Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri
è importante sostare su questa motivazione, la motivazione per cui Gesù racconta questa parabola, la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio. è una parabola che riguarda la preghiera che riguarda quindi il rapporto con Dio, ma è una parabola che svela il senso della nostra identità, della nostra interiorità. Gesù fa capire che c’è un’intimità dove si nasconde una presunzione, una sicurezza, un sapere, un conoscere di noi, di Dio e degli altri che spesso è fuorviante, che spesso è sbagliato.
Ed è lì che deve arrivare la luce di Dio. Ed è lì che vuole arrivare questa parabola. Il fariseo effettivamente è uno che appare sicuro di sé, ma ha anche dei motivi: effettivamente è una persona degna di essere rispettata, degna di essere anche riconosciuta, per il suo impegno per la sua coerenza. Ma tutto questo purtroppo non lo porta a Dio, tutto questo è un circuito chiuso dove certamente lui manifesta di essere fedele, ma fedele a delle regole, a delle norme, che in realtà non lo aprono al mistero di Dio, non gli fanno capire chi è Dio e soprattutto Dio non entra nella sua intimità, e quindi nella sua intimità si nasconde questa presunzione di giustizia, di giudizio, che poi diventa effettivamente condanna disprezzo nei confronti degli altri.
Ecco allora l’invito: chi si umilia sarà esaltato. Lo diceva anche il nostro fondatore da giovane quando visse un ritiro a Castellazzo, prima ancora di essere religioso, che così scriveva: ho già inteso che l’abbassarsi sino sotto l’inferno, sotto i piedi dei demoni, allora Dio alza al paradiso, perché siccome il demonio volle alzarsi al più alto del paradiso e per la sua superbia fu gettato al più profondo dell’inferno, così viceversa l’anima che si umilia fin sotto l’inferno fa tremare il demonio, lo confonde e il sommo bene l’esalta al Paradiso
Le parole con le quali i dieci lebbrosi catturano l’attenzione di Gesù sono quasi le stesse che il nuovo messale ha introdotto e che ha inviato a professare all’inizio di ogni celebrazione. Infatti nel testo greco i lebbrosi dicono “Ἰησοῦ, ἐλέησον”, mentre noi riconoscendo la divinità di quel Gesù ci rivolgiamo a lui dicendo “Kύριε ἐλέησον” che una volta dicevamo tradotto in italiano “Signore pietà”.
La liturgia ambrosiana – quella usata nella diocesi di Milano – già da molto tempo usava le parole greche invece di quelle italiane, ma perché ora anche il Messale romano ci invita ad usarle nella versione originale? E’ forse una moda per rendere la liturgia un po’ più chic?
In realtà questa scelta nasce dal desiderio di trasmettere il senso che il vangelo dava a questa espressione, solo parzialmente veicolato dall’italiano “avere pietà”. (mettere espressione francese!)
Infatti con “pietà” intendiamo quel sentimento che nasce di fronte alla vista di una persona in qualche modo inferiore o in difficoltà che muove chi la prova a una sorta di partecipazione e commozione.
Questo ha trovato molte sfumature nella tradizione europea, che vanno dalla nobiltà d’animo comunicata dalle varie “Pietà” (rappresentazioni pittoriche o scultoree) dove la Madonna e altri personaggi partecipano alla passione del Cristo accogliendo e custodendo il corpo esangue del Cristo, fino alla tragicomica espressione di Fantozzi che di fronte alla forza e prepotenza di coloro che a lui sono superiori per intelligenza, prestanza o semplice stato sociale invoca un sussurrata espressione che ci fa sorridere: “come è umano lei … abbia pietà”.
Comunque la si veda è un movimento dal basso verso l’alto dove si invoca una benevolenza che da sola non sembra arrivare. Invece il verbo originale greco ἐλεέω, indica il movimento opposto: parte dall’alto, cioè da Dio che è misericordioso, e proprio per questo si fa affidamento a lui che saprà far scampare la persona dal problema che ha di fronte.
Più che una richiesta di aiuto è una professione di fede in Dio che non resta chiuso nella sua grandezza, ma si china sulle sue creature per condividere con loro i suoi doni.
Non diciamo allora “Signore pietà” per impietosirlo di fronte ai nostri mali in modo da ottenere da lui una sorta di “lasciapassare” per evitare i problemi, quasi che se non lo discesismo non otterremmo da lui suoi favori e ci tratterebbe con indifferenza.
E’ invece la dichiarazione del fatto che confidiamo in lui che è pieno di pietà e questo è la fonte della nostra gioia e sicurezza nel nostro procedere.
Tornando all’immagine della Pietà allora, questa espressione viene visivamente tradotta dalla figura di Maria che testimonia così il volto materno di Dio, che sostiene quel Cristo che ha preso su di sé tutti nostri problemi e malattie e ci assiste sempre in questo perenne abbraccio benedicente.
Il vangelo proposto oggi dalla liturgia domenicale è composto da due insegnamenti di Gesù, il primo sulla fede e il secondo sul servizio. Quanta fede dobbiamo avere? Ne basta pochissima, quanto il piccolissimo seme di senape, ma è necessario che sia autentica, perché come la senape diventa un alberello dove si possono poggiare anche gli uccelli (Marco 4,32), così l’autentica fede può trasportare un albero o una montagna. Fede in Gesù che è il Signore del cielo e della terra e ci ha detto che noi possiamo chiedere nel suo nome al Padre del cielo qualsiasi cosa ed Egli ce la concederà e possiamo fare cose anche più grandi di quelle che ha fatto Gesù (Giovanni 14,12-14). È vero? È proprio possibile? Sì, gli apostoli hanno evangelizzato territori molto più vasti di quelli percorsi da Gesù e compiuto miracoli straordinari. Tanti santi hanno fatto cose altrettanto stupende: perché meravigliarci? Le parole di Gesù sono sempre vere: i miracoli avvengono anche oggi. Il problema siamo noi, che ci siamo lasciati contagiare da questo mondo scientista che crede di sapere tutto e risolvere tutto e in realtà ha perso la bussola dell’orientamento e non sa più dove sta andando. Noi non sappiamo più perché continuiamo a correre e ad affannarci e siamo sempre in ansia senza trovare la pace. Fede ci dice Gesù. La seconda parabola è sul servizio: che comporta essere discepoli di Gesù? Essere operai del Regno di Dio che donano se stessi per servire Dio e i fratelli, con umiltà e dedizione, senza presunzione, con fedeltà, sapendo che “siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare”, come dice Gesù. Inutili, nel senso che abbiamo fatto il nostro dovere, niente di più ed inoltre consapevoli che senza la grazia di Dio tutte le nostre opere sarebbero veramente inefficaci, ma collaborando con Lui ogni azione diventa realtà nuova e bella. Con Gesù tutto possiamo.
C’era un uomo ricco che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo. Si nota anzitutto che quest’uomo è senza nome, è definito unicamente da ciò che possiede. Egli ammassa bene per sé, come se avere molte cose potesse impedire l’evento che lo attende al termine della sua esistenza, Non si accorge della presenza alla sua porta di un povero di nome Lazzaro, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla sua tavola.
C’era solo una porta che divide il ricco dal povero. Eppure quella porta sembra dividere le due realtà, tra ricchezza e povertà . Per il ricco questo povero è inesistente, mentre notiamo che solo i cani lo avvicinano,
La scena che ci viene descritta serve per preparare la seconda sezione, dove le parti sono invertite, dove a essere questa volta fuori casa sarà il ricco epulone. Ma sentiamo cosa ci dice ancora la parola: un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo Morì anche il ricco e fu sepolto stando negli inferi, Fra i tormenti alzò gli occhi e vide da lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse padre Abramo abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua perché soffro terribilmente in questa fiamma” ma Abramo rispose “Figlio ricordati che nella vita Tu hai ricevuto i tuoi beni e Lazzaro i suoi mali, ma ora in questo mondo lui è consolato e tu invece sei in mezzo ai tormenti “.
Il ricco ha goduto dei suoi beni in vita Lazzaro invece ha patito. Ora abbiamo notato che le cose si sono invertite. Ciò che emerge non sono tanti beni in sé ma l’incapacità che il ricco ha avuto nel non accorgersi del bene che era il fratello nel momento del bisogno. Questo ricco non ha fatto entrare in casa sua il povero Lazzaro ma ha tracciato una sorta di confine invalicabile che è quanto ora subirà anche lui.
Gesù desidera farci capire che nella vita può sempre esserci un momento in cui è troppo tardi e di fatti il ricco epulone chiede ad Abramo di mandare Lazzaro dai suoi familiari. Allora vuol dire che il ricco aveva visto Lazzaro ma non gli ha prestato attenzione e questo lo si coglie anche nella richiesta che poi il ricco rivolge ad Abramo “ti prego manda Lazzaro dai miei fratelli” e qui Gesù ricorda che ci sono già i profeti, c’è la già la Parola di Dio (nella Legge e noi abbiamo anche la parola del Vangelo) che è chiara!
Se uno ha ricchezze nel mondo e vedendo il proprio fratello nel bisogno, chiude il cuore, come può l’amore di Dio rimanere in lui? Il Signore ci dà un tempo opportuno che è questo! Questo è il momento favorevole, il giorno della salvezza! Sì perché ieri non c’è più, domani è nelle mani della Provvidenza, ma oggi è il tuo e il mio momento favorevole. per aprire gli occhi, per cambiare, per convertirsi, per ascoltare, per vedere, per stare dalla parte dei poveri. Sì, perché stare dalla parte dei poveri è stare dalla parte di Dio.
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