“Un uomo aveva due figli”: entrambi non conoscono il Padre. In questa parabola troviamo ripetuta questa parola – “Padre” – ben 12 volte.
Il figlio minore se ne va, perché pensa che il Padre gli tarpi le ali, gli tolga la libertà, poi, quando torna, pensa di meritare un castigo a causa di quello che ha fatto. Senza nemmeno immaginare che il Padre lo sta aspettando. Il figlio maggiore, pur restando nella casa paterna, si aspetta una ricompensa solo per i suoi servigi, per il suo lavoro. Senza neanche immaginare di essere amato immensamente perché figlio.
Entrambi fanno lo stesso errore. Il primo sceglie la strategia della libertà e del piacere: “trovo la felicità nel fare quello che mi pare”. Il secondo quella del dovere, del do ut des: “sono bravo per questo otterrò dei benefici”, vuole comprare l’amore del Padre, come se il Padre fosse un padrone e lui un servo.
Ma il Padre va oltre le piccinerie di entrambi. Rembrandt nel celebre quadro dal titolo “Ritorno del figliol prodigo” dipinge questo Padre con una mano maschile e una femminile: perché è un Padre che si comporta come una madre. Quando il più giovane torna, lui lo aspetta, lo vede mentre era ancora lontano, gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia. Senza pudore. Proprio come farebbe una mamma per il suo bambino. E poi fa festa.
Quando il maggiore non torna, resta fuori dall’uscio nella sua solitudine infinita, il Padre corre ancora, corre incontro a quel figlio, che ostinato non capisce l’amore. Lascia la festa, lascia la casa per supplicarlo.
In questa parabola, in questi due figli, ci riconosciamo: nel figlio che vuole cercare la felicità lontano, si ritrova a rubare il cibo ai porci e poi torna, ha fiducia che il Padre non lo caccerà, si ricorda il sapore del pane, ma teme ancora il castigo.
E ci riconosciamo forse soprattutto nel figlio pieno di rabbia, che pur restando nella casa del Padre è lontano, perduto, solo, pesa l’amore con il bilancino, è geloso e tutto sommato pensa che il Padre non farebbe festa anche per lui.
Che ciascuno di noi possa fare esperienza dell’amore incommensurabile di Dio, il Padre che continuamente ci corre incontro con un cuore di mamma. In Lui ci riconosceremo tutti fratelli e sorelle. E sarà gioia piena, gioia senza fine.
Il vangelo di oggi è l’inizio del capitolo 13, in cui Luca ci parla della predicazione di Gesù alla folla mentre è in viaggio verso Gerusalemme. Gesù stava parlando alla folla della necessità di valutare ciò che è più giusto fare, in particolare saper riconoscere il tempo favorevole (il kairos), il momento decisivo della salvezza (con la sua presenza in mezzo a noi).
Proprio in quel frangente gli presentano un fatto di cronaca molto grave. Pilato aveva fatto uccidere dei pellegrini provenienti dalla Galilea e se la notizia va presa alla lettera, essi furono uccisi durante il sacrificio. Dunque un fatto di strage e anche un sacrilegio.
Perché riferiscono questa notizia a Gesù? Siccome era galileo volevano istigarlo contro Pilato? Oppure semplicemente la domanda è sulla bontà di Dio, cioè come mai questi pellegrini muoiono proprio nell’istante in cui stavano mostrando la loro devozione all’onnipotente?
Gesù esce da questa casistica e utilizza i fatti di cronaca, compresi i malcapitati sotto la torre di Siloè, per continuare l’annuncio del regno e la necessità della conversione. Non si tratta di punizioni divine. Piuttosto semplicemente tali fatti raffigurano plasticamente cosa significa “perire”, Quindi per contrasto positivo ci chiedono di cambiare la nostra vita per fuggire tali esiti nefasti!
Anche la parabola del fico è sullo stesso tono. Nonostante tre anni di attesa non si hanno frutti. Viene concessa misericordia ancora per un po’, attraverso la cura specifica del terreno intorno alla pianta.
Ecco dunque cosa possiamo concludere dal vangelo di oggi: la nostra vita senza la cura di Gesù e senza l’accettazione del suo intervento, per la conversione, è come un pianoforte in cattivo stato, polveroso e sconquassato. Nessuna musica, nessun frutto, può uscire da una tale vita. Ma nel momento in cui lasciamo operare il maestro divino, allora è tutta un’altra musica, musica di vita e di festa.
L’episodio della Trasfigurazione segna un passaggio fondamentale nella vita e dei discepoli.
Il testo inizia con una annotazione di tempo: “Otto giorni dopo”: un’indicazione che ricorda l’ottavo giorno, il giorno della risurrezione.
come per dirci che la nostra trasfigurazione avviene ogni domenica nella celebrazione eucaristica.
Ma che cos’è la Trasfigurazione? E quando avviene?
La Trasfigurazione di Gesù manifesta la sua identità più vera e avviene durante la preghiera.
Questo fatto ci dice come anche noi possiamo riconoscere la nostra vera identità quando entriamo in relazione intima col Padre come figli.
La Trasfigurazione avviene in un luogo appartato: Gesù porta in disparte i discepoli.
Anche noi abbiamo bisogno di tempi e luoghi appartati per riscoprire la bellezza dell’essere figli amati, chiamati a condividere lo stesso destino di Gesù: il suo Esodo.
Che cos’è l’esodo per Gesù? E’ la sua passione, morte e risurrezione: cioè il suo donare tutto se stesso per la nostra salvezza. Di questo ne parlano con Gesù, Mosè ed Elia, la legge e i profeti.
Come Gesù ha manifestato pienamente il suo volto nella Passione, “la più grande e stupenda opera dell’amore misericordioso del Padre”, donando la sua vita per la nostra salvezza, così anche noi possiamo vivere in pienezza la nostra umanità donando la nostra vita, per amore, ai nostri fratelli.
Ma qual è la reazione dei discepoli?
Pietro afferma che “è bello stare qui!”
Egli riconosce che stare davanti al volto dello Sposo, di Gesù, è l’unico luogo dove possiamo vivere e sostare. Qui siamo a casa, altrove siamo sempre fuori posto.
Per sentirci a casa, e non alienati, siamo invitati ad assumere due atteggiamenti.
Il primo è quello di non impossessarci di Gesù, cioè di non pretendere di rinchiuderlo dentro i nostri schemi mentali.
Il secondo è quello di ascoltarlo, come Lui ascolta il Padre.
Solo così il nostro sguardo, purificato dall’ascolto, sarà capace di vedere il volto di Dio nel volto dei fratelli.
in copertina Lavoro dello street artist BKfoxx a Kiev. Photo by Lizgrin F on Unsplash
Le risposte e la fermezza di Gesù di fronte alle tentazioni/provocazioni del diavolo ci danno coraggio nel cammino. Come un nuovo Giobbe, Gesù nella sua umanità, come la nostra, è messo alla prova e affronta le difficoltà della vita, dalle privazioni del cibo fino alle restrizioni sui desideri più alti e nobili.
Di fronte alle limitazioni del fisico, di fronte alla minaccia alla stessa sussistenza per la vita (la pandemia è ancora in corso e un conflitto armato inaspettato popola le notizie dei media) potremmo essere tentati di lamentarci con Dio, di pretendere che i nostri problemi, il nostro pane, siano operati in modo miracolistico direttamente da Dio, perché no, con le scorciatoie diaboliche: “pani e pietre! … per te è lo stesso, dammi quello che mi spetta!” Il problema non è chiedere al padre nel bisogno di quanto necessitiamo, il padre già lo conosce! il problema è il cuore dell’uomo che non fidandosi pretende ed esige di ricevere tutto e subito senza doversi impegnare.
E quando abbiamo il pane assicurato l’insidia potrebbe cadere su questioni d’altro livello: essere sedotti dal potere, voler controllare l’esito degli eventi e delle cose, fino alla vita delle persone stesse. E’ questo il tranello e lo scopo del demonio: voler controllare la persona di Gesù, volerla confinare in un determinismo servile, voler competere con Dio. Ma competere usando la violenza, il sopruso e l’inganno, cosi che gli altri si prostrino a terra. A terra in effetti significa senza guardare il cielo! Gesù vince con la libertà dei figli di Dio, che conoscono il luogo del Padre perché è lo stesso loro luogo a cui anelano i loro desideri più alti: i cieli. Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto, e non prostrazione a terra, relegati alle cose della terra! Qui occorre ricordarci: Siamo fatti per il cielo! Per salire in cielo e non sicuramente per gettarci dal pinnacolo per provare la fedeltà di Dio! Questa è l’ultima delle tentazioni, quella di usare la parola di Dio (citata ben 2 volte dal tentatore) in modo menzognero. Gesù risponde in modo secco, mostrando che la sua comprensione non è letterale, ma è sapienziale, è la sua stessa vita tale parola: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo.
Gesù arriva al cuore delle cose, conosce il motivo per cui Dio da la parola agli uomini, e come tale parola, e solo tale parola, ci renda liberi servendola! E dunque non metterai alla prova il Signore tuo Dio! .. anzi chiederai a Dio di lasciarti aiutare in ogni tua prova!
Quello che è un proverbio di carattere sapienziale diviene occasione per Gesù per un insegnamento profondo. Di per sé il significato sembrerebbe banale, ma se lo leggiamo come ci viene presentato – cioè una parabola di Gesù che quindi intende rivelare qualcosa di Dio attraverso fatti e cose di natura comune – ci rendiamo conto che ci viene detto che l’uomo tende ad avere dei maestri che condizionano la sua crescita e storia.
Se ci guadiamo un po’ intorno ci rendiamo conto che siamo un po’ tutti abituati a considerare la nostra coscienza – cioè quello che comunemente chiamiamo “io” – il criterio assoluto di quello che consideriamo come bene e come male, e quindi da questo dipendono le azioni che facciamo e i progetti che cerchiamo di realizzare. Ma nonostante i richiami della psicologia moderna, ci dimentichiamo che questo io è una sorta di spugna che tende ad impregnarsi degli stimoli che riceve da tanti fattori esterni: cultura, educazione, esperienze, ecc. e non tutte giocano un ruolo positivo sulla nostra crescita.
Questo finisce per determinare tutta una serie di “unicità” che però non sono assolute, ma frutto di un processo di cambiamento sempre in atto. La sfida che viviamo nel nostro tempo sembra essere quella di ricomporre queste unicità in un quadro unico – la società – che riesca ad accoglierle tutte. Ma può funzionare?
Quando noi guardiamo su youtube quei cagnolini che ci fanno tanta tenerezza, dall’altra parte del mondo qualcuno, quadrando lo steso video, vedrà dei succulenti bocconcini; se noi inorridiamo di fronte a coloro che vogliono mangiare queste tenere creature, gli altri restano perplessi del fatto che giochiamo con il nostro pranzo. Gesù, rivolgendo queste parole ai suoi discepoli, intende porsi come unico maestro, in quanto espressione visibile del Padre, il quale, a sua volta, è una persona a volontà non soggetta a questi fattori pur essendo la determinazione massima di quell’amore verso cui tendiamo.
Dovrebbe essere questo punto di riferimento a guidare il nostro processo di cambiamento, perché sicuramente orientato verso il bene. Ecco che l’esigenza e la consapevolezza interiore di un continuo miglioramento si sposa con l’esperienza di una chiama continua di Gesù a crescere in una pienezza. Lo abbiamo visto in grandi personalità come quella di S. Gabriele, la cui vita è sempre stata guidata da quel principio che rivelò al suo direttore quando gli disse “Padre, se c’è qualcosa nel mio cuore che offende Dio…Voglio strapparla via”. L’essere stato malleabile rispetto agli stimoli dello Spirito gli ha consentito di affrontare grandi prove come quella della malattia, senza venirne travolto, rimanendo sempre pieno di gioia e felicità, anzi diventando esempio e stimolo per migliaia di persone.
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