All’inizio del vangelo di oggi sappiamo che Gesù è morto, è stato sepolto e da questi eventi sono trascorsi alcuni giorni. I discepoli che, a parte il discepolo amato, erano scomparsi al momento della crocifissione, ora sono rinchiusi in un luogo a porte chiuse in preda alla paura.

Se è stato messo a morte la loro guida e maestro, anche i discepoli temono per la propria vita.

Ma ecco che Gesù li raggiunge e si fa loro presente. Gesù non abbandona chi l’ha abbandonato.
L’amore di Gesù è unilaterale, è obbediente non a una logica di reciprocità e soprattutto non dipende dal comportamento di altri, ma corrisponde con amore al non amore di altri.

Il che significa che l’amore di Gesù non è una reazione o una risposta necessitata, ma un’azione libera nei nostri confronti, che non si ferma di fronte al nostro NO.

I discepoli che si erano dileguati nell’ora della passione e morte di Gesù, ora vedono che la loro colpa non impedisce loro il futuro e non abolisce la relazione con Gesù. Questo significa che essi si scoprono perdonati.

Il segno di tale perdono sono le piaghe guarite. Il perdono di Dio è più grande delle violenze che possiamo fare a lui e ai fratelli. Dio risuscita per cambiare i cuori umani alla radice. E quindi siamo chiamati ad evitare in toto ogni forma di violenza.

nella seconda scena del Vangelo troviamo Tommaso che non si fida della testimonianza dei suoi compagni, e vuole una dimostrazione diretta, vedere con i suoi occhi, i segni che sono stati affermati a parole. Altrimenti non crederà.

Gesù non si nasconde e privilegia l’apostolo tornando nuovamente per mostrare i segni dell’amore ed esaudire la sua richiesta. Ma credere non è soltanto un dono ma una volontà. Dunque chi fa la fatica di credere anche senza vedere è beato. D’altronde il dono è già fatto nella parola di Dio che risuona nella chiesa che la testimonia con la sua vita.

Il risorto ci accompagna, non ci lascia. Rispondiamo con la vita alla nuova vita che lui ci dona! Alleluia