In questo giorno santo ci lasciamo aiutare nella nostra riflessione da Sant’Agostino e da San Leone Magno Papa. Essi celebrano due aspetti di questo Natale: Sant’Agostino illumina ciò che il Signore ha fatto per noi rendendosi vicino facendosi uomo; San Leone Magno invece ci invita alla gioia perché questa prossimità massima del Signore significa per noi salvezza!
Ecco cosa dice il vescovo di Ippona: Il Signore Gesù volle essere uomo per noi. Non si pensi che sia stata poca la misericordia: la Sapienza stessa giace in terra! In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1,1). O cibo e pane degli angeli! Di te si nutrono gli angeli, di te si saziano senza stancarsi, di te vivono, di te sono come impregnati, di te sono beati. Dove ti trovi invece per causa mia? In un piccolo alloggio, avvolto in panni, adagiato in una mangiatoia. E per chi tutto questo? Colui che regola il corso delle stelle succhia da un seno di donna: nutre gli angeli, parla nel seno del Padre, tace nel grembo della madre. (Disc. 1 per il Natale, 1-3; PL 54, 190-193)
E continuiamo con la voce di San Leone Magno:
Riconosci, cristiano, la tua dignità! Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita.
Da ultimo non terrò nascoste le parole del mio fondatore San Paolo della Croce, che lega il Natale alla Pasqua, attraverso la pittura (che abbiamo messo anche in copertina di questi tre minuti) in cui il Bambino riposa sul nudo legno della croce:
Vorrei che celebrasse il s. Natale nella povera stalla del suo cuore ove nascerà spiritualmente il dolce Gesù. Presenti questa povera stalla a Maria Ss.ma e S.Giuseppe, acciò l’adornino di virtù, affinché il dolce Bambino vi stia bene. Molti anni or sono io avevo un bel Bambino dipinto sopra una carta di Germania, che se ne dormiva placidamente sopra una croce. Oh! quanto mi piaceva quel simbolo! Lo diedi ad una persona crocifissa, ma di santa vita, la quale fu diretta da me finché visse e fu un’anima delle più virtuose e di altissima contemplazione chi’io abbia conosciuto, e morì in concetto di santa. Io volevo, come bramo a lei, che quell’anima fosse bambina per semplicità e purità, dormisse sopra la croce del dolce Gesù. Dunque lei nel s. Natale, che avrà il Bambino nel suo cuore, tutta trasformata in esso per amore, dorma con lui nella culla della Croce e alla divina canzonetta che canterà Maria Ss.ma, lei si addormenti col divin Bambinello, ma fatta un sol cuore con esso. La canzonetta di Maria Ss.ma sarà: Fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra, l’altra strofetta sarà: Operare, patire e tacere, la terza strofetta sarà: Non ti giustificare, non ti lamentare, non ti risentire. Che ve ne pare, Suor Angela Maria Maddalena, di questa canzonetta? Imparatela bene, cantatela bene dormendo su la Croce e praticatela con fedeltà, che vi assicuro vi farete santa. (Lettere III, 604)
“Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”
Così si chiude il vangelo di oggi che ci presenta l’incontro tra Maria e la cugina Elisabetta è un incontro tra due donne due donne in attesa di un figlio. E’ l’incontro tra due parenti e l’incontro soprattutto tra due donne che sono segnate, abitate dallo Spirito Santo.
Le parole e i gesti esprimono la capacità di riconoscersi come persone illuminate, baciate dalla presenza del Signore: Elisabetta riconosce in Maria la presenza del Figlio di Dio, riconosce in Maria colei che ha ascoltato, colei che ha accolto la parola del Signore, colei che si è fidata.
Maria riconosce in Elisabetta quel segno che l’angelo le aveva indicato, il segno dell’agire di Dio, il segno dello stile di Dio che nella storia entra attraverso questo tempo, del processo della vita, il tempo della pazienza, il tempo della fiducia. C’è un entrare nella storia con delicatezza, ma al tempo stesso con fiducia e questo è ciò che queste due donne testimoniano.
Ecco allora l’invito a guardare per noi, al nostro tempo, anche al nostro futuro come un tempo illuminato dal Signore e per fare questo abbiamo il dono della parola di Dio che è l’annuncio che ogni giorno ci è rivolto, che siamo chiamati ad accogliere e da lì nasce l’invito alla fede e l’invito all’accoglienza, l’invito alla testimonianza e tutto questo procura la gioia.
Quella gioia che viene testimoniata dal fremito di Giovanni Battista nel grembo di Elisabetta: questo sentire che Dio non si è perso, Dio non si è stancato, Dio non è semplicemente imbarazzato dalla complessità della storia, ma Dio è fedele e Dio porta avanti misteriosamente la sua vicenda che diventa vicenda di storia e di salvezza.
Chiediamo al Signore di poter essere portatori di questo riconoscendo il mistero che c’è dentro la nostra storia e riconoscendo che per ciascuno di noi c’è questa chiamata alla fede attraverso l’ascolto della parola di Dio.
Il vangelo di domenica scorsa ci presentava la vocazione di Giovanni il Battista e la sua missione (cf. Lc 3,1-6).
L’annuncio profetico del regno suscita una domanda riguardo alla conversione.
Tre gruppi di persone incontrano Giovanni, la folla, i pubblicani (gli esattori delle imposte) e i soldati (Lc 3,10-14), e tutti gli pongono la stessa domanda: «Che cosa dobbiamo fare?».
Questa domanda tornerà continuamente nel Vangelo di Luca. In qualunque situazione, infatti, ci chiediamo cosa dobbiamo fare?.
Giovanni offre tre risposte diverse: alle folle (e quindi a tutto il popolo), suggerisce l’atteggiamento della condivisione – se hai due tuniche danne una, se hai da mangiare offrilo – , ai pubblicani domanda la giustizia – prendete quel che è giusto, non riducete nessuno a merce – e ai soldati l’onestà e la mitezza – accontentatevi della vostra paga e non fate violenza, non maltrattate, di tutti abbiate rispetto.
Giovanni chiede azioni umanissime. Ecco ciò che bisogna fare in vista della venuta del Signore: condividere l’essenziale, cioè cibo, vestito, casa, vivere nella giustizia, rinunciare alla violenza e al sopruso.
Giovanni chiede un cambiamento concreto della vita quotidiana, un cambiamento che incide profondamente nelle relazioni con gli altri. Chiede che la vita diventi un dono, che faccia vivere i fratelli e le sorelle. In un mondo in cui la brutalità dei potenti era dilagante, Giovanni invita alla mitezza
E noi che cosa dobbiamo fare? Giovanni ci dà indicazioni preziose: condivisione, giustizia, impegno, umanità, mitezza, nell’umile fatica quotidiana. Chiamati a costruire comunione, nella giustizia e nella pace.
Concludo con le parole di Papa Francesco: «Questa domanda – che cosa dobbiamo fare? – la sentiamo anche nostra. La liturgia di oggi ci ripete, con le parole di Giovanni, che occorre convertirsi, bisogna cambiare direzione di marcia e intraprendere la strada della giustizia, della solidarietà, della sobrietà: sono i valori imprescindibili di una esistenza pienamente umana e autenticamente cristiana. Convertitevi! È la sintesi del messaggio del Battista. (Angelus, 13 dicembre 2015).
Il saluto dell’angelo, con il quale si presenta nella vita della quattordicenne Miriam, viene a rivelare un progetto che già da tempo la riguarda. Infatti quel κεχαριτωμένη che noi traduciamo con “piena di grazia” descrive gli effetti presenti di un’azione che da tempo la riguarda. Andrebbe infatti tradotta più letteralmente con una frase del tipo “oggi sei piena di grazia perché il signore da tempo sta agendo in te”.
Ecco spiegata la meraviglia della giovane, che non è tanto legata alla presenza dell’angelo; infatti il Vangelo sottolinea che era turbata per il contenuto del saluto. Evidentemente ha cominciato a ripercorrere la sua vita cercando straccia di questa intervento così particolare nella sua vita, e probabilmente non riusciva a vederlo. Se poi andiamo a guardare il Magnificat che da lì a pochi giorni avrebbe pronunciato, ci accorgiamo che è una preghiera che, in linea con il modo di pregare della tradizione giudaica, inizia con una benedizione del Signore per le opere compiute. Infatti l’angelo la invita ad esultare, ma si trova smarrita perché non vede nessun fatto straordinario nella sua vota così semplice all’interno della piccola comunità di Nazareth.
Ecco che paino piano si rende conto che quella “meraviglia” a cui era invitata a rendersi conto era la sua “anima”; cioè la sua vita, in pratica quello che noi oggi definiamo come la sua persona. E’ una realtà così splendente di fronte alla quale anche gli angeli esultano grazie al fatto che in lei non c’è mai stata traccia di peccato. E’ questo che festeggiamo nella festa dell’Immacolata, ma attraverso la pienezza di questa bellezza che si è realizzata in Maria, andiamo anche a celebrare quella che è presente in ogni uomo. C’è una positività fondamentale, una bontà e bellezza radicale in ogni uomo, frutto del suo essere creato ad immagine di Dio.
Se Maria, dove questo elemento era distillato al 100%, ha avuto bisogno dell’invito dell’Angelo per rendersene conto e ha avuto del tempo per vederlo e così trasformarlo in ringraziamento e preghiera, immaginiamo la fatica che dobbiamo fare noi per essene coscienti, perché spesso offuscato da tanti fattori. Si tratta allora di purificare il nostro modo di guardare prima di tutto noi stessi, poi gli altri per scorgere questa realtà per vedere così come Dio stesso ci vede e scoprire quel tesoro che è sepolto in ognuno di noi.
Così il nel mistero dell’Immacolata non festeggiamo il privilegio di una persona particolare, ma la pienezza e lo splendore di una bellezza a cui tutto noi partecipiamo e che siamo chiamati a vederne i contorni e a farla emergere.
Il Battista viene per un battesimo di conversione, perché i cuori lascino l’ingiustizia, le cattive passioni, gli attaccamenti materiali, per fare posto al nuovo che viene nell’Avvento. Il Battista non reca con se la gioia piena, egli è solo una piccola luce che indica il sole di giustizia che viene a visitarci. Il Signore viene e ha bisogno di essere accolto, di avere uno spazio all’interno della nostra vita. Il Battista è il messaggero che prepara il popolo di Israele, e dunque anche noi, perché alla venuta del Signore egli ci possa trovare pronti.
Questa preparazione viene paragonata ai lavori che si fanno per velocizzare, diremmo oggi con il nostro linguaggio tecnico, un percorso stradale. Il vangelo ci parla di strade con curve che devono essere raddrizzate, di strade impervie, con buche e sconnessioni che devono essere spianate, di burroni che devono essere colmati e di monti e colli che devono essere abbassati e tolti. Possiamo paragonare tutto questo cantiere esteriore, tutto questo lavoro che si deve opera sulle rocce e sulla terra di questo mondo, al turbinio di pensieri, parole e preghiere che vengono operati su noi stessi per far volgere sempre più il nostro cuore a Dio, in maniera sempre più radicale e profonda, in maniera più stabile e continuativa, secondo la metafora della roccia del linguaggio biblico.
Guardando dunque alle rocce di questa terra, quelle attraverso le quali siamo capaci oggi con i nostri mezzi di lavoro di aprire una via stradale, non dobbiamo mai dimenticare la fatica fatta per ottenere un percorso più celere. il gusto di passare con la macchina a gran velocità attraverso distese naturali dove è stata ricavata una via d’asfalto che permettesse all’uomo di congiungere e ridurre il tempo di viaggio tra luoghi differenti e distanti, ci deve far comprendere che è necessario fare lo stesso lavoro tra le cose del cielo e delle terra, perché possiamo contribuire ogni giorno, col nostro umile lavoro, alla promessa di Gesù, che va in cielo a prepararci un posto. E allora non ci sarà più né fatica né lavoro.
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