Così fu generato Gesù Cristo… commento Di Giuseppe Adobati al Vangelo della quarta domenica del tempo di Avvento – 18 Dicembre 2022

Cosi fu generato Gesù Cristo: è questa l’Introduzione del Vangelo di oggi, che potrebbe essere anche il titolo di questo brano del Vangelo, anche se in realtà non descrive puntualmente la nascita di Gesù, ma il contesto in cui si realizza questa venuta del mistero di Dio, del piano di Dio nella storia.

L’evangelista Matteo racconta la realtà dove si incarna il verbo di Dio e questo avviene all’interno di un percorso che sembra riecheggiare quanto già nel passato i profeti avevano detto però con una prospettiva diversa: mentre in passato più volte l’annuncio di una nascita di una figura significativa, profeta oppure anche guida il popolo d’Israele, era stato segnato, accompagnato da prodigi da eventi, da miracoli, qui in realtà c’è un segno, Maria che è incinta per opera dello Spirito Santo, ma in realtà è un segno che umanamente che non ha nessun tipo di esplicazione, e quindi Giuseppe ci trovo di fronte a questo evento che tutto da decifrare. Ovviamente a l’interpretazione di Maria, ha quindi la sua in qualche modo confessione su ciò che è accaduto, ma questo viene poi affidato alla sua capacità di discernere e riconoscere l’opera di Dio

Questo ci dice come Dio si affida proprio noi: paradossalmente mette in crisi quella comunione spontanea, serena e di amore che c’era tra Maria e Giuseppe. Mette alla prova la loro fede e li pone nella condizione di riscoprire, decifrare che Dio passa attraverso vie inattese. Dio, che loro certamente consideravano il creatore e per cui volevano effettivamente vivere la loro vita, chiede loro qualcosa di inatteso.

Ed ecco allora che la presenza di questo piano di Dio e soprattutto l’apertura di fede di Maria Giuseppe, permette loro di cogliere questo Dio che opera nella loro vita, ma in maniera diversa da come loro pensavano. E questo lo vogliamo vivere anche noi che ci accingiamo in fondo ad accogliere il mistero del Natale, perché appunto il Signore ci aiuti a capire che questa venuta di Cristo non è solo qualcosa che abbiamo già visto o che già sappiamo come e cosa sarà, ma è un provocare noi ad aprire la nostra vita per renderla effettivamente spazio dove Lui può piantare la sua tenda, e diventare presenza che salva il mondo!

Come l’agricoltore… attendere i frutti della terra! Commento di Marco Staffolani al Vangelo della IIIa domenica di Avvento – 11 Dicembre 2022

«Tra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista»
Gesù rende verità al Battista che è quell’Elia che doveva venire. Il battesimo di penitenza è l’operazione messa in atto da questo precursore, messaggero che prepara la via al Signore, che prepara il popolo all’incontro con il nuovo che avanza.
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?»
Questa è la domanda, come a dire, dopo la penitenza e la disposizione all’ascolto, sei tu colui che dobbiamo ascoltare, che dobbiamo accogliere, che stiamo aspettando?
E Gesù racconta i segni e i miracoli che anticipano la gioia del Regno dei cieli già in questa terra: ciechi zoppi lebbrosi sordi vengono guariti e perfino i morti, vengono risuscitati. Non è possibile altrimenti: il nuovo che avanza è la presenza di Gesù su questa terra, e intorno a lui fiorisce anche il deserto!

«[…] non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

E allora la condizione del Battista, o meglio la sua grandezza nel Cielo, come tutti i piccoli a cui è destinato il Regno, è senza possibilità di essere misurata/paragonata alla condizione terrena. Lì tutti riceveranno glorie incomparabili anche alla più grande gloria che su questa terra riceve il Battista, definito da Gesù il più grande tra i nati di donna.

E allora il Battista, in carcere per la verità, sta donando la vita al Figlio di Dio. E nel momento in cui muore a causa di Erode, a causa dell’ingiustizia degli uomini, egli muore per risorgere in Dio, per la Verità che è Cristo.

è infine nella seconda lettura riceviamo l’invito ad essere costanti, cioè a far crescere ogni giorno la nostra pazienza perché si trasformi nella nostra santità, la stessa che ha manifestato il Battista. Il paragone è quello dell’agricoltore, che attende tutte le piogge finché non spunti ciò che la terra promette.

E allora in attesa della IV domenica di avvento in cui potremo esclamare al cielo di piovere il Giusto, così che la terra “germogli Gesù”, con pazienza anche noi ci mettiamo insieme al Battista alla sequela del Nazareno per incontrarlo nel santo Natale.

“Vox clamantis in deserto” (Voce di uno che grida nel deserto). Mt 3,1-12 – Commento di Marco Pasquali. IIa Domenica di Avvento

Se oggi suonasse alla nostra porta il Battista, o peggio ancora lo dovessimo incontrare in strada, come minimo andremo a chiamare la polizia. Anche ai giorni nostri tutti di lui apparirebbe estraneo – potremmo dire anche “alieno” – a quello che siamo abituati a considerare come “civilizzato”, ed in quanto tale minaccia visibile al nostro stile di vita. Il suo essere “voce nel deserto” viene infatti confermata dalla sua vita, a livello simbolico più profondo; infatti la sua non è una maschera, ma espressione del suo lasciarsi abitare dal deserto, al punto tale da esserne permeato e quindi renderlo presente nella sua figura. Egli evoca allora questo spazio non addomesticato e non addomesticabile, dove l’uomo da solo non potrebbe vivere, senza che ci fossero altri ad aiutarlo e strutture a supportarlo. Ma ancora di più, per la tradizione dell’AT è il luogo dell’innamoramento di Dio, quando si è chinato sul suo popolo e l’ha incontrato perché dividessero una intimità tutta loro, senza che le contorte elucubrazioni e possibilità umane facessero da interferenza. Il suo messaggio sembrerebbe duro, ma invece parla di un amore infinito e profondo! Immaginate cosa poteva significare per tutti coloro che vivevano esclusi dalla salvezza “ufficiale” del Tempio, perché poveri o malati da non poter nemmeno avvicinarsi ad esso, sentirsi dire “basta che tu fai spazio a Dio nel tuo cuore e lui verrà ad abitarlo”. Ad ognuno di loro veniva offerta la possibilità di essere più preziosi del gioiello più grande di Israele: il Tempio di Gerusalemme, sede di YHWH. Perché allora questo aspetto così “alieno” se la sua voce veicola l’amore? Per prima cosa vuole essere solo una voce; il rischio è fermarsi ad essa, invece che seguire ciò che essa indica. La sua voce non vuole fare ombra alla Parola che veicola. Ma al tempo stesso ciò che viene ad annunciare non deve perdere il suo mistero e l’impossibilità di essere collocato all’interno di schemi conosciuti. Ricordando l’inizio del celebre film di Stanley Kubrick, 2001 Odissea nello spazio, non si può restare indifferenti al mistero di Dio e della sua impenetrabilità, rappresentati da quel Monolite che improvvisamente si staglia sulla scena (ma forse stava da sempre lì). Alla reazione dei primati, che di fronte a lui si allontanano e finiscono così per scoprire la violenza, Giovanni ne è la risposta opposta, perché cerca di abitarlo senza che la sua lettura personale ne diminuisca l’alterità, anzi è lui a plasmarsi intorno ad essa, in una sintesi che sembrerebbe scomoda, ma che nell’economia della storia mondiale ha saputo realmente aprire la strada all’incontro verso la dolcezza e bellezza che è Gesù.