Ci troviamo di fronte all’inizio del vangelo di Marco che ha proprio come espressione la parola “inizio del vangelo” cioè la buona notizia di Gesù, che viene poi descritto come Cristo, Figlio di Dio. Questa introduzione ci parla quindi del motivo per cui l’evangelista scrive questo libro, del protagonista che è Gesù.
Gesù viene qualificato come Cristo, Figlio di Dio, potremmo dire che sarebbe come scrivere un libro oggi intitolato “la buona notizia del signor Mario Rossi che è il messia”; in fondo Gesù (al suo tempo) era conosciuto come Gesù. Per noi forse sentire Gesù Cristo “Figlio di Dio” è diventato normale, ma al suo tempo quello era un annuncio straordinario, era dichiarare il segno che inizia qualcosa di diverso.
Il figlio di Dio non è qualcuno di lontano, di diverso o di distante dalla nostra vita ma è qualcuno che è qui anzi è uno di noi e questo signore Gesù che molti hanno già conosciuto e vissuto, è uno che effettivamente è uomo come noi. Allora Dio è dentro la storia, Dio è vicino a noi, tutto questo è già sufficiente per avere una nuova realtà, un nuovo modo di pensare e di vivere la nostra esperienza di fede.
Tutto questo però non è sradicato dalla storia tant’è che subito dopo Marco si appella alle antiche profezie dicendo che c’è una storia (che lo annunciava), un cammino, un’evoluzione. Il Signore ha promesso, il Signore ha parlato, il Signore ha annunciato che invierà un messaggero è che tutto questo diventerà motivo di accoglienza di una storia di salvezza.
La citazione è l’invito a riconoscere che c’è un tempo di grazia, un tempo per cui ci si deve muovere, un tempo per cui ci si deve anche convertire. Una persona, Giovanni Battista che compare nel deserto, dove probabilmente si era ritirato per molto tempo, a un certo punto del suo ritiro eremitico diventa un “luogo di incontro”. Il Battista non è più il penitente solitario, che se ne sta nel deserto, ma diventa colui che attira le folle, colui che le ammaestra e le invita alla conversione.
L’invito al cambiamento e alla conversione è motivato dal fatto che sta per venire colui che ci salva. Giovanni offre a coloro che vanno da lui l’esperienza del battesimo, portandoli nella consapevolezza di riconoscere il loro fallimento, il loro peccato, e a desiderare una vita nuova, un modo diverso: di vivere la propria vita non più solo per cercare se stesso o la realizzazione del proprio egoismo, ma a far sì che il proprio desiderio sia di fedeltà a Dio. Giovanni quindi invita coloro che vanno da lui a guardare la propria vita in maniera diversa, a entrare nell’acqua per lasciare in essa tutto ciò che è fallimento, peccato, negatività e quindi ad uscire con un proposito nuovo rinnovato, ma tutto questo per andare incontro al Salvatore che sta per venire. Non si tratta di una salvezza che si compie perché io la faccio, ma piuttosto è la consapevolezza che ancora di più ho bisogno di essere salvato, e per questo dobbiamo invocare: “Vieni signore Gesù”.
versione portoghese
Estamos perante o início do evangelho de Marcos no qual encontramos a expressão “início do evangelho”, isto é, da boa notícia de Jesus, que vem depois descrito como Cristo, Filho de Deus. Esta introdução fala-nos do motivo pelo qual o evangelista escreve este livro, do protagonista que é Jesus.
Jesus é apresentado como Cristo, Filho de Deus. Poderíamos dizer que parece que se está a escrever um livro hoje intitulado como “a boa notícia do senhor Mario Rossi que é o messias”: no fundo Jesus (no seu tempo) era conhecido como Jesus. Para nós escutar Jesus Cristo “Filho de Deus” tornou-se normal, mas ao mesmo tempo o anúncio feito era extraordinário, declarava que iniciava qualquer coisa diferente.
O filho de Deus não é alguém de longe, diferente ou distante da nossa vida, mas é alguém que está aqui, aliás é um de nós. Este senhor Jesus que muitos já conheceram e deixaram entrar na sua vida, é alguém que efetivamente é homem como nós. Então Deus está dentro da história, Deus está muito próximo de nós; tudo isto é já suficiente para estarmos diante de uma nova realidade, um novo modo de pensar e de viver a nossa experiência de fé.
Tudo isto, por isso, não é desenraizado da história porque Marcos apela às antigas escrituras dizendo que existe uma história (que o anunciava), um caminho, uma evolução. O Senhor prometeu, o Senhor falou, o Senhor anunciou que mandaria um mensageiro, e tudo isto se tornará motivo de acolhimento duma história de salvação.
A citação convida-nos a reconhecer que existe um tempo de graça, um tempo pelo qual nos devemos mover, um tempo no qual nos devemos também converter. Uma pessoa, João Batista que se dá a conhecer no deserto, para onde provavelmente já se tinha retirado à muito tempo, a certo ponto do seu retiro eremítico torna-se um “lugar de encontro”. João Batista não é só o penitente solitário, que está no deserto, pois é aquele que atrai as multidões, é aquele que orienta e convida as mesmas à conversão.
O convite à mudança e à conversão é motivado pelo facto que está para chegar aquele que nos salva. João Batista oferece àqueles que vão ao seu encontro a experiência do batismo, levando-os a reconhecer com consciência as suas falhas, os seus pecados, e a desejar uma vida nova, um modo diferente: de viver a própria vida não só para encontrar a si mesmo ou a realização do seu próprio egoísmo, mas a fazer com que se cultiva-se o desejo de ser fiel a Deus. Portanto, João Batista convida todos aqueles que se aproximam dele a olhar para a própria vida de um modo diferente, a entrar na água para deixar nela tudo aquilo que os conduz à perdição, pecado, negatividade, e, por isso, a sair com um propósito renovado; mas tudo isto para andar ao encontro do Salvador que está para chegar. Não se trata de uma salvação que se cumpre só porque somos capazes de a alcançar, mas sim porque somos conscientes que temos necessidade de ser salvos, e por isso devemos invocar: “Vem Senhor Jesus”.
La comunità anima l’istituto riabilitativo Madre della Divina Provvidenza, recentemente colpito dal coronavirus.
La realtà di Agazzi è unica nel suo genere in tutta la Congregazione, incoraggiata dal Papa ad andare avanti a fianco dei «crocifissi di oggi»
Nel colle di Agazzi, alle porte di Arezzo, sono settimane importanti per la congregazione dei padri passionisti per i trecento anni dalla loro fondazione. Una ricorrenza celebrata anche dal Papa e che per la comunità che anima l’istituto riabilitativo Madre della Divina Provvidenza, ha un sapore speciale, nonostante le difficoltà dovute alla pandemia. Ne abbiamo parlato con padre Giovanni Battista Scarinci, superiore della comunità.
Quale significato date a questi trecento anni?
«Già il fatto che la Congregazione per tre secoli ha vissuto nella Chiesa con il suo carisma ha un significato grande.Ci siamo avvicinati a questo evento portando un’icona del fondatore, san Paolo della Croce, in tutti e 400 i nostri conventi del mondo. Ad Agazzi l’abbiamo avuta a cavallo tra luglio e agosto, abbiamo fatto una sua esposizione e celebrato una Messa solenne con iragazzi disabili in giardino, per dare loro la possibilità di guardare questa icona e affidarsi a san Paolo della Croce. Il fondatore dei passionisti, al secolo Paolo Danei, nato nel 1694 a Ovada (Al), emise la propria professione religiosa il 22 novembre del 1720. Data in cui si ricorda la nascita della Congregazione».
Da cosa è caratterizzato ilvostro carisma?
«I passionisti proclamano instancabilmente che la passione di Gesù Cristo è la più grande e stupenda opera del Divino amore ed è il rimedio più efficace per i mali del mondo. Questo carisma si sviluppa poi attraverso la missione.
L’impegno nostro è quello di mantenere viva nel popolo di Dio la memoria della passione e morte di Gesù – compresa naturalmente la sua resurrezione – specialmente annunciando il Vangelo attraverso le missioni popolari, esercizi spirituali e altre opere in parrocchie e santuari. Fino agli anni ‘80 sono state le missioni popolari quelle che ci hanno caratterizzato maggiormente. Oggi è un po’ più difficile. Prima di arrivare ad Arezzo ho fatto più di 150 missioni popolari in Italia. All’inizio e alla fine di molti paesi, si trovano ancora delle croci; normalmente venivano messe a conclusione delle missioni come ricordo. O sono nostre o dei cappuccini. La missione è un incontro con la parrocchia. Un tempo si andava in chiesa a sentire le “prediche” dei novissimi, dei sacramenti, ecc. .. più recentemente la missione era un approccio di una quindicina di giorni, con il popolo di Dio, che prevedeva incontri nelle case, o per le mamme, le coppie, i giovani, anche fuori dalla chiesa».
Quando arrivarono i passionisti ad Arezzo?
«Questo è poco risaputo. Arezzo sarebbe potuta essere uno dei primi conventi della Congregazione perché nel 1803, il vescovo Agostino Albergotti, dopo averla conosciuta, decise di portarla ad Arezzo. Ai passionisti venne affidata la parrocchia di San Bernardo che però dovettero lasciare già nel 1808 a causa delle soppressioni napoleoniche. Nel 1814 in tre o quattro riuscirono a tornare. Tuttavia, padre Tommaso dell’Incarnata Sapienza, che era stato nella comunità aretina, era nel frattempo diventato Generale della congregazione e decise di chiudere questo convento nel 1815, perché situato troppo nel centro città, mentre per il nostro carisma l’ideale è starsene in un luogo più isolato.
Nel 1948 la Provincia passionista decise di costituire un seminario per la Toscana, dove al tempo c’erano molte vocazioni e venne trovata la grande villa nei pressi di Agazzi di proprietà dei padri della Missione di Milano.Durante la guerra però se ne era “appropriato” il Partito comunista e in altri locali erano presenti molte famiglie sfollate. Ci vollero circa cinque anni perché i padri riuscissero ad averne pieno possesso. Vi entrarono nel ‘52. La struttura era messa molto male e vennero fatti importanti lavori di recupero e ampliamento per garantire spazi adeguati ai seminaristi che però dopo pochi anni iniziarono a decrescere. Il seminario fu operativo solo nel ‘59-60. A quel punto ci si ritrovò con una grandissima struttura,ma che fare? La provvidenza ha voluto che iniziassimo a prendere i ragazzi orfani dell’Enaoli (Ente nazionale orfani lavoratori italiani), poi ragazzi con varie problematiche, in un crescendo che ci portò nel 1983-85 ad accogliere, dopo la chiusura dei manicomi, persone disabili con problematiche mentali. Poi si è aggiunta la riabilitazione, cosìcome all’epoca veniva richiesto dalla Usl, in più adesso interveniamo a sostegno dei bambini da 0 a 15 anni per capire se siamo di fronte a disabilità mentali o autismo. Un’ultimo aspetto è dedicato ai disturbi alimentari. All’interno dell’istituto abbiamo una piccola comunità di sei frati».
Questo tipo di impegno non è lontano dal vostro carisma?
«No. A tal proposito cito le parole del Papa che ci ha voluto affidare proprio in occasione di questo anniversario: “Non stancatevi di accentuare il vostro impegno in favore dei bisognidell’umanità. Tale istanza missionaria sia rivolta soprattutto verso i crocifissi di questa nostra epoca: i poveri, i deboli, gli oppressi e gli scartati dalle molteplici forme di ingiustizia”. Il nostro operato è nel pieno del carisma passionista».
Com’è la situazione dovuta al Coronavirus all’istituto di Agazzi?
«Abbastanza buona. La nostra è una grande realtà: ogni giorno entrano 70-80 persone solo per lavorare e assistere circa 170 disabili, tra Istituto, due case famiglia e quindici appartamenti dove si vive in autonomia. A questi si sommano 32 posti letto di cure intermedie richieste dalla Asl, proprio per il Coronavirus. Abbiamo avuto la prima ondata in marzo con qualche caso nella riabilitazione e abbiamo chiusoun paio di settimane. Questa volta ci ha toccato proprio i disabili. Se un mese fa abbiamo avuto tanti contagiati, sia tra i ragazzi che tra i dipendenti, adesso il discorso si è rovesciato, la maggior parte dei tamponi sono negativi e piano piano stiamo riprendendo le cose con molta serenità. L’unico problema riguarda il personale, la Asl ne sta assumendo molto e la gente sceglie il pubblico. Quindi abbiamo un po’ didifficoltà. Abbiamo ancora alcuni casi di persone positive, tutte asintomatiche, ma pur essendo entrato il virus, siamofiduciosi che la Madre della Divina Provvidenza,ci proteggerà».
articolo di Luca Primavera, dal Settimanale diocesano La Voce
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