Dio non è dei morti, ma dei viventi. Commento di Francesco Guerra. XXXII domenica del T.O. Anno C

L’esempio presentato a Gesù dai sadducei, quello della donna che ha avuto 7 mariti, è un esempio volutamente estremo e praticamente impossibile da verificarsi, tuttavia era questo il modo di discutere dei rabbini di quel tempo e anche della casistica cattolica quando si trattava di morale: cioè verificare ogni ipotesi di comportamento per poter decidere la strada più giusta. L’esempio sopra riportato si basava sul presupposto che ogni uomo potesse avere un figlio che proseguisse la sua discendenza, perpetuando il nome e anche i beni materiali. Per questo la moglie del defunto veniva sposata dal fratello di lui e il primo figlio maschio che nasceva era considerato il figlio del defunto e ne ereditava i beni.

Gesù però riporta la discussione sul punto di partenza rispondendo alla posizione dei sadducei che non credevano alla resurrezione dei morti e con un ragionamento tipico della discussione rabbinica afferma: “Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Riguardo poi al modo in cui saremo in cielo dopo la resurrezione dei nostri corpi, Gesù afferma che non sarà più come ora che viviamo su questa terra, in cui le relazioni nostre sono legate alla percezione dei nostri sensi: vedere, toccare, parlare, mangiare. Sarà invece in un modo più simile a quello degli angeli. E la relazione sarà con tutti, non solamente con i nostri parenti e amici; ciò non significa che non avremo più relazione con i nostri cari, ma che in Dio tutti saranno miei fratelli e mie sorelle.