Stiamo commemorando gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù e questo vuole essere da parte nostra non solo un ricordo storico, ma una partecipazione che ci faccia rivivere la grazia che il Signore Gesù ci ha donato con la sua passione, morte e risurrezione.
In questo episodio dell’ingresso in Gerusalemme, Gesù e i discepoli che lo accompagnano compiono un gesto fortemente significativo che realizza quanto i profeti avevano detto del Messia: egli giungerà da oriente, lì dove sorge il sole, e dove effettivamente si trovano il monte degli Ulivi e i villaggi di Bètfage e Betània. Entrerà nella città santa portando la pace e la benedizione messianica, acclamato come re, e cavalcando un puledro d’asina sul quale nessuno ancora era salito, realizzando così la profezia di Zaccaria (9,9).
L’evangelista Luca è molto attento a raccontarci questi particolari dell’ingresso definitivo di Gesù a Gerusalemme perché vuole trasmetterci questi messaggi: Gesù è veramente il Messia promesso da Dio e annunciato dai profeti; lui è consapevole di quanto sta accadendo e lo predice indicando ai discepoli quello che troveranno riguardo all’asinello, e chi lo accoglie e lo accompagna partecipa alla festa della salvezza ricevendo pace e benedizione.
«Benedetto colui che viene nel nome del Signore, egli è il re.
Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».
Così allora hanno acclamato i suoi discepoli e anche noi facciamo altrettanto.
Ora Mosè nella legge ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?
È questa la provocazione che i farisei e gli scribi fanno a Gesù portandogli davanti una donna peccatrice. Nella loro mente Gesù non può perdonare questa donna perché la legge di Mosè dice che va lapidata. Gesù di fronte a questa provocazione prende tempo, si china, si mette a scrivere per terra. Questo è uno dei gesti più misteriosi del vangelo, che pur non spiegandosi invita ciascuno degli accusatori, di coloro che erano presenti, a rientrare in se stessi.
Gesù quando si rialza sposta l’obiettivo, cioè li invita non tanto e non più a guardare il peccato di quella donna ma a domandarsi se loro, gli accusatori, sono senza peccato. L’invito è di porsi di fronte alla legge di Mosè che denuncia il male ma che non salva!
Non basta trovare il male, il peccato, negli altri, miei fratelli e sorelle, anche fosse quello più grave, per sentirmi io, in diritto di giudicare e in qualche modo sentirmi assolto dalle mie colpe. No! Il modo di salvare di Dio è quello di aver dato la legge perché l’uomo capisca il male e poi perché senta il bisogno di essere perdonato.
E solo Dio può perdonare! Nessuno di quelli che sono presenti ha il diritto di lanciare la pietra e resta questa donna che viene perdonata, non perché ha diritto, ma perché Dio la ama, di un amore più grande del nostro peccato.
Chiediamo al Signore di poter essere guariti dentro, che possiamo realmente sentire il bisogno che il nostro peccato diventi un motivo di misericordia per noi, ma anche per i nostri fratelli e sorelle. Nella vita del nostro fondatore San Paolo della Croce si racconta che in una missione nel 1739 a Montalto di Castro ebbe una conversione di una donna che era una pubblica peccatrice, che era stata rimproverata anche dal vescovo locale, e che non voleva convertirsi, e chi si convertì invece sentendo la sua predica sulla passione e cioè l’amore di Cristo per ciascuno di noi. Il Suo donarsi sulla croce è stato per lei motivo di salvezza e di conversione.
Nel tardo pomeriggio del 30 marzo 2022 presso l’ospedale di Teramo è tornato alla casa del Padre.
p. Giovanni Sfrattoni
della Santa Famiglia
Il funerale si terrà venerdì 1 aprile alle ore 15,30 presso il Santuario di S. Gabriele dell’Addolorata.
P. Giovanni è nato il 28 gennaio 1937 presso S. Pietro di Isola del Gran Sasso (TE) da Antonio Sfrattoni e Maria Giuseppa Di Luigi. Professò i suoi primi voti presso la comunità di Morrovalle il 15/9/1955 e fu ordinato sacerdote il 27/2/1963 presso il santuario di S. Gabriele dell’Addolorata. Secondo le usanze del tempo, p. Giovanni nel suo ingresso in congregazione cambiò il suo nome di battesimo in quello di Alessandro: in seguito riassunse il suo nome di battesimo. Un suo lontano parente, Giovanni Sfrattoni, invece, assunse il nome di fratel Felice della Passione (1869-1937). Egli entrò, tredicenne, nella “scuola apostolica” di Sant’Angelo in Pontano nel 1950, per essere trasferito poi al nuovo “alunnato” di Cesta di Copparo fino al 1954, anno in cui entrò in noviziato a Morrovalle. Sotto il magistero di p. Vittorino Damiani, insieme a p. Ennio D’Innocenzo e p. Pierino Di Eugenio continuò il curriculum di formazione e di studi prima alla Madonna della Stella (PG) e poi a Isola del Gran Sasso (TE). Nel santuario di San Gabriele ricevette il diaconato (1962) e il presbiterato (27/02/1963), alla conclusione dell’anno centenario della morte del santo, per le mani di mons. Gilberto Baroni. Dopo il triennio di preparazione all’apostolato (Sacra Eloquenza), trascorso a Rocca di Papa (1963-1966), p. Giovanni venne nominato, insieme a p. Ennio D’Innocenzo, assistente degli alunni a Sant’Angelo in Pontano (MC), dove rimase dal 1966 al 1975. Nell’autunno del 1973 si manifestò una grave malattia che lo segnò per tutto il resto della sua vita, avendo subito la colonstomia. Accettò questa grave disabilità con molto coraggio e dignità. Essa non lo distolse dal condurre la vita comunitaria quotidiana e di dedicarsi con impegno ai vari servizi che gli vennero richiesti Venne amorevolmente assistito dai suoi famigliari, in particolare dalla sorella Concetta (ora defunta) e dal fratello Pasquale, non soltanto in quella circostanza ma anche in seguito, specialmente da quando approdò, dal 2004, nella comunità del santuario di San Gabriele. In quest’ultima comunità restò fino al marzo del 2021 quando venne trasferito nella comunità dell’infermeria, dopo aver contratto il Covid, che lo costrinse a lunghi soggiorni nell’ospedale di Teramo, dove si è conclusa la sua esistenza terrena.
In precedenza aveva svolto vari servizi e diversi incarichi di responsabilità a Grottammare, come superiore (1975-1980), Fossacesia, come vicario (1980-1984), Pescara-Fontanelle, come superiore (1984-1988; 1988-1992), con breve parentesi a Moricone durante il 1988 come vicario. Venne poi nominato economo a Cesta di Copparo dal 1999 al 2004.
Nonostante la sua disabilità, nel lungo periodo di permanenza nel santuario di san Gabriele svolse l’impegnativo incarico di confessore. Trovò anche il tempo per scrivere un commento ai vangeli festivi secondo la scansione degli anni liturgici (A,B,C), con il titolo: “Capire e vivere il Vangelo. Il cristiano approfondisce la propria fede”. I volumi, editi dalla San Gabriele Edizioni (1 edizione nel 1999), ebbero varie ristampe. Era sua preoccupazione, nello scrivere questi commenti, che la gente comune, quasi del tutto digiuna di studi biblici e teologici, potesse comprendere davvero quanto si proclamava nelle celebrazioni liturgiche. Egli si rammaricava che purtroppo non sempre i testi venivano ben compresi e assimilati dai recettori, vuoi per loro scarsa preparazione remota e vuoi per difficoltà di attualizzazione da parte del celebrante. Il suo augurio era che “la Parola di Dio, «mangiata e gustata» frequentemente, diventi nutrimento sostanzioso per la nostra vita e lampada ardente sul nostro cammino” (Presentazione alla seconda edizione). Nel chiudere il suo commento alla Solennità di Tutti i Santi, padre Giovanni parlando della santità “della porta accanto”, scriveva: “L’importante è compiere bene il proprio dovere – familiare, sociale, religioso – con senso di responsabilità, con spirito di sacrificio, con fede e amore. Questo hanno fatto i santi. Questo siamo chiamati a realizzare noi oggi, se vogliamo un giorno far parte di quell’immensa schiera di anime beate contemplate in visione da san Giovanni”.
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