Nelle prime due domeniche del tempo di Avvento le letture della liturgia erano un invito alla vigilanza e ad ascoltare la voce che nel deserto ci invitava a predisporre quelle che il Vangelo di oggi chiama le vie del Signore. La terza domenica di Avvento ruota intorno al tema della gioia: è la domenica in “Gaudete”, cioè “gioite”. Ma che cos’è la gioia cristiana: ce lo dice Papa Francesco nell’esortazione Apostolica Evangeli Gaudium: scrive il papa: la gioia del Vangelo riempi il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù: coloro che si lasciano salvare da lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.
Bello rileggere alla luce di queste prime righe dell’esortazione di Papa Francesco il vangelo di questa domenica: Venne un uomo mandato da Dio il suo nome era Giovanni, egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce perché tutti credessero per mezzo di lui.
Giovanni, uomo austero e risoluto, precede con la sua testimonianza l’avvento della luce del Vangelo, Gesù Cristo verbo eterno di Dio. Egli è la voce che grida nei deserti dell’esistenza di drizzare la via al Signore che viene. Gesù è annunciato come la presenza di questo Dio in persona attraverso l’immagine della luce che viene a rischiarare il buio di un mondo in balia di se stesso. Egli è il volto visibile di un Dio che si fa prossimo prima di tutto a coloro che sono piagati nel corpo e nel cuore.
Chi accoglie la testimonianza alla luce di Giovanni si ritrova egli stesso avvolto di luce e diventa a sua volta testimone di luce e di gioia grande. La gioia cristiana viene da questo incontro con Dio. La nostra missione, come quella di Giovanni, consiste nell’aver coscienza di questa presenza nuova di Cristo e di aiutare gli altri a scoprirla. Ogni credente è stato consacrato per portare e realizzare questa buona notizia. Dio in Cristo fascia le piaghe del cuore, Dio in Cristo libera gli schiavi e i prigionieri, Dio in Cristo offre la sua misericordia: è qui la ragione della gioia! La Chiesa e i cristiani sanno di essere testimoni veri della Gioia quando conducono a Cristo gli uomini!
Scrive Pascal: “nessuno è felice quanto un cristiano!” Come Giovanni anche tu sei una voce, un riflesso, anche tu sei il precursore di Colui che viene. Lasciati sedurre da lui, e restagli accanto. Esci allo scoperto e permetti alla luce di avvolgerti e di entrare nel tuo cuore, come hanno fatto i pastori in quella fredda notte a Betlemme: tutto parlerà in te di Gesù: te ne accorgerai perché come i pastori stessi sarei felice, pieno di una grande gioia che non potrai contenere. Buon avvento a tutti, buon Cammino verso la luce vera!
La vita spesso sembra un susseguirsi delle solite cose: le solite incomprensioni, le solite questioni, il solito orario, la coda in automobile, le solite facce, le solite persone. Si attende qualcosa di nuovo che non capita mai: le uniche novità purtroppo ancora ad oggi sono la cronaca nera.
La Liturgia della Parola di questa seconda domenica di Avvento pone al suo centro un messaggio di speranza: quando tutto sembra perduto e lo scoraggiamento sembra prevalere, ecco il Signore compie un nuovo inizio! il brano evangelico costituisce l’inizio del vangelo di Marco.
Esso presenta immediatamente la persona di Gesù con i suoi titoli: annuncia la persona di Gesù la sua dignità di figlio di Dio presenta la esemplare figura di Giovanni che con il battesimo di penitenza prepara il popolo alla venuta di Gesù: indica l’opera di Gesù come battesimo in Spirito Santo, cioè come fusione della santità e della santificazione di Dio sui credenti, offre infine il punto di riferimento della nostra fede e con ciò stimola e rende urgente il nostro.
“inizio del Vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”: l’effetto che produce su di noi che ascoltiamo questo è di destare in noi l’attesa, la novità. Marco nel suo essere stringato pone fine alla nostra routine: non solo dice che inizia qualcosa di nuovo, ma qualcosa di buono, una buona notizia!
Il Vangelo sta cambiando letteralmente il mondo: non è vero che siamo a un eterno ritorno, la storia accoglie un suo sguardo, una novità assoluta. Il Vangelo è una notizia sconvolgente, determinante, definitiva. La buona notizia è che un uomo, di nome Gesù, è figlio di Dio ed è qui tra noi, con noi
Il vangelo di Marco ci mostra un nuovo inizio, la nuova creazione che il Signore si appresta a compiere e questo nuovo inizio è la buona notizia che in Cristo è possibile per l’uomo ricominciare! Dio dona al mondo una nuova vita: qui ci troviamo in presenza della parola arché (principio) di cui avevamo già sentito parlare nel primo versetto della Genesi.
Siamo davanti dunque ad una nuova creazione: Gesù è veramente il principio. Il Vangelo è veramente il fondamento della nostra vita. Gesù e il Vangelo sono davvero il senso della storia. A noi abituati a costringere Dio nelle nostre sequenze di parole e di pensieri sembra anche questo annuncio la solita cosa.
Se però ascoltiamo davvero il nostro cuore e il cuore del mondo, nella storia di Gesù che si rivela essere il Cristo e il figlio di Dio, per noi c’è quella notizia che attendiamo da sempre. Inizia con Gesù la vittoria di ogni forma di male, la vittoria sulla solitudine dell’uomo, perché ci dice che Dio non è infinitamente lontano ma intimamente vicino ad ogni uomo, ad ogni povero e piccolo, vicino a me, vicino a te: in questa storia ci immergiamo anche noi ogni volta che da soli o con la comunità ascoltiamo il racconto evangelico e ogni volta che lo facciamo diventare vita quotidiana. Se Gesù è il principio il fondamento, il criterio essenziale della nostra vita, non possiamo rimanere in superficie con la fede, altrimenti rischiamo di non comprendere nulla e di non sperimentare quanto davvero è buona questa notizia, per me, per la comunità, per ogni uomo, per ogni donna.
Questo è ciò che siamo chiamati a fare nella nostra piccolezza e miseria: inginocchiarci all’infinitamente piccolo davanti al Dio che si fa uomo, che si fa compagno di viaggio di ciascuno di noi
Dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
“Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone” La parola talento oggi nel nostro linguaggio significa “dote naturalmente posseduta, abilità innata nel fare qualcosa”. Questo significato gli è derivato proprio dalla parabola che abbiamo ascoltato ora, perché il racconto evangelico invita a usare bene il dono ricevuto. In realtà al tempo di Gesù il talento era una moneta e prima ancora era una unità di peso: circa 26 chili. Poniamo attenzione quindi al fatto che il padrone della parabola “consegnò ai servi i suoi beni”, consegnò loro una cifra enorme a ciascuno di loro. A noi può sembrare che il talento consegnato al terzo servo sia qualcosa di insignificante, ma sono 26 chili d’argento che all’epoca valevano molto più di ora. Quindi il padrone della parabola, che rappresenta Dio, consegna ai suoi servi tutti i suoi beni perché si fida di loro e affida loro ogni cosa. Dio si fida di noi e ci chiede la nostra collaborazione nella costruzione di questo nostro mondo. La cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi e agli altri è nascondere sotto terra il talento ricevuto. La vita ci insegna che quando noi non utilizziamo i doni naturali e spirituali ricevuti non rimaniamo uguali a prima: no! regrediamo, diventiamo insicuri, paurosi, tristi. Utilizzando bene le nostre qualità e i doni, diventiamo più consapevoli delle nostre capacità e ci spingiamo avanti e costruiamo una personalità più solida e fiduciosa. Purtroppo, però, noi possiamo anche sciupare i doni spirituali: dopo un periodo di fervore e di impegno cristiano possiamo rinnegare tutto e tornare indietro. Solamente utilizzando i doni si cresce. Ecco perché il padrone della parabola dà al servo che ha utilizzato bene i suoi talenti anche il talento dell’altro. Non è Dio che mi toglie il dono ricevuto, è la vita che me lo toglie se non l’utilizzo bene.
“Ecco lo sposo, andategli incontro!” è questo il grido che si leva nel cuore della notte della parabola che questa 32esima domenica ci presenta. “Uscire incontro” è la metafora più bella dell’esistenza umana, tutta la nostra vita è un’uscita finalizzata a questo incontro. Usciti dal grembo materno alla luce del sole, usciamo ogni istante da ciò che siamo a ciò che diventiamo, fino a quando usciremo dalla nostra vita per l’incontro definitivo con Colui che, da sempre, aspettiamo.
Noi usciamo nella vita e usciamo dalla vita con la nostra lampada, quella luce che abbiamo ricevuto nel Battesimo. La questione è se è accesa e se dentro c’è l’olio. Il problema della parabola è tutto sull’olio! Il senso della nostra vita è nell’avere l’olio o meno, cioè abbiamo quello spirito buono col quale andare incontro al Signore?
10 vergini è il numero della totalità, è il numero della comunità: tutta l’umanità esce incontro allo sposo, lo sappia o non, lo sappia, stolti o saggi che siano. Anche tutti andiamo incontro a lui è diverso l’essere stolti dall’essere saggi.
Nel Vangelo di Matteo lo stolto è quel credente che dice “Signore Signore”, ma non fa la volontà del Padre. Saggio è invece colui che costruisce sulla parola di Cristo attraverso il dono dello Spirito.
Quindi il problema non è l’incontro finale ma, già ora, come vado incontro. La domanda è: “Ora vado incontro con saggezza o con stoltezza”, saggezza e stoltezza sono due atteggiamenti non classificabili con categorie di persone, ma come lati della stessa medaglia: saggezza e stoltezza possono convivere entrambi nei nostri cuori.
Come riuscire a costruire sulla roccia? Come far luce a Cristo che viene?
A conclusione del Vangelo Gesù indica una via. La vigilanza, cioè essere attenti ora in modo tale che la nostra vita sia aperta al dono dello Spirito e alla comunione coi fratelli, per far luce a lui che quotidianamente ci incontra.
il brano evangelico di oggi rimprovera tre gravi errori che svuotano la vita di fede cominciando dall’ipocrisia.
“Legano infatti i Fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente ma essi non vogliono muovere neppure con un dito”. Cristo intima “Giù la maschera” e cioè l’incoerenza delle nostre vite, sappiamo insegnare bene le cose anche con severità e di nascosto facciamo il contrario, con molta indulgenza verso le nostre debolezze, pretendiamo moralità dai figli e rimaniamo malissimo quando un bel giorno ci rinfacciano le nostre incoerenze la dissociazione insegnamento vita
il secondo Peccato rimproverato da Gesù ai farisei è la vanità dell’apparire: “tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente”: amiamo la nostra immagine ammirazione consensi e applausi la tengono patinata, ci sentiamo confortati dai giudizi favorevoli, siamo disposti a sacrificare molto per tutelare la nostra popolarità. Nel caso dei farisei Gesù contesta il loro culto vuoto esteriore, la teatralità nell’operare il bene, la pratica religiosa insidiata dal bisogno di essere visti.
terzo rimprovero: il gusto del potere. La paga dell’incoerenza e della vanità si concretizza nei posti d’onore nei primi seggi, in chiese e conviti, nei saluti, nelle piazze e nei titoli onorifici come quello di maestro. E’ chiaro che cristiani di tal fatta danno ragione all’invocazione paradossale del celebre teologo protestante Karl Barth: “Signore liberami dalla religione e dammi la fede”
Era così ai tempi di Gesù ed è così anche oggi con un aggravante che il nostro maestro e Signore Gesù ci ha dato sempre un esempio deciso chiaro pagato sulla pelle del vivere sempre da servo. Anzi è morto sulla croce proprio come il servo sofferente lui ci ricorda che non dobbiamo amare nessun primo posto non dobbiamo fare i “pavoni” ma tenere bene in mente che “chi tra voi è più grande sarà vostro servo” E allora è alzando lo sguardo a lui che possiamo purificare sempre le nostre intenzioni, tornare sempre all’incantesimo dei primi passi generosi, e affidare a Dio la volontà di perseverare poiché il vero potere è di chi è capace di servire siete tutti fratelli. Non fatevi chiamare padri e maestri.
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