Questo passo ci apre una prospettiva nuova sul volto di Dio, come colui che si identifica con il povero, il bisognoso. Non è raro trovare nella storia di molti uomini santi il presentarsi di Gesù nelle vesti di un povero: anche S. Paolo della Croce fece questa esperienza a Vetralla. Allo stesso modo Pascal in punto di morte non potendo riceve l’eucarestia chiese di avere accanto a sé un povero. Ma nel passo troviamo anche altri soggetti come lo straniero e persino il carcerato (solitamente colpevole di qualche reato) che vengono accostati a Gesù.
Ecco allora la necessità di provare a guardare questo passaggio da un’angolazione diversa. Cosa hanno in comune queste figure? Certamente non possono essere accomunati da fattori di tipo morale o spirituale; quello che hanno in comune è il fatto di essere bisognosi, senza nessuna copertura da parte dello stato. Tutti sono nel bisogno al punto di non avere possibilità di contraccambiare o rimborsare. Anche i carcerati infatti non venivano supportati dallo stato, ma dalle loro famiglie di origine da cui spesso venivano ripudiati. Ecco che l’agire in modo benevolo nei loro confronti rende visibile un tipo di amore disinteressato che rende presente l’amore misericordioso di Dio. In quell’amore donato, in quella cura gratuita si manifesta, in modo quasi sacramentale, la persona di Gesù stesso che è l’amore di Dio per l’uomo e la cura per la sua salvezza.
Ma se questa presenza è a favore del bisognoso, perché viene messo in relazione con colui che invece dona questo amore? Qui Gesù non vuole descrivere le azioni che rendono “meritevoli” del paradiso, ma vuole tratteggiare il profilo del discepolo che è egli stesso presenza di Cristo. Questi con le sue azioni prolunga attraverso la sua storia personale quel movimento di guarigione e salvezza iniziato da Gesù in modo che possa essere testimonianza e salvezza per tutti. Il discepolo allora è colui che incarnerà Gesù al punto tale che non sembra nemmeno rendersi conto dove iniziano le sue azioni e quelle che Gesù compie attraverso di lui, tanta è la comunione tra i due.
Il 10 novembre 2020, presso il Ritiro dei Ss. Giovanni e Paolo (Roma), è tornato alla casa del Padre
p. Antonio Calabrese
di Maria SS.ma
Padre Antonio nasce a Lioni (AV) il 4 dicembre 1921 da Rocco Calabrese e da Marianna Rascionata. Entra in noviziato a Laurignano dove il 3 maggio 1938 emette i voti e dopo aver concluso gli studi filosofici e quelli teologici emette la professione perpetua l’8 dicembre 1941 per poi essere ordinato il 23 dicembre 1944 ai Ss. Giovanni e Paolo. I superiori del tempo intuirono la sua propensione per lo studio, particolarmente quello del diritto a cui fu subito avviato iscrivendolo alla Pontificia Università Lateranense dove fu licenziato in Diritto canonico “utroque iure”.
Fin dal 1954 è stato membro della Casa generalizia in cui ha trascorso tutta la sua vita assumendo diversi ruoli. Infatti dal 1970 al 1976 fu eletto Consultore generale e Procuratore generale. Erano gli anni del Concilio e del post Concilio che segnarono eventi e cambiamenti forti e significativi all’interno del mondo ecclesiale e della vita religiosa. Successivamente, il 12 febbraio 1979 fu assunto dalla Segreteria di Stato Vaticana come Addetto di Segreteria per le disposizioni speciali per i Religiosi, carica che ricoprirà fino al 2003 per il sopraggiungere dei limiti di età. Lavorò al servizio della Sede Apostolica per 27 anni “con apprezzata competenza e fedele dedizione, riscuotendo la fiducia e la stima dei Superiori” così scrisse il Segretario di Stato, Cardinal Sodano, all’allora Superiore Generale, P Ottaviano D’Egidio. Quando nel 1984 fu fatto il Capitolo straordinario per la formulazione delle nuove Costituzioni, fu membro della Commissione per la revisione dei canoni del Diritto proprio dei Passionisti.
Il suo servizio che ha svolto è stato laborioso e efficace non solo nei confronti della Chiesa e della Congregazione, attraverso le cariche assunte nella Segreteria di Stato e nella nostra Congregazione come Procuratore e Consultore Generale, ma anche nei piccoli ministeri a beneficio della comunità dei Ss. Giovanni e Paolo. Le competenze da lui accumulate nell’esplicare questi ruoli gli hanno permesso di scrivere diversi testi sul diritto particolare, oramai di riferimento per tutta la Congregazione, tra i quali ricordiamo Diritto particolare e privilegi dei Passionisti. Ma la sua eredità non riguarda il solo campo del diritto, perché, soprattutto nella maturità dei suoi anni ha scritto diverse biografie dei nostri Santi ed in particolare un prezioso volume sulla mistica di S. Paolo della Croce e il volume su S. Gemma Galgani, testo a cui era particolarmente affezionato e legato.
Riprendendo il Vangelo del giorno del suo funerale (Lc 17, 20-25) vogliamo anche noi ringraziare e lodare il Signore per i Confratelli che nella vita, nella fede e nella vocazione ci hanno preceduto ed ora “hanno raggiunto Gerusalemme” e ora stanno presso il Padre per intercedere e aiutare la Congregazione e la Provincia. Ricordiamo P. Antonio come personalità forte e competente, da rivelarsi a volte spigolosa nelle relazioni, ma dedita al servizio particolarmente istituzionale della Congregazione. Il Signore sia la sua ricompensa eterna, gli doni la pace e lo accolga nella sua misericordia.
La parola talento oggi nel nostro linguaggio significa “dote naturalmente posseduta, abilità innata nel fare qualcosa”. Questo significato gli è derivato proprio dalla parabola che abbiamo ascoltato ora, perché il racconto evangelico invita a usare bene il dono ricevuto. In realtà al tempo di Gesù il talento era una moneta e prima ancora era una unita di peso: circa 26 chili.
Poniamo attenzione quindi al fatto che il padrone della parabola “consegnò ai servi i suoi beni”, consegnò loro una cifra enorme a ciascuno di loro. A noi può sembrare che il talento consegnato al terzo servo sia qualcosa di insignificante, ma sono 26 chili d’argento che all’epoca valevano molto più di ora.
Quindi il padrone della parabola, che rappresenta Dio, consegna ai suoi servi tutti i suoi beni perché si fida di loro e gli affida ogni cosa. Dio si fida di noi e ci chiede la nostra collaborazione nella costruzione di questo nostro mondo.
La cosa peggiore che possiamo fare a noi stessi e agli altri è nascondere sotto terra il talento ricevuto. La vita ci insegna che quando noi non utilizziamo i doni naturali e spirituali ricevuti non è che rimaniamo uguali a prima: no, regrediamo, diventiamo paurosi, insicuri, tristi, depressi.
Noi possiamo sciupare anche i doni spirituali: dopo un periodo di fervore e di corrispondenza a Dio, purtroppo possiamo anche rinnegare tutto e tornare indietro. Solamente utilizzando i doni si cresce. Ecco perché il padrone della parabola dà al servo che ha utilizzato bene i suoi talenti anche il talento dell’altro.
Non è Dio che mi toglie il dono ricevuto, è la vita che me lo toglie se non l’utilizzo bene.
XXXII domenica tempo ordinario anno A (Giuseppe Adobati)
Gesù presenta una parabola per spiegare il senso del nostro cammino nella vita e la dinamica della presenza del regno di dio, del suo amore, del suo perdono nella nostra vita. Come si realizza questo? Gesù prende l’esempio del rituale che veniva usato per il matrimonio del suo tempo: quando alcune vergini andavano ad accogliere lo sposo per portarlo poi alla sposa. Questo era un momento di festa e gioia, ma al tempo stesso era occasione per riscoprire la gratuità, l’attesa come segno di libertà di qualcuno che arrivava quando e come vuole. E’ essenziale il bisogno di essere pronti, di saper valorizzare ogni momento come occasione di crescita nel bene, uscire da sé stessi. Le 5 vergini sapienti sono coloro che hanno portato con sé questa riserva di olio che permette di vedere anche nel buio. Questa luce è la capacità di vedere il volto dello sposo che viene all’ora più buia. Nella vita quotidiana siamo chiamati a tenere viva la nostra lampada attraverso la nostra fede, e speranza e carità. Quest’ultima diventa operosa e costruttiva con gesti di bene proprio perché abbiamo riconosciuto nel buio illuminato dalla fede il Signore.
Si racconta un fatto di San Paolo della Croce, che un giorno si stava intrattenendo con alcuni suoi religiosi. Di punto in bianco chiese ad uno di essi “sono accese le tre lampade?” Quel religioso non colse subito il significato della domanda misteriosa e con lo sguardo attonito chiedeva chiarimenti. Con vivacità Paolo spiegò: le tre lampade sono quelle della fede, della speranza, della carità. Voi siete il tempio di dio vivo. Visitate spesso questo tempio interiore e vedete se sono accese le tre lampade: della fede, della speranza e della carità. Il giusto infatti vive di fede! Vivete di fede!
Meditação do Evangelho do XXXII Domingo do Tempo Comum Jesus apresenta uma parábola para explicar o significado do nosso caminho na vida e na dinâmica da presença do Reino de Deus, do seu amor e do seu perdão na nossa vida. Como se realiza isto? Jesus usa como exemplo o ritual que era usado na celebração do matrimónio no seu tempo: no qual algumas virgens acolhiam o esposo e depois acompanhavam-no à esposa. Este era um momento de festa e de alegria, mas ao mesmo tempo era ocasião para redescobrir a gratuidade, a espera como sinal de liberdade de alguém que vem quando e como quer. É essencial a necessidade de estarmos prontos, de saber valorizar cada momento como ocasião de crescimento no bem, e sair do egocentrismo. As cinco virgens prudentes representam aqueles que levaram consigo aslâmpadas de azeite que permitem ver também no escuro. Esta luz é a capacidade de ver a face do esposo que vem durante a hora mais escura. Na vida quotidiana somos chamados a manter viva a nossa lâmpada por meio da nossa fé, esperança e caridade. Esta última requer mais empenho e é construída com gestos de bem, porque na escuridão iluminada da fé reconhecemos o Senhor. Conta-se que São Paulo da Cruz, um dia estava num momento de convívio fraterno com alguns religiosos. Perguntou a um deles: «estão acesas as três lâmpadas?». Aquele religioso não compreendeu imediatamente o significado daquela pergunta misteriosa e com um olhar admirado pedia esclarecimentos. De um modo vivaz Paulo explicou: as três lâmpadas são as lâmpadas da fé, da esperança e da caridade. Vós sois o templo de Deus vivo. Visitai regularmente este templo interior e vede se estão acesas as três lâmpadas da fé, da esperança e da caridade. Na verdade, o justo vive da fé! Vivei da fé!
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