le sue potenzialità appaiono fiorite. Questo perché questo abisso è l’infinità di Dio stesso: sebbene sia fuori dalla nostra portata è lui a chinarsi su di noi e quindi la sua credibilità non potrà che trovarsi nell’accoglierlo nella nostra vita e lasciarci da lui invadere.
Avere un amministratore era una situazione normale nella civiltà palestinese. Nella Galilea ve ne erano molti, e alcuni erano anche stranieri. L’amministratore gestiva gli affari del proprietario. Improvvisamente quello della parabola è accusato di sperperare i beni del suo padrone e di colpo è destituito e deve rendere conto della sua gestione. L’amministratore comincia a pensare al proprio futuro: le ipotesi di impietosire il padrone per fargli cambiare idea o di cercare lo stesso lavoro presso un altro padrone sono escluse a priori. Piuttosto conclude che non se la sente di zappare, e si vergogna di mendicare. Ci sarebbero senza dubbio altri mestieri a cui poteva dedicarsi, ma pensa ad una soluzione più immediata: i debitori del suo signore saranno i suoi immediati futuri benefattori. Dunque fa venire i vari debitori uno per uno, e sconta i loro debiti verso il padrone, usando il potere che gli rimane per alcuni giorni. I debitori potrebbero essere mezzadri in ritardo con la consegna del raccolto o piuttosto mercanti ai quali è stata anticipata la merce. In ogni caso il vantaggio che traggono dalla manovra, serve a farsi amico l’amministratore disonesto. Infine, ad essere lodata dal padrone non è certo l’ingiustizia, bensì l’accortezza dell’amministratore disonesto, altrimenti detta furbizia: egli ha saputo garantirsi il suo avvenire nel poco tempo rimastogli a disposizione. La stessa accortezza la devono avere i figli della luce, che forse in questo devono, inauditamente, imparare dai figli di questo mondo. Si tratta di un invito a sfruttare la ricchezza per farsi degli amici condividendola con i poveri. Alla morte, quando la ricchezza non sarà più di aiuto, questi poveri aiuteranno ad entrare in cielo.
Riguardo poi alla ricchezza le vicende della vita sono sempre progressive, e in ogni cosa c’è da imparare. Anche nella gestione delle piccole cose (quel poco evangelico) occorre cercare la virtù, perché questa poi ci aiuterà a fare bene quando Dio ci affiderà il molto. Questo ci fa capire che il denaro, gli investimenti, il trading on line, o altre cose inerenti i patrimoni mobili o immobili, e le manovre finanziarie non sono intrinsecamente negative, non sono intrinsecamente “idoli” o “pratiche idolatriche”, ma lo diventano nel momento in cui la persona si dimentica di Dio a causa di essi, L’incompatibilità allora non è tanto tra Dio e la ricchezza, ma essa si produce nella volontà e nel cuore dell’uomo. E’ il cuore, con le sue scelte fondamentali, che non deve essere diviso. Il pericolo della ricchezza è che l’uomo finisca con l’innamorarsi di essa, lasciando l’unica vera “ricchezza” del cristiano che è Dio stesso. Per questo ricordarsi sempre dei poveri permette al cuore di non attaccarsi a quanto è conveniente condividere.
Conosciamo bene il brano evangelico di oggi, che viene chiamato il Vangelo nel Vangelo! Con questa parabola Gesù chiama tutti a conversione. Quella più difficile, infatti, non è la conversione del peccatore, ma quella del giusto, di chi si crede giusto ed è chiamato a cambiare vita: dalla giustizia alla misericordia. Spesso infatti, forse inconsapevolmente, pensiamo che Dio ci salvi perché siamo bravi, come il figlio maggiore osserviamo le regole, facciamo quello che serve, non ci allontaniamo da casa.
Lo fa il figlio minore che pensa che tutto questo lo limiti e che sia meglio andarsene che fare una vita falsamente riverente, senza piacere, senza libertà, senza novità. Egli intende la libertà come fare quello che vuole. E così fa. Cerca la vita: ma pian piano si rende conto che quella non è vita. È una vita al di sotto di quella dei porci.
Lo fa anche l’altro figlio rimasto a casa, la sua invidia nei confronti del fratello dimostra che sogna di prendersi tutte le libertà, ma non ne ha il coraggio, è rancoroso non solo nei confronti del fratello ma soprattutto verso il padre.
Benedetto XIV, commentando questa parabola con i ragazzi dell’Istituto penale per minori di Casal del Marmo a Roma, in una cappella dedicata proprio al Padre misericordioso, invitava a fare attenzione, e a capire cosa è la libertà e cosa è solo l’apparenza della libertà. «La libertà – diceva – è un trampolino di lancio per tuffarsi nel mare infinito della bontà divina, ma può diventare anche un piano inclinato sul quale scivolare verso l’abisso del peccato e del male e perdere così anche la libertà e la nostra dignità» (Benedetto XVI, Omelia, 18 marzo 2007).
Entrambi i figli hanno una falsa immagine del Padre: un padre che limita la libertà e dal quale è necessario “meritare l’amore”. Il Padre invece ama gratuitamente. L’amore non si può meritare: o è gratuito o non è amore!
Il Signore questa domenica ci invita ancora una volta a lasciarci amare, a riconoscere il suo amore, ci invita a gioire e a fare festa con lui nell’Eucaristia: amore totalmente donato per noi, mare infinito della sua bontà. Figli teneramente amati.
Lo scorso 27 Gennaio 2022, verso le ore 22,30, all’età di 67 anni, CARMINE CRISCI di AIROLA ( BN), chiudeva gli occhi a questo mondo per riaprire nella nuova visione del cielo. CARMINE CRISCI è venuto a mancare presso la propria abitazione sita in Airola ( BN) , in via Monteoliveto, a pochi metri dal Convento di San Gabriele Arcangelo , residenza dei religiosi Passionisti dal 1882, il cui convento, fu acquistato dall’interesse in prima persona, dal beato Bernardo Maria Silvestrelli, definito ” il secondo fondatore ” dei Passionisti per i suoi lunghi anni alla guida della congregazione. CARMINE, fin dall’adolescenza, ha frequentato il vicinissimo convento di Monteoliveto dei Passionisti, ha ricevuto la prima formazione umana, ha respirato, si è nutrito proprio della spiritualità dei vari figli di San Paolo della Croce che nel corso degli anni si sono susseguiti nella struttura Passionista di Airola; in particolare CARMINE è stato ” discepolo ” del compianto Padre Serafino Fava, religioso Passionista, deceduto nello stesso convento l’ 8 Dicembre 1987. Proprio P. Serafino, costituì, due associazioni: quella maschili detti ” Gabrielini ” in onore di S. Gabriele dell’ Addolorata , di cui Carmine ne fece parte e quella femminile, chiamate le ” Gorettine” in onore di S. Maria Goretti, molto venerata in Airola, la cui festa liturgica 6 Luglio è preceduta ogni anno dalla predicazione di un solenne settenario e con la processione del simulacro della Santa per le strade principali di Airola. Con questo esperienza, CARMINE nel mese di Settembre 1968, insieme ad altri suoi coetanei, tentò l’esperienza Passionista, facendo ingresso nella Scuola Apostolica di Calvi Risorta ( Caserta), allora seminario minore e casa religiosa dell’allora provincia Passionista del Basso Lazio e Campania, oggi, dopo la fusione delle province religiose, unica provincia MAPRES, che comprende le regioni di Italia, Francia, Portogallo e Angola. Facendo un discernimento personale, dopo circa un anno Carmine fece ritorno in famiglia, restando però, sempre a stretto contatto con la vicina comunità Passionista di Airola, collaborando, nel silenzio alle varie necessità dei religiosi..In seguito Carmine Crisci, impiegato postale, conobbe la sua futura moglie, Cira Falzarano e il 20 Settembre 1980, si legarono con il vincolo sacro del matrimonio nella Parrocchia della Ssma ANNUNZIATA di Airola, dal sacerdote, nonché fratello di Cira , P. Giuseppe Falzarano frate minore, anch’essi alunno Passionista e concelebranti tra gli altri, P. Serafino Fava e P. Antonio Rungi, già superiore provinciale dell’ ex provincia Basso Lazio e Campania, intitolata alla B. V. Maria ADDOLORATA , Madonna tanto venerata in questo paese, il cui santuario, tra pochi giorni eretto a Santuario mariano diocesano, la cui Festa del 15 Settembre, sempre preceduta da un solenne settenario, che nell’anno 2017, anno del centenario dall’inizio della festa è stato, indetto un anno straordinario mariano dall’allora vescovo diocesano Mons. Domenico Battaglia, e oggi Arcivescovo di Napoli e concluso dalla presenza dell’ormai ex Arcivescovo e Cardinale Crescenzio Sepe. Dal matrimonio di Carmine con Cira, nacquero tre figli maschi: Antonio, Giuseppe e Francescopio, cresciuti con i sani valori umani, morali e spirituali ricevuti in precedenza dalla solida formazione acquisita. Carmine è stato un uomo semplice, buono, riservato ma con un cuore grande, sempre disponibile alle necessità della sua famiglia e dei religiosi Passionisti, infatti, era sempre disponibile ad accompagnare con la propria auto i religiosi anziani, per la celebrazione dell’Eucaristia nei paese limitrofi, dove i vari parroci facevano richiesta ai Passionisti, oppure per una visita medica, ecc. Si può dire il Convento dei Passionisti di Monteoliveto, era la sua seconda casa, quanti lavori anche manuali di tinteggiatura , manutenzione in genere ha svolto…È stato un uomo umile, disponibile, semplice, piccolo, come afferma Gesù nel Vangelo, a cui il Signore ” tiene nascoste le sue cose ai dotti e sapienti per riverare ai piccoli ” e proprio questa sua piccollezza a reso Carmine un uomo ben voluto da tutti e i vari attestati di stima ricevuti nel giorno del suo funerale celebrato un mese circa dopo la morte, il 5 Marzo, danno conferma. Il suo funerale, celebrato un mese dalla sua morte, è stato presieduto nella Chiesa della Ssma ANNUNZIATA dove Carmine sposò la sua cara Cira, dal Ministro Provincie del frati minori del Sannio e dell’ Irpinia, alla cui concelebrazione presero parte 14 sacerdoti tra frati minori, diocesani e passionisti, tra quest’ultimi due ex ministri provinciali dell’allora provincia Passionista del Basso Lazio e Campania: Padre Antonio Rungi e dal compianto P. Ludovico Izzo.. Nei suoi soli 67 anni, Carmine è stata la piccola brocca di acqua sempre piena a cui tutti nel momento del periodo della siccità esistenziale, potevano avvicinarsi per dissetarsi .
Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33 In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». PdS
Il discepolo di Gesù
Essere cristiani è una faccenda seria. Essere cristiani è una scelta che richiede consapevolezza e impegno. Non siamo cristiani semplicemente perché i nostri genitori ci hanno battezzato. Essere cristiani è accettare o non accettare Gesù Cristo nella nostra vita. Essere cristiani significa aver sperimentato che Gesù dà significato e senso alle scelte che abbiamo fatto, che vale la pena seguirlo, nonostante la serietà di quello che ci chiede e le difficoltà che incontriamo. Essere cristiani significa credere che vale la pena di seguire Gesù perché lui è il nostro Salvatore e che solo lui ci garantisce la felicità eterna.
L’evangelista Luca ha raccolto in questo brano diverse affermazioni che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli. Lui era in viaggio verso Gerusalemme, l’ultimo viaggio, quello decisivo. Lui va avanti e chiede a coloro che lo vogliono seguire di essere ben consapevoli di ciò che stanno facendo, perché è vero che Lui con la sua grazia e il suo amore ci riempie di speranza, di gioia e di altrettanto amore. Ma è anche vero che Lui sta per affrontare la Passione e che per arrivare alla Risurrezione si passa per la morte di croce. Non solo Lui, anche noi cristiani. Per questo ci chiede di “amarlo più di quanto amiamo il nostro padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la nostra propria vita”. Non ci sta chiedendo di non osservare il quarto comandamento, ci sta chiedendo di amarlo di più.
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