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+P.Tito Amodei +P.Faustino D'Uva

Alle 8.10 del mattino del 31 gennaio 2018, dopo una breve agonia è deceduto P. Tito Amodei.

Padre Tito era nato a Colli al Volturno, in provincia di Isernia, l’11 marzo del 1926, da Nicola e Antonia Angeloni. Abbraccia giovanissimo la vocazione religiosa dopo aver seguito un corso di esercizi spirituali tenuto dai Padri Passionisti a Colli a Volturno. Tra il 1940 e il 1943, entra in seminario a Nettuno per gli studi ginnasiali e successivamente in noviziato presso il convento del Monte Argentario dove emetterà la sua professione religiosa il 4 ottobre 1945 assumendo il nome di Tito. Negli stessi anni compie privatamente, come autodidatta, anche le prime esperienze di scultura, pittura e disegno. Pochi anni dopo viene trasferito a Firenze per completare gli studi teologici a Roma che si concluderanno con l’ordinazione sacerdotale il 3 maggio 1953. A Fiesole, nel 1950, conosce il pittore Primo Conti con cui consolida nel tempo una duratura amicizia e che diventerà suo maestro all’Accademia di belle arti di Firenze tra il 1953 e il 1957. Concluso il corso di studi, intraprende l’insegnamento umanistico nei licei della sua congregazione passionista e parimenti l’attività espositiva che gli frutta i primi riconoscimenti (vince due edizioni del “Premio Costa d’Argento”).

Fino al 1962, la sua produzione pubblica è ancora prevalentemente pittorica e confinata nell’ambito locale della provincia grossetana, ma comincia nell’estate del 1960 la sua produzione scultorea che diverrà parte preponderante delle sue opere. Nel 1961, apre un proprio studio a Firenze e la sua produzione acquista una più precisa connotazione sia dal punto di vista stilistico che da quello ideale e valoriale concentrandosi sul tema della passione: il dichiarato impegno per la rinascita dell’arte sacra in chiave moderna come espressione indipendente da ogni canone o manierismo, nonché dall’interferenze protettive e vincolanti della società, spingendolo verso la produzione di un “opera sacra” e non certo un esclusivo e spicciolo mezzo di devozionale sollecitazione. Queste intenzioni si iniziano a cogliere, a partire dagli anni sessanta, nella numerosa serie di “Deposizioni”, sia dipinte che scolpite in legno o bronzo, e ne “Il Grande Nudo”, tutte opere ancora chiaramente figurative, ma caratterizzate da una progressiva semplificazione del segno ed un’elevata tensione meditativa. Nel corso degli anni, Tito dissolve progressivamente le componenti figurative e concettuali presenti nelle sue opere in favore di un’astrazione geometrica elaborata dalle forme base del cilindro e del piano. Le sue sculture più recenti – con l’eccezione parziale di quelle di committenza religiosa – sono strutture architettoniche, spesso di grandi dimensioni e commisurate per spazi aperti. Tra le sue opere figurano anche interventi decorativi per monumenti pubblici (come il monumento ai caduti di Colli a Volturno e San Giovanni a Piro) o santuari. Nel 2006, si è svolta una mostra dedicata alla sua produzione dal 1979 al 2005, comprendente sculture, disegni e incisioni, presso gli spazi espositivi del polo museale del Vittoriano a Roma. Due sue opere sono conservate nella collezione di arte contemporanea del Palazzo della Farnesina, mentre altre opere dell’artista sono conservate ai Musei Vaticani, al Museo Staurós di Isola del Gran Sasso d’Italia, allo SMAK di Gand, all’Albertina di Vienna e alla Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow.

Negli ultimi anni della sua vita, nonostante l’età e la malattia di Parkinson che l’aveva colpito ad una mano, continuava ad operare nel suo studio presso la Scala Santa a Roma.